Iran, Ucraina, guerra commerciale e scontro Usa-Cina: Trump ha fatto molte promesse ma quasi tutte sono state tradite dall’incapacità di raggiungere gli obiettivi
A un anno e mezza dal suo ritorno alla Casa Bianca, Donald Trump ha smentito gran parte del suo programma elettorale mantenendo però la sua promessa più importante: quella di sconvolgere il mondo come mai prima d’ora. Beninteso, il “terremoto Donald” non è un fenomeno esclusivamente personale. Piuttosto, il tycoon è l’incarnazione e l’attuazione di trend geopolitici pre-esistenti. Ma sarebbe disonesto negare che il presidente americano stia giocando un ruolo fondamentale – molto più dei suoi predecessori – nel modellare l’evoluzione di queste tendenza, alla faccia dei sostenitori del determinismo storico.
La più grande promessa smentita di Trump è stata senza dubbio quella di essere il presidente che avrebbe fatto finire tutte le guerre. Promessa traballante, che riecheggiava la Prima Guerra Mondiale, “la guerra che porrà fine a tutte le guerre”. Un anno e mezzo dopo quell’impegno si è rivelato vacuo almeno quanto quello del Kaiser di riportare a casa i propri soldati in tempo per Natale. Trump non riesce a chiudere alcuna guerra, bene o male che sia: per esempio, non riesce a chiudere quella in Ucraina, nonostante le fughe in avanti a scapito degli alleati e l’incontro in Alaska con Vladimir Putin.
Gaza e il fallimento del cessate il fuoco
Tanto meno riesce a concludere il grande conflitto mediorientale: il cessate il fuoco a Gaza, raggiunto lo scorso ottobre, è rimasto lettera morta, un’illusione arenatasi nell’ostruzionismo israeliano e di Hamas e nella brutale realtà di una popolazione civile abbandonata a morire di stenti dalla comunità internazionale. Anzi, Trump ha allargato la guerra scatenando un attacco contro l’Iran di cui ancora non si vede il traguardo, sotto la falsa bandiera del regime change a Teheran.
Intenzione attribuitagli dai suoi alleati un po’ più scaltri, in realtà, dal momento che il tycoon non ha mai mostrato grandi inclinazioni a sostenere il futuro democratico dell’Iran. Eliminare gli Ayatollah e prendere il petrolio, disse una volta in un momento di scarsa ipocrisia. Come in Venezuela, dove la bugia della guerra contro il fentanyl è crollata il minuto dopo il rapimento del presidente Maduro: «Ci siamo presi il loro petrolio, faremo un sacco di soldi», gongolò Trump salutando l’investitura di Delcy Rodriguez, dittatrice più accomodante nei confronti di Washington.
Il caso Venezuela
Di transizione democratica nemmeno un accenno, solo la beffa della dissidente Corina Machado costretta non solo a continuare a vivere in esilio ma anche a consegnare la medaglia del suo Premio Nobel per la Pace a Trump per soddisfare l’ego del tycoon. Il tema del guadagno facile è tornato pochi giorni fa, quando il presidente americano ha esaltato il proprio blocco navale imposto contro l’Iran: «Sequestriamo le navi, le abbordiamo e ci prendiamo tutto il carico, è un’attività così redditizia! Siamo come i pirati!», ha gioito Trump.
Peccato che il blocco navale americano comporti il blocco speculare iraniano a Hormuz, gettando Asia ed Europa nello spettro della recessione e dell’inflazione alle stelle. Le stesse difficoltà che milioni di americani provano sulla loro pelle a causa della guerra doganale globale proclamata dal tycoon con l’obiettivo di re-industrializzare l’America colpita dalle delocalizzazioni. Intento encomiabile, ma l’analisi dell’uomo che ha vinto due volte le elezioni grazie alla nomea dell’imprenditore capitalista capace di traslare in politica il proprio successo aziendale ha peccato d’incompletezza.
La terapia shock trumpiana
I grandi processi economici dipendono da un quadro complessivo che va costruito pezzo dopo pezzo, dal costo del lavoro alla formazione dei lavoratori fino alla nascita di catene di approvvigionamento economicamente sostenibili. La “terapia shock” trumpiana, versione protezionista di quella scatenata a suo tempo dai neo-liberali, ha invece avuto l’effetto di terremotare e infrangere un quadro già frammentato. Favorendo soprattutto il grande rivale di sempre, vale a dire quella Cina che da fornitrice di merci a basso costo sta mutando pelle in un’economia high tech avanzata capace di offrire rapporti meno instabili di quella americana.
Delle grandi trasformazioni economiche promesse dal tycoon resta forse solo la sua, quei «45 miliardi in otto mesi» sventolati pochi giorni fa che ai più sono suonati solo come una sfacciata ammissione dei forti sospetti di insider trading che si addensano sulla Casa Bianca. La cacofonia del “Trump one man show” rende difficile fare un’analisi esaustiva della sua azione di governo, spingendo persino gli esperti più affermati a evocare paragoni arditi.
Il paragone con l’Unione Sovietica
Nell’estate 2024 lo storico britannico Nial Ferguson paragonò provocatoriamente gli Stati Uniti all’Unione Sovietica negli ultimi anni. Anche quello di Mosca pareva un tracollo impensabile: lo storico inglese citava il crollo della fiducia domestica e internazionale, il discredito dell’ideologia nazionale, un deficit mostruoso, un sistema sociale in decadenza, una leadership ottuagenaria apparentemente irremovibile e una serie di conflitti costosi e irrisolvibili all’estero tra le ragioni del suo paragone.
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Forse però, più che lo stile freddo e inappuntabile di Yurij Andropov oggi Donald Trump richiama alla memoria più Boris Yelstin: irruento, populista, incompetente, afflitto da costanti problemi di salute, sedicente difensore del popolino e dell’uomo comune, trinceratosi poi al potere assieme a una cricca di oligarchi tutti intenti a depredare l’economia russa finché potevano dietro il paravento di una democrazia elettorale ormai svuotata e divorata dall’interno.
E’ noto in quale richiesta di autorità e di ordine quel concentrato di caos, brutalità, paura e fame sfociò in Russia, eppure a osservare la traiettoria dell’amministrazione Trump è difficile non pensare a delle similitudini. Sperando che la storia, per una volta, non si ripeta.


















