23 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Lug, 2026

La cultura istituzionale e la lezione dell’Ucraina

Volodymyr Zelensky

Dalla costruzione dell’identità nazionale alla formazione di una nuova leadership politica e militare: la guerra contro la Russia ha trasformato l’Ucraina in un laboratorio di cultura istituzionale


Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani. La celebre citazione con cui Massimo D’Azeglio prefigurava la necessità di costruire sopra nuove coordinate comuni non solo una società completa di tutti i suoi elementi moderni. Ma anche una classe dirigente capace di guidarla essendo all’altezza di questa missione oggi sembra più attuale che mai. A renderla tale è soprattutto il caso ucraino, dove l’esperienza della guerra contro la Russia – giunta ormai a quattro anni e mezzo di durata – ha provocato un’evoluzione radicale. E non solo della compagine sociale ucraina ma anche della leadership politica e non del Paese. É un dato di fatto che la realtà bellica ha fatto emergere con prepotenza: dall’inizio della guerra

l’Ucraina ha cambiato tre premier, cinque ministri della Difesa, quattro presidenti del Consiglio di sicurezza nazionale, due ministri degli Esteri, tre Capi di Stato Maggiore delle forze armate. Eppure, nonostante questo turnover e le varie ragioni politiche che lo hanno motivato, il fronte politico non è venuto meno. Nessuno delle figure citate ha infatti scelto di contestare la legittimità della decisione, nemmeno quanto sarebbe stato facile farlo. Anzi, in ogni caso i rimossi si sono rimessi al servizio del proprio Paese. Per trovare nuovi modi per sostenere la difficile prova bellica vissuta da Kiev.

La forza della cultura istituzionale

Insomma, l’Ucraina fa scuola non solo sul piano tecnico e militare ma anche per l’elevata cultura istituzionale. Quasi a dire che le prove difficili – e la guerra certamente lo è – le si superano non tanto grazie alla tecnologia impiegata ma anche e soprattutto per via di un capitale umano motivato e professionale. Un salto di qualità difficile da comprendere senza valutare il quadro di partenza in cui Kiev era ridotta all’indomani dell’indipendenza dall’Unione Sovietica nel 1991.

L’Ucraina portava con sé molte problematiche tipiche dei Paesi post-sovietici. Progetti di state-building interrotti, incertezza identitaria, confusione linguistica e culturale, povertà diffusa, corruzione endemica. E ancora lo strapotere delle mafie rispetto a un’autorità statale uscita screditata dagli abusi dell’era comunista. Difficoltà a cui si accompagnava un’acuta crisi identitaria tra i propri legami storici e culturali con il passato russo e la ricerca di un orizzonte europeo che prescindesse da esso.

Una fase simi-risorgimentale

I travagli che hanno accompagnato l’Ucraina dalla sua indipendenza a oggi hanno quindi assunto i caratteri di una fase “simi-risorgimentale”. Intesa come rielaborazione del proprio patrimonio storico in una narrativa di massa volta a validare l’esistenza dello Stato-nazione ucraino. La Guerra Grande che l’Ucraina combatte dal 2014 ha in qualche modo prodotto un effetto simile. Costretti a una guerra di trincea con costi altissimi in termini di vite umane, l’Ucraina poteva rompersi o temprarsi. E ha reagito forgiando una nuova coscienza nazionale e una nuova classe dirigente nata nell’ombra bellica.

Volodymyr Zelensky, il “Beppe Grillo ucraino”, trasformatosi da comico russofono a comandante in capo della nazione ucraina nel giro di una notte, è il simbolo di questo mutamento, ma non è il solo. Al di là infatti del suo uomo più rappresentativo è l’intero sistema-paese ucraino ad aver prodotto – contro ogni aspettativa – una classe dirigente competente, compatta e motivata dal servire la patria prima del proprio interesse partigiano.

Il caso Kuleba e Zaluzhnij

Si vedano per esempio figure come l’ex ministro degli Esteri Dmitrij Kuleba o l’ex Capo di Stato Maggiore delle forze armate ucraine Valerij Zaluzhnij. Ambedue rimossi da Zelenskij per ragioni politiche, essi hanno continuato indefessi il proprio lavoro a sostegno dello sforzo bellico ucraino. Senza la minima tentazione di mettere al proprio presidente i bastoni fra le ruote per proprio tornaconto.

Zaluzhnij, in particolare, gode di una grande popolarità e ha confermato di voler correre alla presidenza a guerra finita. Eppure, ha accettato ligio al dovere la nomina ad ambasciatore nel Regno Unito. Un mezzo esilio con cui Zelenskij ha allontanato una figura ingombrante dal proprio entourage. Mantenendo tuttavia con il presidente in carica un coordinamento continuo non solo sulla linea pubblica da mantenere ma anche sulle proprie intenzioni politiche.

Lo stesso Generale ha confermato di aver incontrato Zelenskij più volte per aggiornarlo sui progressi della propria campagna elettorale, in segno di trasparenza nei confronti del proprio comandante in capo. In maniera simile l’ex ministro della Difesa Dmitrij Fedorov è stato dimissionato durante l’ultimo rimpasto di governo. Ma, pur rifiutando ulteriori posizioni che gli venivano offerte, ha lasciato intendere di non voler usare la propria rimozione come trampolino per colpire il governo.

L’interesse nazionale prima di tutto

Anzi, pur riconoscendo che alla base del proprio allontanamento ci siano state anche differenze di opinione con il Capo di Stato Maggiore Oleksandr Syrsky, Fedorov ci ha tenuto a ringraziarlo nel proprio discorso di addio ricordando il suo servizio encomiabile nella difesa di Kiev all’inizio della guerra. La capacità di identificare la propria comunità nello Stato. E il pragmatismo dettato dal saper riconoscere l’urgenza della stagione bellica hanno giocato un ruolo focale nel modellare non solo un modello in materia di competenze tecniche ma anche a livello di grammatica politica.

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L’interesse nazionale, inteso come tutela delle persone che vivono all’interno dei confini di una collettività, prevale – senza annullarle – sopra le differenze politiche e personali. Alle nostre latitudini questo atteggiamento può colpire, abituati come siamo a una politica che – questa è la diffusa impressione – sarebbe ben disposta a cercare sponde straniere pur di sistemare i conti in casa e danneggiare i propri avversari. La non così lontana Ucraina insegna però come la doccia fredda dell’invasione dimostri che proprio questo atteggiamento sia il primo nemico da sconfiggere, in pace e in guerra.

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