5 Nov, 2026

Fine vita Veneto, il governo impugna la legge: Salvini non vota

Luca Zaia

Il Consiglio dei ministri ricorre alla Consulta contro la legge veneta sul suicidio medicalmente assistito. È la prima impugnazione contro una Regione di centrodestra. Salvini non partecipa al voto, Calderoli si oppone. Zaia rivendica la scelta e Tajani sollecita il Parlamento


Il governo impugna la legge del Veneto sul fine vita, ma la decisione apre una frattura nella maggioranza.

Il Consiglio dei ministri ha deciso di rivolgersi alla Corte costituzionale contro il provvedimento regionale che disciplina procedure e tempi per l’accesso al suicidio medicalmente assistito. Matteo Salvini non ha partecipato né alla discussione né alla votazione, Roberto Calderoli, ministro per gli Affari regionali e anche lui leghista, si è espresso contro il ricorso.

Per la prima volta, il governo contesta una legge sul fine vita approvata da una Regione amministrata dal centrodestra.

Il Veneto, guidato dal presidente leghista Alberto Stefani, aveva approvato la normativa il 2 settembre scorso, anche grazie ai voti delle opposizioni. A sostenerla con convinzione era stato Luca Zaia, ex governatore e oggi presidente del Consiglio regionale. Ora sarà la Consulta a esaminare il ricorso dell’esecutivo, dopo quelli già presentati contro le normative di Toscana, Emilia-Romagna e Sardegna.

Salvini non partecipa al voto, Calderoli si oppone

La decisione è arrivata a pochi giorni dalla scadenza dei termini per impugnare la legge regionale. Ma il confronto in Consiglio dei ministri ha mostrato le differenti posizioni all’interno della coalizione.

Salvini ha scelto di non prendere parte alla discussione e al voto. Calderoli si è pronunciato contro l’impugnazione, sostenendo, secondo quanto riferito da fonti di governo, che la legge veneta ha carattere ordinamentale: definisce le procedure da seguire senza modificare i requisiti già stabiliti dall’ordinamento.

La posizione dei due esponenti leghisti segna una differenza rispetto alle precedenti impugnazioni delle leggi regionali sul fine vita. Quando il governo aveva deciso di ricorrere contro le normative di Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna, non c’erano stati voti contrari da parte dei ministri della Lega.

Salvini aveva comunque riconosciuto la libertà di coscienza sul tema ai parlamentari e ai consiglieri regionali del partito.

Questa volta, invece, il provvedimento contestato arriva da una Regione guidata proprio dalla Lega e sostenuta politicamente da uno dei suoi esponenti più rappresentativi, Luca Zaia.

Tajani: «Intervenga il Parlamento»

Anche Forza Italia ha posto una questione di metodo e di competenze legislative. Durante la riunione, il vicepremier e ministro degli Esteri Antonio Tajani ha fatto mettere a verbale, a nome della delegazione del partito, la richiesta di un intervento del Parlamento.

Secondo la posizione espressa dagli azzurri, una materia così delicata deve essere regolata da una normativa nazionale, capace di evitare il moltiplicarsi di discipline regionali differenti e di dare attuazione alle indicazioni della Corte costituzionale.

Il problema è quello di un vuoto legislativo che dura da anni: la Consulta ha fissato le condizioni entro le quali l’aiuto al suicidio non è punibile, ma il Parlamento non ha ancora approvato una disciplina organica delle procedure.

Zaia: «Una scelta che rivendico»

Luca Zaia non contesta il diritto del governo di rivolgersi alla Corte costituzionale, ma difende il provvedimento approvato dal Consiglio regionale.

«Rispetto pienamente la decisione assunta oggi», ha dichiarato, ricordando che l’impugnazione è una prerogativa costituzionale dell’esecutivo. Allo stesso tempo, ha rivendicato la scelta che aveva sostenuto e votato.

L’obiettivo della normativa, secondo Zaia, era fornire regole certe a pazienti, familiari e medici davanti a decisioni particolarmente delicate, nel rispetto delle sentenze della Consulta.

L’ex governatore auspica che il nuovo contenzioso costituzionale spinga finalmente il Parlamento ad affrontare la questione, senza ulteriori rinvii.

Stefani: «La nostra legge è diversa dalle altre»

Anche il presidente della Regione Alberto Stefani difende la costituzionalità del provvedimento.

