8 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Mag, 2026

Strade, storie, sfide: via al Giro d’Italia, partenza dalla Bulgaria

Al via l’edizione 109 del Giro d’Italia, con partenza dalla Bulgaria. In assenza del campione del mondo Tadej Pogacar, il favorito numero uno è il suo rivale Jonas Vingegaard. Strade, storie, sfide: la Corsa Rosa promette di regalare ancora tante emozioni


Partono, campioni e gregari. A questi ultimi Gianni Rodari dedicò una poesia, la “Filastrocca del gregario”: «Filastrocca del gregario/ corridore proletario,/ che ai campioni di mestiere/ deve far da cameriere,/ e sul piatto, senza gloria,/ serve solo la vittoria./ Al traguardo, quando arriva,/ non ha applausi, non evviva./ Col salario che si piglia/ fa campare la famiglia/ e da vecchio poi si acquista/ un negozio da ciclista/ o un baretto anche più spesso,/ con la macchina per l’espresso».

Il passato che non torna

Tempi andati? Beh, il negozio da ciclista forse non c’è più, soppiantato anch’esso dall’acquisto on line che sta abbassando le saracinesche d’ogni dove, declassando le strade a cammino dello struscio quando vittime dell’overtourism oppure a deserto commerciale quando le case altro non sono che proposte da bnb e il postino non suona più due volte, ma neppure una perché non servono più campanelli o citofoni: adesso va il keybox.

Il Campionissimo

Partono, campioni e gregari. A quello “issimo” tra i primi, il Campionissimo appunto, è ancora dedicata una frase che è diventata un modo di dire, tracimando in ogni linguaggio, anche in quello della politica dove ce n’è di quelli che sognano d’essere proprio quel tipo lì, ma la loro fuga in avanti si rivela spesso una “fuga bidone” nella quale i bidonati non sono più il gruppo, il péloton per dirla in gergo, ma il popolo e sempre più spesso il popolino.

Atmosfere indimenticabili

La frase storica, quasi quanto il dado tratto di Cesare, il Dio me l’ha data di Napoleone incoronato, l’obbedisco di Garibaldi, si sparpagliò dalle radio, che ancora non erano le radioline a transistor alle quali ci aggrappava la domenica per tutto-il-calcio-minuto-per-minuto come un ragazzo insegue oggi non l’aquilone della meravigliosa canzone di Marinella, ma la chat, il messaggino, l’emoji, quelle diavolerie killer della conversazione, il cuore rosso, la faccina con lacrime di gioia, la stella o il fuoco che dominano le classifiche d’oro.

«Un uomo solo al comando»

Il cuore rosso, per restare in argomento, è la maglia rosa. Perché la frase in questione è la conosciutissima «un uomo solo è al comando, la sua maglia è biancoceleste, il suo nome è Fausto Coppi», data 10 giugno 1949, tappa numero 17 del Giro d’Italia numero 32, da Cuneo a Pinerolo, cinque colli, 254 chilometri dei quali Coppi pedalò da solo 192 per arrivare al traguardo con undici minuti e cinquantadue secondi di vantaggio su Bartali: quasi duecento chilometri di fuga, perciò, quasi dodici minuti di distacco.

Le storie

Cose da leggenda, corse da leggenda che il Giro d’Italia, che parte oggi per la sua edizione numero 109, ha raccontato che un podcast non le conterrebbe tutti e non basterebbe neppure un romanzo di quelli lunghi. Storie al volo nella cultura degli highlights: una donna che sfida gli uomini, Alfonsina Strada, che non è una lotta contro il gap salariale, ma un’idea di pari opportunità; un campione, Alfredo Binda, che viene pagato per non correre, perché se lo facesse addio competizione (era uno che una volta vinse tutte le tappe e quindi il Giro).

Le rivalità

E poi Coppi e Bartali, Merckx e Gimondi, Moser e Saronni, nel loro grande o piccolo (grande, tranquilli) come Sinner e Alcaraz (Nadal e Federer? Borg e McEnroe? Per fermarsi “à la mode”) giacché la rivalità è la spezia dello sport, specie di quelli individuali, nei quali, come ha detto, partono un centinaio e poi vince uno solo, che non è come il calcio, 1-X-2 dove la probabilità di vincere è del 33 per cento, o della pallavolo (o basket, o rugby, o pallanuoto) dove siamo cinquanta e cinquanta. Qui ogni mattina (o almeno la prima) partono in 184 e uno solo vincerà la tappa: la statistica è assai più feroce. Pantani il Pirata aveva per rivale Marco Pantani.

Dalla Bulgaria

Partono, stamattina, da lontano: perché il Giro d’Italia 2026 si muove dalla Bulgaria, da Nesebar, città sul Mar Nero e poi, come vuole il detto, arriveranno a Roma, dove, come si sa, portano tutte le strade e dunque anche quelle della “corsa rosa” come si chiama da quando, al termine di una Milano-Mantova, prima tappa del Giro 1931, la indossò, simbolo di distinzione del leader della classifica, Learco Guerra, che chiamavano “la locomotiva umana”, stesso nomignolo che fu poi affibbiato al cecoslovacco Emil Zatopek, l’atleta capace di vincere cinquemila metri, diecimila e la maratona nella stessa Olimpiade, Helsinki 1952: correva più veloce di treni (come Guerra pedalava) e il cecoslovacco sbuffava pure che il suo rantolo era quasi il fischio del vapore.

Vingegaard favorito

Chissà se ce ne sarà uno, tra quelli che muoveranno oggi i primi pedali, capace di “andare come un treno”: in assenza di Tadej Pogacar, lo sloveno che è capace di farlo anche idealmente più veloce dell’alta velocità, l’indiziato numero uno è Jonas Vingegaard, danese. Nessun ciclista della Danimarca c’è mai riuscito: sarà la volta buona? La sua “Vuelta” c’è già stata in Spagna, e pure il Tour. «Quando il morale è basso, quando il giorno sembra buio, quando il lavoro diventa monotono, quando ti sembra che non ci sia più speranza, monta sulla bicicletta e pedala senza pensare a nient’altro che alla strada che percorri» ha scritto Arthur Conan Doyle, il “papà” di Sherlock Holmes: elementare, Watson.

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