Dopo essere stato partigiano, Alfredo Martini diventò ciclista professionista, poi direttore sportivo di diverse squadre e infine commissario tecnico della Nazionale. Per lui la bicicletta era sorriso e meritava il Nobel per la Pace: altro che Trump…
Sul Monte Morello, che punta ai mille metri d’altezza ma non ci arriva, tra Sesto Fiorentino, Calenzano e Vaglia, un po’ più su di Firenze, erano già cresciuti gli abeti del rimboschimento fatto ai primi del Novecento per riportarlo il più possibile a quand’era verde, ma poi Cosimo I de’ Medici lo aveva capitozzato per procurarsi le travi per la tettoia degli Uffizi.
Il Decamerone
Boccaccio lo aveva citato di passaggio quel monte, nella novella di Frate Cipolla, la sesta del Decamerone: il frate la sapeva vendere bene e sarebbe stato un buon influencer. Predicava con il colpo di teatro di esibire ai contadini, credenti e creduloni, una reliquia: una piuma d’un’ala dell’arcangelo Gabriele. La volta che due buontemponi, Giovanni del Bragoniera e Biagio Pizzini, gli sostituirono l’oggetto miracoloso, che altro non era che una piuma di pappagallo, con carboni ridotti a brace, il frate, pure colto di sorpresa al tirar fuori il sacro oggetto, ebbe la prontezza di spacciarlo per i residui del fuoco che aveva bruciato San Lorenzo. Sono tipi svegli di testa e lingua, i fiorentini.
La seconda guerra mondiale
Nella “radiosa primavera” del 1945 su quel monte trovavi i partigiani. Erano quelli della brigata Lanciotto Ballerini, intitolata al sergente ucciso nel ’44 e medaglia d’oro al valor militare alla memoria: una lapide lo ricorda a Calenzano, insieme con altri due caduti, lui definito dallo scalpello «un toscano», gli altri due «un sardo e un soldato dell’Urss», citando del primo nome e cognome, Luigi Ventrone, e del secondo, del quale nessuno ha mai saputo il cognome, il solo nome Wladimiro. Comandava la brigata Aligi Barducci, nome di battaglia Potente: anche lui cadde combattendo i nazifascisti ed è medaglia d’oro.
La giovane staffetta
E c’era un ragazzo, poco più che ventenne, un ciclista, che, ha raccontato lui, «facevo la spola da Firenze e portavo i rifornimenti ai partigiani sul Monte Morello. Dovevo raccogliere abiti, cibo e armi per le staffette. In bicicletta portavo binocoli, e anche armi, li consegnavo e ritornavo a casa». Una volta aggiunse: «Se fossi caduto e le bottiglie molotov si fossero rotte, sarei saltato in aria: ma non caddi mai». Una caduta da brividi l’aveva già provata al Giro di Lombardia del ’41. Accadde sul Ghisallo, a una curva della morte; essendo “indipendente”, era rimasto abbandonato per strada, ma uno sportivo di passaggio lo caricò sulla moto e lo portò fino alla stazione di Asso. Per prendere il treno, non avendo soldi con sé, vendette il tubolare.
Il debutto con Bartali
Era Alfredo Martini. Aveva inforcato la bicicletta a 7 anni (era nato nel 1921) e non ne scese più, se non per le necessità quotidiane (mangiare, bere, dormire e anche leggere, che faceva molto prendendo in prestito i libri alla biblioteca comunale, che bisognava restituirli in 15 giorni: ha fatto anche il bibliotecario e fu in quel periodo che un amico lo convinse ad allenarsi in bicicletta con lui, anche 150 chilometri al giorno, «io finivo con il fiatone, lui no»; lui era Gino Bartali), fino ai sopraggiunti limiti di età.
Il ct dei trionfi
Poi passò sull’Ammiraglia, come si chiama la macchina di scorta ai corridori: di squadre prima, della Nazionale poi, perché il partigiano Martini è stato cittì del ciclismo azzurro dal 1975 al 1997, un periodo che lo vide dirigere sei campioni del mondo, Francesco Moser nel 1977 in Venezuela, Giuseppe Saronni nel 1982 nel Regno Unito, Moreno Argentin nel 1986 negli Stati Uniti, Maurizio Fondriest nel 1988 in Belgio, Gianni Bugno nel 1991 in Germania e nel 1992 in Spagna. Altrettanti, più meno, ne persero d’un soffio.
Un leader capace di far andare tutti d’accordo
Li faceva (quasi sempre) andare d’accordo, pure se erano i tipi più diversi, come quel «fumantino» di Moser o quel «madonnino infilzato» di Saronni. Del resto quando era ciclista effettivo lui, Martini, riusciva a far convivere perfino Coppi e Bartali, come accadde in certi Tour, quando la Grande Boucle era destinata alle squadre nazionali e Fausto e Gino ne facevano entrambi parte, diretti da Alfredo Binda: l’Italia era il Pantheon della bici. Martini c’era tutte e due le volte, nel 1949 e nel 1952, che vinse Coppi.
La maglia rosa
Di suo, da professionista, Martini vinse meno di quello che il periodo da dilettante aveva prospettato. Però un giorno del 1950, il 31 maggio, a Brescia vestì anche la maglia rosa e la indossò il giorno dopo da Brescia a Vicenza, 214 chilometri: lì la prese Hugo Koblet, lo svizzero che quel Giro vinse e Martini finì terzo. Come direttore sportivo il Giro lo vinse nel 1971, guidando Gosta Petterson, «l’unico svedese che soffriva il freddo» raccontava il cittì: mica era facile riuscirci in quegli anni in cui correva Eddy Merckx.
La bicicletta Nobel per la Pace
Il partigiano Alfredo, che è scomparso a 93 anni nel 2014, ha lasciato scritto: «La bicicletta merita sempre di più. Cento anni fa era un mezzo, spesso anche di lusso, per andare a lavorare. Così si sapeva che cosa volesse dire pedalare, in salita e in discesa, sullo sterrato o fra i sassi, la mattina presto o la sera tardi. E i corridori sentivano che la gente gli era vicina, partecipe, entusiasta. Oggi, un secolo dopo, la bicicletta si sta rivelando sempre più importante. È la chiave di movimento e lettura delle grandi città. Un contributo sociale. E non ha controindicazioni. Fa bene al corpo e all’umore. Chi va in bici fischietta, pensa, progetta, canta, sorride. Chi va in macchina s’incattivisce o s’intristisce. La bicicletta non mi ha mai deluso. La bicicletta è sorriso e merita il Nobel per la pace». E pensare che c’è chi vorrebbe darlo a Trump…


















