14 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

14 Apr, 2026

Papa Leone e Trump, lo scontro tra due Americhe

Lo scontro a distanza tra Papa Leone e Trump è il simbolo di due visioni opposte di potere, fede e civiltà in un America sempre più confusa


Per mesi è stato descritto come un pontefice più misurato e istituzionale del suo predecessore. Eppure l’affondo di papa Leone XIV nella veglia per la pace è stato di una forza inusuale per il suo stile. Già nei giorni precedenti il papa aveva condannato la minaccia del presidente degli Stati Uniti contro la civiltà iraniana come “inaccettabile”, invocando un’uscita dalla guerra. Poi, in occasione della preghiera del Santo Rosario nella basilica di San Pietro, pur non nominando Trump, quando ha parlato di “delirio di onnipotenza”, di “idolatria di sé stessi e del denaro”, di “esibizione della forza” e di chi usa il nome di Dio dentro “discorsi di morte”, il bersaglio politico è apparso difficilmente equivocabile.

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La reazione di Trump e l’attacco al Papa

Tant’è che la risposta di Trump non si è fatta attendere, su Truth Social, con una reazione particolarmente scomposta, per quanto Trump ci abbia ormai abituati alle sue esternazioni. Il tycoon ha accusato infatti il papa di essere “debole” sul fronte della criminalità e “pessimo” in politica estera, trattandolo alla stregua di un avversario da talk show. Si è perfino spinto a rivendicare un ruolo nella stessa elezione del pontefice, sostenendo che, se non ci fosse stato lui alla Casa Bianca, Leone non sarebbe neppure in Vaticano, come se anche il conclave potesse essere riscritto come una nota marginale della propria autobiografia imperiale.

Il “delirio di onnipotenza” e la chiave psicologica

Del resto, con la formula usata nel suo discorso – “delirio di onnipotenza” – Leone XIV sembra aver finalmente trovato, sia pure indirettamente, il nome più adatto a quella che è ormai una conclamata patologia egolatrica di Trump, che unisce grandiosità a bisogno incessante di conferma, insofferenza verso ogni smentita a incapacità di tollerare l’esistenza di un’autorità simbolica separata da sé. In una simile economia psichica il limite viene percepito come un’ingiuria. Il principio di realtà stesso cessa di essere un vincolo e diventa materia da riscrivere secondo le esigenze dell’Io.

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Dal piano psicologico a quello politico

È in questo quadro di degenerazione comportamentale che la reazione di Trump acquista un significato ulteriore: la parola del papa è stata una ferita narcisistica da esibire e vendicare sulla scena pubblica. Certo, poi la questione psicologica trapassa in questione politica. Perché una struttura caratteriale di questo tipo, quando conquista il potere, tende fatalmente a trasformarlo in potere personalistico. Non gli basta governare, deve occupare per intero lo spazio della legittimità.

Le istituzioni valgono finché ratificano il leader, così come gli alleati finché confermano il suo racconto. Le guerre stesse, con il loro carico di morte reale, finiscono risucchiate nella rappresentazione del capo che minaccia, decide, annuncia, trionfa e si vendica. Perfino la religione, se può essere utile, viene ridotta a scenografia identitaria e a benedizione del comando. Ogni alterità reale – giuridica, morale, simbolica – si configura allora come una minaccia.

Trump e la crisi della legittimità

Trump ha portato questa logica fino a un grado quasi caricaturale, se non addirittura grottesco, e perciò tanto più rivelatore, dal momento che aspira a incarnare lui stesso il principio che autorizza il comando. Ed è precisamente per questo che una voce come quella di Leone XIV lo colpisce così in profondità. Perché gli ricorda, davanti al mondo, ciò che il trumpismo non può ammettere, ovvero che esiste ancora un linguaggio non traducibile nella grammatica della forza e del profitto.

Tuttavia in questo caso emerge anche un secondo livello di lettura. A nominare questa deriva clinica, infatti, non è stato un tribuno progressista, né un editorialista liberal, né un leader europeo ostile all’America. È stato un papa americano, che parla da americano, conosce dall’interno la lingua e il codice del suo Paese, quel modo di impastare religione, patriottismo e potenza tipico degli Stati Uniti.

Una civiltà divisa tra forza e limite

Lo scontro tra Trump e Leone può essere letto allora anche come lo scontro tra due Americhe. Da una parte c’è l’America che ha trasformato la forza in teologia civile, l’America della politica come transazione permanente, nella quale il cristianesimo pubblico rischia di ridursi a liturgia nazionale dell’ego smisurato. Dall’altra parte c’è un’altra America, meno rumorosa e meno redditizia sul piano spettacolare, che continua a credere che il potere debba rispondere a qualcosa che lo limiti, che sia la dignità degli innocenti, il diritto, la coscienza, o la misura.

In questo senso il conflitto è molto più che un diverbio tra Casa Bianca e Vaticano, è qualcosa che rivela, al di là anche della diagnosi personale, un vuoto culturale e spirituale che il trumpismo ha riempito con una religione secolare dell’io. Se il leader diviene il centro magnetico del reale, perfino la fede rischia di diventare una sorta di vessillo tribale.

Il significato politico dello scontro

Quando Leone parla di idolatria di sé e del denaro, colpisce esattamente questo nodo: non soltanto un uomo con i suoi evidenti disturbi della personalità, bensì una civiltà politica che ha progressivamente smarrito la distinzione tra potenza e grandezza. Il conflitto tra il presidente del Queens e il pontefice di Chicago, portatori di visioni incompatibili, mostra, allora, che oggi l’America esporta insieme il problema e la sua critica.

Due idee opposte di civiltà

Esporta il capo che si pensa come destino del mondo, e insieme la voce che gli ricorda che nessun potere è assoluto. Alla fine, ci troviamo di fronte a due idee di civiltà opposte: quella della sovranità narcisistica e quella del limite come fondamento della politica. E forse è proprio questo il fatto nuovo: che la contestazione più chiara all’America del comando illimitato oggi non venga dai suoi avversari storici, bensì da un’altra America, capace ancora di ricordare che la forza, quando si adora da sola, diventa un patologico “delirio di onnipotenza”.

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