Si stupisce, la premier Giorgia Meloni, che le opposizioni – ma non sono solo le opposizioni, bensì anche la quasi totalità dei giuristi italiani – non comprendano quella che lei definisce una norma di buon senso.
«Non mi è esattamente chiara la ragione – dice – per la quale noi, che riconosciamo il gratuito patrocinio all’avvocato del migrante che fa ricorso contro un decreto di espulsione, non dobbiamo invece riconoscere il lavoro di quel professionista che assiste un migrante quando questi volontariamente sceglie di essere rimpatriato». E poiché il diritto è quello che si dice una materia controintuitiva, bisognerà spiegare alla premier che in questo campo il suo buon senso morale coincide con il peggior senso comune.
La stretta sul gratuito patrocinio e il nodo dell’Isee
Intanto perché quella norma interviene all’interno di una legge che cancella l’automatismo con cui gli stranieri colpiti da un provvedimento di rimpatrio ed espulsione accedono al gratuito patrocinio. Che resta garantito solo se il migrante dimostri di appartenere a quella categoria di reddito che ne ha diritto. Vuol dire che chi ha attraversato, proveniente dal Sudan, il deserto del Sahara, poi il mar Mediterraneo ed è infine approdato in Italia, dovrebbe a rigor di forma richiedere l’Isee al suo paese d’origine per provare la propria indigenza.
TUTTI GLI EDITORIALI DI A. BARBANO
Premio all’avvocato e impatto sul diritto di difesa
Così mentre la legge limita il diritto del migrante di opporsi all’espulsione, introduce un premio per l’avvocato di colui che accetta il rimpatrio, corrispondendolo all’effettiva esecuzione del provvedimento, cioè al risultato acquisito. Con una scelta selettiva che incide in maniera profonda sul diritto di difesa.
Conflitto di interessi e principio di indipendenza
Come può il governo che si è battuto per garantire, con la separazione delle carriere, l’effettiva parità processuale tra accusa e difesa di fronte a un giudice terzo, introdurre un premio di risultato che pone l’avvocato in aperto conflitto di interessi con il proprio cliente? Come può chi ha vergato di sua mano quel provvedimento fingere di ignorare che l’esercizio della funzione difensiva deve essere libero, indipendente e incondizionato? E non può certo essere trasformato in una funzione di scopo, asservita alla sicurezza, alla regolare immigrazione, a finalità legittime che però il governo può perseguire con mezzi ben diversi?
Il paragone storico e il rischio di deriva
Nel clima di contrapposizione e di preconcetta ostilità che circonda l’azione del governo, si fa presto a dire che questa sia una misura di matrice fascista. Tuttavia, se è pur vero che, in base a una norma degli Anni Venti, gli avvocati giuravano «sugli interessi superiori della Nazione», il Fascismo aveva in discreta considerazione la difesa come funzione di tutela del singolo. Un premio all’avvocato per pilotare l’esito di una causa, contro gli interessi dell’individuo, pare più una misura tipica degli ordinamenti organicisti, come l’Unione sovietica del procuratore Vysinskij, dove il difensore partecipava pienamente alla funzione dei soggetti pubblici della giurisdizione e il singolo non era che una parte del tutto.
Totalitarismo e avvertimento finale
Si chiama totalitarismo. E non c’è bisogno di essere fascisti per praticarlo, poiché talvolta il totalitarismo serpeggia, anche in democrazia, nella burocrazia ignorante dei ministeri. E nella fantasia di qualche azzeccagarbugli che, credendosi furbo, confonde pericolosamente l’interesse dell’individuo con quello della Nazione e l’interesse della Nazione con quello della fazione. Si guardi bene, Giorgia Meloni, da simili consiglieri.



