A suo giudizio, il testo veneto si distingue dalle leggi approvate in altre Regioni per le modifiche introdotte durante l’esame in Consiglio regionale, in particolare quelle ispirate al principio del favor vitae, cioè alla tutela della vita.

Stefani si dice convinto che la legge possa superare il vaglio della Corte costituzionale.

Le modifiche introdotte dalla maggioranza prevedono un ruolo rafforzato dello specialista in cure palliative, l’istituzione di un Comitato bioetico regionale nominato dalla Giunta e una particolare attenzione all’informazione del paziente sulle alternative terapeutiche e assistenziali.

Chi presenta una richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito deve essere adeguatamente informato sulla possibilità di ricorrere alle cure palliative, alle quali il testo attribuisce un ruolo prioritario.

La legge approvata a settembre con i voti delle opposizioni

Il percorso della normativa veneta era stato complesso fin dall’inizio.

Una prima proposta di iniziativa popolare era stata respinta nel gennaio 2024, quando l’approvazione era sfumata per un solo voto.

Il nuovo testo è stato approvato il 2 settembre 2026, dopo due giornate di discussione, con 32 voti favorevoli, 14 contrari e quattro astensioni, secondo il resoconto dell’ANSA.

Anche allora la maggioranza regionale si era divisa. I nove consiglieri di Fratelli d’Italia avevano votato contro, mentre Forza Italia aveva lasciato libertà di coscienza. L’approvazione era stata possibile grazie anche al contributo delle opposizioni e al confronto con il Partito democratico.

Il capogruppo leghista Riccardo Barbisan, che aveva votato contro la legge, ha dichiarato di non temere il giudizio della Consulta sulla sua costituzionalità. Anche un eventuale intervento della Corte, ha osservato, potrebbe contribuire a chiarire i confini delle competenze tra Stato e Regioni.

Di segno diverso la lettura del capogruppo del Pd Giovanni Manildo, secondo il quale la decisione del governo rende evidente una profonda divisione all’interno delle stesse forze di maggioranza.

Quattro leggi già impugnate

Il Veneto è la prima Regione amministrata dal centrodestra ad aver approvato una legge sulle procedure per il suicidio medicalmente assistito.

Prima del Veneto, quattro Regioni di centrosinistra – Toscana, Emilia-Romagna, Umbria e Sardegna – avevano adottato discipline sul tema, attraverso strumenti normativi e amministrativi differenti.

Con il ricorso deciso contro il Veneto, salgono a quattro le normative regionali impugnate dal governo: quelle di Toscana, Sardegna, Emilia-Romagna e, appunto, Veneto.

L’Umbria, pur avendo adottato una propria disciplina, non figura tra le Regioni interessate da questi quattro ricorsi.

La successione delle impugnazioni mostra la difficoltà di affrontare una materia sulla quale il Parlamento non è ancora riuscito a definire una normativa nazionale.

Che cosa può decidere la Corte costituzionale

Il nodo giuridico riguarda il rapporto tra le competenze dello Stato e quelle delle Regioni.

La Corte costituzionale, con la sentenza del 2019 sul caso di Fabiano Antoniani, conosciuto come Dj Fabo, ha individuato condizioni rigorose per la non punibilità dell’aiuto al suicidio: una patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche ritenute intollerabili, la dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e la capacità di prendere decisioni libere e consapevoli.

Le discipline regionali cercano di regolare soprattutto l’organizzazione dell’assistenza sanitaria, le verifiche e i tempi di risposta alle richieste.

Il governo contesta l’intervento legislativo delle Regioni in una materia che coinvolge anche competenze riservate allo Stato. I sostenitori delle normative regionali ritengono invece necessario garantire procedure certe nell’ambito del servizio sanitario, in attesa di una legge nazionale.

La Consulta dovrà valutare la legittimità delle disposizioni impugnate, distinguendo ciò che rientra nell’organizzazione sanitaria regionale da quanto compete al legislatore statale.

Con il ricorso contro il Veneto, il confronto si sposta davanti ai giudici costituzionali. Ma la questione politica rimane aperta: in assenza di una legge nazionale, le Regioni continuano a intervenire e il governo continua a contestarne le scelte. Anche quando arrivano dalla propria maggioranza.

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