4 Nov, 2026

Addio a Tinto Brass, la vita vista dalla parte del desiderio

Se ne va a 93 anni il regista Tinto Brass, maestro del cinema erotico e cantore di un desiderio che si trasforma in conoscenza


Tinto Brass. Il nome sembra già un’inquadratura. Tinto, colorato, dipinto, forse un po’ sporco. Brass, ottone all’inglese, metallo che luccica senza essere oro. Un nome da cinema, da manifesto, da insegna luminosa di un cinema che non c’è più. E poi quel culo. Sempre quel culo. Il culo come orizzonte, come paesaggio, come punto di fuga. Non una metafora, o almeno non soltanto. Una filosofia rovesciata, con la testa che scende e il resto del mondo che sale.

Corpo e desiderio

Brass – nome registrato all’anagrafe Giovanni, nato a Milano, vissuto a lungo a Venezia e morto ieri a 93 anni nella sua casa di Roma – aveva capito una cosa che il cinema, soprattutto quello italiano, ha sempre avuto qualche difficoltà ad ammettere: che il corpo pensa. Pensa con le gambe, con la pelle, con le pieghe, con le sue parti meno autorizzate a comparire nei discorsi ufficiali. E che il desiderio, quando viene liberato dalla sorveglianza morale, può diventare una forma di conoscenza. Non una conoscenza profonda. Ma chi ha stabilito che per conoscere bisogna sempre andare in profondità? A volte basta girarsi. Prima c’era stato un altro Brass, quello delle avanguardie, dei montaggi che cercavano di far saltare la grammatica del cinema. Un cineasta curioso, inquieto, attraversato dalla voglia di disturbare le immagini. Poi, quasi impercettibilmente, la pratica del sabotaggio sperimentale aveva trovato un bersaglio più preciso: la rispettabilità. E la macchina da presa aveva cominciato a guardare dove gli altri distoglievano gli occhi. O dove li abbassavano furtivamente.

Contro l’ipocrisia

Il suo cinema è stato spesso liquidato come una faccenda di sederi, mutandine, calze, ammiccamenti. E naturalmente lo era. Ma era anche, nel suo modo un po’ elementare e ostinato, un attacco alla grande ipocrisia nazionale. Quella che permette di desiderare tutto purché non si dica, di guardare tutto purché non si veda, di essere scandalizzati pubblicamente e soddisfatti privatamente. Brass aveva abolito questa distinzione. Non voleva essere assolto. Voleva guardare. E guardava soprattutto le donne.

Le donne

Le sue sono state le protagoniste di una galleria di icone che ha attraversato un pezzo di costume italiano. Stefania Sandrelli, innanzitutto, che in “La chiave” portava sullo schermo una sensualità lontana dalla semplice esibizione anatomica. C’era in lei una memoria cinematografica, un’ambiguità, una capacità di abitare il desiderio che apparteneva a una tradizione interpretativa ben più complessa. La sua presenza conferiva al film una qualità narrativa e psicologica che non sempre sarebbe stata una preoccupazione primaria del regista. Poi Claudia Koll, bellissima e quasi inconsapevole della propria funzione iconografica in “Così fan tutte”. Il destino le avrebbe riservato una delle conversioni più sorprendenti dello spettacolo italiano, trasformandola da protagonista dell’immaginario erotico brassiano in una figura pubblica di devozione religiosa, quasi una suora laica. Una parabola che, a voler essere maliziosi, sembra scritta apposta per un film di Brass: dalla disponibilità del corpo alla sua consacrazione spirituale, passando per tutte le possibili ironie della Provvidenza.

Serena Grandi, invece, era una presenza fisica che non aveva bisogno di troppe mediazioni. In “Miranda” il suo corpo diventava un vero e proprio avvenimento scenico, una dichiarazione di esuberanza che sembrava fatta apposta per mettere in crisi il buon gusto e le sue prudenti convenzioni.
Deborah Caprioglio, in “Paprika”, incarnava invece l’apprendistato erotico, la scoperta del sesso come educazione sentimentale rovesciata: una pedagogia assai poco scolastica, nella quale la conoscenza passava soprattutto attraverso la pelle. Con Anna Galiena, in “Senso ‘45”, Brass avrebbe tentato una strada più ambigua, intrecciando sensualità, potere, storia e degradazione morale. Un film nel quale l’erotismo smetteva almeno in parte di essere un repertorio di situazioni per diventare il sintomo di una più generale decadenza.

L’immaginario

Non tutte queste attrici sono state semplicemente interpreti di un universo maschile. Alcune hanno portato nei film una personalità e una presenza capaci di eccedere la fantasia del regista. Ma è difficile negare che Brass abbia costruito intorno a loro un immaginario molto preciso, nel quale la donna era contemporaneamente protagonista, oggetto dello sguardo e figura di una libertà dichiaratamente erotica. Il problema è che questa libertà coincideva quasi sempre con il desiderio maschile che la metteva in scena. Una contraddizione che il regista non ha mai avuto particolare interesse a risolvere.

Del resto, il suo cinema ha conosciuto presto il rischio di trasformare la la libertà di trasgredire in convenzione. Una volta scoperto il meccanismo, era difficile sottrarsi alla sua ripetizione. Il culo, come ogni altra specialità cinematografica, finisce per diventare un genere, con le sue regole, le sue attese e persino le sue prevedibili sorprese. Ma non bisogna chiedere a un uomo di essere più libero della libertà che si è inventato. Sarebbe un’ingiustizia. Resta il fatto che nei suoi film il corpo non era mai soltanto un corpo. Era un’uscita di sicurezza dalla realtà, una possibilità di sottrarsi alla disciplina delle facce, delle parole, delle gerarchie. Il volto, dopotutto, è la parte più sorvegliata di noi. Il culo molto meno.

L’eredità

Adesso che Giovanni Brass detto Tinto alla veneranda età di 93 anni se ne va, viene quasi da sorridere pensando che il cinema italiano abbia perso uno dei suoi ultimi grandi specialisti dell’indecenza. Non quella cattiva, non la sconcezza che umilia e ferisce, ma l’impudicizia allegra, un po’ sgangherata, che mette in crisi le buone maniere e soprattutto la loro pretesa di rappresentare la vita. Forse il suo vero film non l’ha mai girato. Sarebbe stato il film di un uomo che decide di guardare il mondo da un’altra parte. Una parte che non compare nei ritratti ufficiali, nei monumenti, nelle fotografie delle istituzioni. Che però esiste, insiste, resiste. Come il desiderio, che non ha mai avuto bisogno di essere intelligente per essere necessario.
Tinto Brass aveva il culo in testa. E forse, in un Paese che ha sempre avuto la testa altrove, non era poi una posizione così sbagliata.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

EDICOLA