La composizione delle squadre che partecipano ai mondiali dicono molto su ciò che le società (occidentali e non) sono oggi e saranno domani
Il Campionato mondiale di calcio ci sta fornendo alcune interessanti prospettive su come sta cambiando il mondo. La prima è che, malgrado l’emergente nazionalismo, il processo di globalizzazione non si è arrestato. Ai Campionati mondiali di calcio del 1982 parteciparono 24 squadre: 14 europee, 6 dell’America latina, 2 dell’Africa, 1 dell’Asia e 1 dall’Oceania; ai campionati in corso partecipano 48 squadre: 16 dall’Europa, 10 dall’Africa, 10 dall’America latina, 8 dall’Asia, 2 dall’America del nord e due dall’Oceania. Ma l’aspetto più interessante e suggestivo è ciò che l’ex Generale Vannacci ha definito il predominio di rose calcistiche multietniche, a suo dire frutto di un’eccessiva globalizzazione e di una trionfante sostituzione etnica.
Le nazionali di calcio non solo rappresentano il paese, ma ne sono l’espressione, un simbolo attorno al quale i tifosi, e non solo, si raccolgono per festeggiare le vittorie, ma anche per piangere le sconfitte. La nazionale del paese del quale la Le Pen vorrebbe diventare presidente per far trionfare il suo messaggio xenofobo è composta per due terzi da giocatori originari del continente africano e sono loro che hanno segnato il 100% dei gol. Particolarmente interessante è il fatto che la composizione etnica della squadra francese è analoga a quella che avrà la popolazione italiana alla fine del secolo.
I dati Eurostat
A questo punto penso che molti, e non solo di destra, penseranno che io sia fuori di testa, ma vi sono validi argomenti per sostenere questa tesi. Il primo ce lo forniscono gli scenari demografici da poco pubblicati da Eurostat. Secondo l’Istituto europeo di statistica, in assenza di migrazioni, nel 2100 la popolazione italiana sarà scesa dagli attuali 58,9 a 26,8 milioni, e la popolazione in età lavorativa, la fonte principale dell’offerta di lavoro, da 37,3 a 12,9. Si tratta ovviamente di un futuro improponibile ed irrealistico, ma molto importante per capire cosa ci riserva il futuro. In un secondo scenario Eurostat assume, senza dirci su quali basi, che da oggi al 2100 l’Italia riceverà circa 15 milioni di immigrati. In questo caso, nel 2100 la popolazione totale sarebbe di 44,8 milioni e quella in età lavorativa di 23,5.
Tenendo conto del numero di persone nate all’estero già presenti in Italia, la proiezione Eurostat implica che nel 2100 le persone con origini extraeuropee saranno almeno il 60% della popolazione totale, ma certamente una percentuale più alta di quelle nella popolazione in età lavorativa. Però anche questa è sicuramente una sottostima come suggerisce la dinamica demografica dell’anno scorso. Nel 2025 la popolazione italiana è rimasta costante, ma come risultato di una complessa dinamica. Il saldo naturale è stato pari a -296mila unità, come differenza tra 355mila nati e 652mila morti. Contemporaneamente, il saldo migratorio degli italiani è stato pari a -53 mila unità. In sostanza senza migrazioni la popolazione sarebbe diminuita di 348mila unità e questo è stato il contributo dell’immigrazione straniera.
La proiezione
I dati già disponibili indicano che il saldo naturale continuerà a peggiorare mentre solo un netto miglioramento delle condizioni economiche potrebbe rallentare l’esodo di giovani italiani verso gli altri paesi europei che, al pari dell’Italia, soffrono di una carenza strutturale di lavoro. In sostanza per mantenere almeno costante l’offerta di lavoro il saldo migratorio sarà necessariamente più elevato di quello previsto da Eurostat e la struttura etnica della squadra italiana finirà per essere più o meno in linea con quella della squadra di calcio francese.
La composizione delle squadre
Dopo che l’ex Primo Ministro spagnolo Mariano Rajoy aveva affermato che nella squadra francese non c’erano francesi, ricordandoci così che non siamo i soli a poter vantare politici dello spessore morale e intellettuale di Vannacci, il ragazzino della squadra spagnola Lamine Yamal, figlio di un padre marocchino e di una madre della Guinea Equatoriale, ha spiegato con grande semplicità che il segreto delle squadre multietniche risiede nella loro integrazione e che il calcio può e dovrebbe diffondere questo messaggio. Un gruppo di persone, non importa di quale colore e di quale provenienza, non è una squadra, ma lo diviene se condivide e interiorizza valori, conoscenze, obbiettivi e strategie così da agire in maniera efficiente per produrre i risultati attesi.
Come sopravvivranno le società
Questo non è un fatto automatico, ma il risultato di un processo lungo e difficile che fa sì che persone con competenze complementari realizzino il loro potenziale individuale e al contempo generino un comportamento sinergico. Nel caso di una squadra di calcio è compito del CT selezionare i membri del team senza alcun riguardo ai loro tratti somatici, ma in base alla loro capacità di svolgere un ruolo costruttivo nella squadra e di portare avanti il processo che abbiamo appena descritto, alla base del quale vi è necessariamente l’integrazione.
La morale è quindi molto semplice. Dobbiamo in primo luogo accettare il dato di fatto che, se vuole sopravvivere, la nostra società avrà bisogno degli immigrati necessari per far fronte al declino demografico e sperabilmente ad una sia pur modesta crescita economica. È quindi compito del nostro CT non chiudere le frontiere, ma gestire in maniera razionale ed umana flussi migratori coerenti con il nostro fabbisogno.
Crisi demografica e anziani
Ovviamente la prima cosa che il nostro CT dovrebbe fare è implementare tutte le misure atte a ridurre il fabbisogno, in particolare, creare le condizioni per un utilizzo più intensivo delle nostre risorse umane. Ricordo che il tasso di occupazione italiano è di gran lunga il più basso della UE e la percentuale di anziani nel mercato del lavoro marginale, malgrado l’età legale di pensionamento sia di 67 anni. Il Giappone, la cui xenofobia è un dato storico e che ha innalzato contro l’immigrazione mura ben più efficaci di quelle erette dal governo Meloni, ha un tasso di occupazione del 80% a fronte del 62,5% dell’Italia, mentre i lavoratori con 65 anni e più rappresentano 13,8% del totale a fronte del 3,6% dell’Italia.
Il nostro CT dovrebbe poi creare le condizioni per tamponare l’esodo dei giovani, un fenomeno che oltre a privarci del frutto dei nostri investimenti aumenta il fabbisogno di immigrati in maniera più che proporzionale. Per fare ciò è fondamentale aumentare la produttività del nostro sistema industriale, ma soprattutto dei servizi e dovremmo quindi guardare alla IA e alla robotizzazione in maniera positiva e ottimistica come stanno facendo Cina e Corea. Ma anche se tutto ciò venisse fatto (e purtroppo non riesco ad essere troppo ottimista) il nostro paese non potrà evitare un saldo migratorio che potrebbe aggirarsi sui 20 milioni nei prossimi 75 anni.
Cosa serve alla nostra nazionale
Abbiamo quindi bisogno di CT che pongano al primo posto un processo di ingegneria sociale, che valorizzi le potenzialità e le competenze di una società plurale, che riduca le diseguaglianze economiche e garantisca a tutti cose ovvie come educazione, assistenza, cure mediche e sicurezza, obbiettivi che richiedono in maniera prioritaria la costruzione di una società integrata. Se questi sono i compiti che i futuri CT azzurri dovranno svolgere, sta però a noi il difficile compito di sceglierli.
Meditate gente, meditate …




























