15 Ott, 2026

Kiev, contro la propaganda una glasnost delle armi

Tutti, da destra a sinistra, dicono di voler aiutare Kiev, ma è sul come farlo che si inizia a litigare: servirebbe un’operazione trasparenza


Tutti vogliono aiutare l’Ucraina vittima di un’invasione. Tutti vogliono la pace. Tutti chiedono un’Europa forte e sicura e nessuno, ragionevolmente, vuole gli sprechi di 27 sistemi d’arma non compatibili tra loro per cui la somma della spesa militare europea è più alta di quella della Russia ma alla prova dei fatti meno efficace. È sul “come” raggiungere questi obiettivi che ci sono differenze, a destra a sinistra e al centro.

Operazione trasparenza

A ben vedere, però, neppure così distanti. Cosa servirebbe quindi per ridurre, anzi annullare, le distanze tra i cosiddetti “guerrafondai” e i cosiddetti “pacifisti”? I pacifinti non li prendiamo neppure in considerazione perché la malafede in questioni così delicate si aggiunge al cinismo e il mix è insopportabile.

Servirebbe una sacrosanta glasnost italiana. Ovvero la pubblicazione voce per voce degli undici decreti Ucraina approvati dal Parlamento tra crescenti mal di pancia dal marzo 2022 a oggi. I mal di pancia, al governo, si sono così intensificati che finora nell’anno 2026 non è stato ancora autorizzato alcun pacchetto di aiuti. Anche per aiutare un dibattito sano e non ipocrita sulla questione finanziamenti per la Difesa e la sicurezza europea, il governo avrebbe a disposizione un’arma infallibile: indicare, anche qui, voce per voce la destinazione di ogni singolo euro dei 7 miliardi che la Commissione Ue ci ha concesso per il 2027 e degli altri 7 miliardi per il 2028. Una glasnost italiana su armi e difesa come vaccino contro speculazioni e strumentalizzazioni.

Superare l’ambiguità

Sarebbe tutto più semplice. A meno che non si voglia invece tenere tutto nella melassa dell’ambiguità per poter poi continuare a tenere divisa l’opposizione e a tenere insieme la maggioranza con parole di prestigio come “multidimensionale”. Il maquillage lessicale è necessario per far sparire la parola “armi” e accontentare il pacifismo della Lega (che però vorrebbe tutti i cittadini armati e con la difesa sempre legittima).

Cominciamo dai pacchetti di aiuti all’Ucraina. La lista degli invii è secretata. Il segreto consente di dire che inviamo «solo generatori elettrici» ma no, «anche qualche batteria antimissili, un paio di carriarmati e le munizioni», poche però «perché non le abbiamo neppure noi». Il segreto consente di giocare sulle cifre. Quanto ha speso in quattro anni l’Italia per difendere l’Ucraina? Tre miliardi in tutto, circa 800 milioni l’anno, 50 euro a testa dicono le stime ufficiali del ministero. Ma se così fosse, di cosa stiamo parlando? E, soprattutto, come avremmo finora sostenuto la difesa di un Paese che subisce bombardamenti da quattro anni e otto mesi? O non sono vere quelle cifre o non stiamo aiutando.

Il nodo del riarmo

Il riarmo europeo, il 5% di pil da investire in Difesa secondo gli impegni sottoscritti in ambito Nato, per l’Italia sarebbero circa 90 miliardi l’anno entro il 2033. Cifre mostruose che svolazzano in aria con varie declinazioni terrorizzando opinioni pubbliche e gli stati sociali dei singoli Paesi. Ha detto ieri Meloni a proposito dei 14 miliardi autorizzati da Bruxelles come extradeficit per la Difesa nel biennio ’27-’28: «Non sono soldi tolti a sanità o scuola: se non li spendessimo per la difesa non potremmo spenderli per altro». E già questo è un punto di chiarezza.

Rendere pubbliche le spese

Poi ha proseguito: «Citando il ministro Crosetto, possiamo dire che ogni 100 euro che lo Stato spende per la Difesa, circa 60 pagano gli stipendi di chi difende la nostra sicurezza, 280mila donne e uomini in divisa, circa 10 euro servono a far funzionare le strutture, circa 30 vanno in investimenti, in un comparto che dà lavoro a oltre 300mila persone in migliaia di piccole e medie imprese in tutta Italia. Chi parla di spreco dovrebbe anche spiegare a quelle famiglie che il loro lavoro è superfluo. Quando compriamo – ha continuato – acquistiamo strumenti per difenderci: difesa aerea, sistemi antidrone, cybersicurezza, protezione delle infrastrutture. Compriamo scudi perché la sicurezza è precondizione di prosperità».

Bene, e allora il governo dovrebbe a questo punto rendere pubblici, voce per voce, le spese e gli acquisti e i programmi pluriennali. Il volume del Documento programmatico pluriennale della difesa è una nebulosa per addetti ai lavori poco utile alla comprensione dei fatti. Servono liste ed elenchi con tempi, costi e utilizzo voce per voce. E magari un’ipotesi di come quell’investimento potrebbe sviluppare in termini di occupazione qualificata e di utilizzo nel settore civile. Non è difficile. È una scelta di buon senso che metterebbe a tacere lo spaesato senso comune.

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