26 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Apr, 2026

Manzoni fuori dal biennio: il falso mito di una scuola più facile

Nella bozza delle nuove Indicazioni per i licei spicca la lettura de “I promessi sposi” di Alessandro Manzoni fuori dal biennio: una scelta che alimenta il falso mito di una scuola “più facile”, ma proprio per questo incapace di insegnare la complessità


Che cosa ci dice una scuola che immagina di eliminare “I promessi sposi” dal biennio? Ci dice anzitutto che l’educazione tende sempre più a sostituire la formazione con la facilitazione. È questa la vera rivoluzione silenziosa che si intravede dietro formule apparentemente innocue – come «testi meno complessi dal punto di vista linguistico» – presenti nella bozza delle nuove Indicazioni per i licei. Che il romanzo manzoniano non sia un libro facile è verissimo. Ma un classico diventa formativo proprio perché obbliga il lettore a uscire da sé, a sostare in una lingua che non gli è immediatamente domestica, a misurarsi con una complessità morale che non si lascia ridurre a slogan.

Il rapporto tra individuo e potere

Che cosa accade, allora, se la scuola rinuncia a questo compito proprio nel momento dell’adolescenza, quando la mente comincia a formarsi come coscienza critica? “I promessi sposi” è una delle poche grandi macchine narrative in cui la scuola può ancora mostrare agli studenti come funziona il rapporto tra individuo e potere. Dentro quelle pagine ci sono la violenza che si maschera da ordine, la folla tra fame e manipolazione, la viltà sociale dei ceti che dovrebbero proteggere e invece si piegano, la scoperta sconvolgente che anche il male, a un certo punto, può guardarsi allo specchio.

Un libro che accade e uno che si studia

Togliere tutto questo al biennio significa modificare radicalmente la natura dell’incontro con Manzoni. Al secondo anno il romanzo può ancora accadere come esperienza. Più tardi, nel triennio, rischia di presentarsi soprattutto come oggetto di collocazione. Si studieranno la questione della lingua, il romanzo storico, le edizioni, i rapporti con Scott, il sistema dei personaggi. Però qualcosa, a quel punto, sarà già andato perduto. Perché chi insegna conosce bene la differenza tra un libro che accade e un libro che si studia.

La concezione cronologica dell’educazione

C’è poi un equivoco ulteriore. L’idea della “non contemporaneità” del romanzo tradisce una concezione miseramente cronologica dell’educazione. Un classico non è mai tale perché parla la lingua del presente, ma perché illumina ciò che gli uomini sono nonostante il mutare delle epoche. Il romanzo di Manzoni è contemporaneo ogni volta che una società conosce la paura, il conformismo, la violenza dei forti, l’impotenza dei deboli, la manipolazione della folla. Vogliamo sostituirlo con quelli di Elena Ferrante, Carofiglio, Saviano, solo perché hanno una lingua più vicina alla nostra? La questione, dunque, non riguarda soltanto Manzoni. Riguarda il destino della trasmissione culturale in un sistema scolastico che sembra sempre più incline ad abbassare l’asticella in nome dell’inclusione.

La riduzione dell’attrito culturale

Da anni, infatti, la scuola italiana viene spinta, con lessico efficientista e paternalista insieme, verso una progressiva riduzione dell’attrito culturale. Tutto deve essere più vicino, più semplice, più “motivante”, più immediatamente fruibile. Si finge di venire incontro agli studenti, ma spesso si finisce per sottrarre loro proprio ciò che la scuola dovrebbe garantire come diritto elementare: l’incontro con qualcosa che i più fragili da soli, nel loro ambiente, non conoscerebbero mai. E soprattutto non nel momento più formativo.

Il falso mito

Ogni semplificazione decisa dall’alto rischia, pertanto, di produrre l’effetto opposto: consolidare le disuguaglianze culturali, trasformando la scuola pubblica nel luogo in cui si riceve una versione impoverita dell’eredità comune. Un adolescente, invece, cresce davvero quando incontra qualcosa che inizialmente lo supera e scopre, con l’aiuto di un insegnante, di poterlo abitare. Per questo rinviare “I promessi sposi” in nome della sua difficoltà significa dichiarare che l’iniziazione alla complessità può aspettare. Ma in una società già dominata dalla semplificazione permanente, tutto ciò che viene rinviato rischierà di perdersi.

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