13 Ott, 2026

Trump e il declino della deterrenza americana: quando il mondo smette di ascoltare Washington

Le continue rivendicazioni di Trump su una tregua energetica tra Ucraina e Russia svelano la crisi della strategia del tycoon: tra diplomazia personalistica, limiti della potenza militare e perdita di capacità di deterrenza, gli Stati Uniti faticano sempre più a imporre la propria volontà agli avversari.


«Il cessate il fuoco energetico si è fatto perché ho detto io loro di farlo». A sentirlo parlare casualmente, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump potrebbe apparire semplicemente fuori di senno. Non c’è infatti alcun cessate il fuoco energetico tra Ucraine e Russia, nonostante le continue rivendicazioni del tycoon in merito. La stessa Casa Bianca ha ammesso quietamente come la proposta sia ancora “sotto esame” del governo russo: Kiev non viene nemmeno citata ma nemmeno arrivano da Mosca conferme serie di quanto affermato da Washington e intanto i bombardamenti continuano. La scena non dovrebbe sorprendere: giù lo scorso 14 settembre Trump aveva annunciato una tregua riguardante la produzione energetica dei due paesi e anche in quel caso le due nazioni avevano preferito non commentare e gli attacchi erano andati avanti.

La fine della deterrenza americana

Le turbolenze verbali del tycoon si riducono così a una scena un po’ patetica, quella di un vecchio leader che insiste nel rivendicare la propria rilevanza mentre tutti lo ignorano. Ma sotto l’aspetto – per così dire – “biografico” della vicenda, si cela in realtà un cambiamento pesante per tutto il profilo dell’amministrazione americana, che avrà conseguenze importanti per l’agibilità e per il lascito di questo esecutivo. Si tratta del venir meno di un tratto centrale della retorica trumpiana, nonché di una colonna portante della sua promessa geopolitica: il restauro della deterrenza degli Stati Uniti come potenza mondiale.

Sia chiaro, Washington resta una superpotenza militare ed economica capace di infliggere conseguenze pesanti ai Paesi che volessero sfidarla. Ma un braccio di ferro – come la guerra in Medio Oriente ci sta dimostrando – non si fa solo con le bombe e con le sanzioni, si fa anche e soprattutto con una capacità persuasiva figlia di una combinazione tra autorità, autorevolezza, potenza diplomatica, legittimità politica e ideologica e influenza. Un patrimonio che l’America – la nazione che più di tutte le altre ha regnato grazie al soft power – sembra aver oggi largamente dissipato.

Il declino americano prima di Trump

Il processo di deterioramento era iniziato, va detto, ben prima di Trump e dell’arrivo della sua congrega di populisti al potere e non può dunque essere attribuita interamente all’operato degli apprendisti stregoni che sotto il mandato del tycoon hanno affollato lo Studio Ovale. Anzi, si potrebbe argomentare che proprio l’ascesa di Trump sia anche una reazione di certi segmenti della società statunitense alla perdita di smalto dell’impero americano. La sua rielezione nel 2024 è stata incentrata in larga parte proprio su questo: l’amministrazione di Joe Biden aveva, a detta del magnate newyorchese, dilapidato la reputazione americana proiettando un’immagine debole e poco incisiva al punto da farsi trascinare da propri alleati (Ucraina e Israele in primis) in contese che poco avevano a che fare con i suoi interessi nazionali.

Trump doveva invece incarnare un ritorno alla politica di potenza, una traslatio imperi personalista, dal leader allo Stato, insomma un uomo forte per un impero forte. E per qualche mese ha funzionato: ha intimidito gli alleati europei affinché capitolassero alle sue richieste commerciali, militari ed energetiche; rapito il presidente venezuelano Nicolas Maduro; per un breve istante ha persino illuso di poter negoziare alla pari con Vladimir Putin una spartizione del mondo.

La diplomazia degli amiconi e il fallimento del trumpismo

Già, perché in ossequio alla peculiare declinazione isolazionista del nazionalismo imperialista del Make America Great Again il trumpismo non ha mai preteso che la sua deterrenza andasse incarnata attraverso la competizione pura, anzi. Figlio della disillusione delle forever wars, le “guerre eterne” scatenate in Medio Oriente da amministrazioni di vario colore, il movimento guidato dal tycoon ha sempre puntato su una “diplomazia degli amiconi” che riuscisse a disinnescare le spinte ostili delle potenze nemiche dell’America o, almeno, di alcune di esse. Russia e Corea del Nord, soprattutto, destinatarie di un grossolano corteggiamento volto a ottenere la loro defezione dal campo avversario in cambio di qualche prebenda geopolitica. Un approccio del bastone e della carota che oggi appare fallimentare, tanto nella sua declinazione muscolare quanto in quella diplomatica.

In parte, perché la personalità di Trump non è riuscita a colmare i limiti materiali di un impero giunto a una flessione strutturale probabilmente irreversibile. Quando nel maggio 2025 il tycoon ordinava lo stop ai bombardamenti contro gli Houthi, lanciati inizialmente dallo stesso Biden e poi rilanciati con ancora maggior furia dallo stesso Trump una volta arrivato alla Casa Bianca, stava ammettendo che la sua leva militare era spuntata. Aprendo così la strada, un anno dopo, alla conquista dello stretto di Bab el Mandeb da parte del gruppo ribelle yemenita e alla sua guerra senza frontiere contro l’Arabia Saudita.

L’errore di Trump: credere che tutti ragionino come lui

In parte, perché il mondo è ben diverso da come l’ingenua (o cinica, a seconda del punto di vista) retorica trumpiana lo ha dipinto. Nella propria limitatezza di giudizio, Trump e il suo gruppo dirigente hanno immaginato che gran parte delle controparti anti-americane fossero simili a loro e dunque altrettanto suscettibili nei confronti di una prospettiva di facile guadagno e pubblicità. Come se i mandarini del KGB che regnano al Cremlino, i generali dei Pasdaran asserragliati nei loro fortini persiani o i capi del potente partito-nazione cinese avessero adottato la logica del contrasto all’Occidente per sport. Come se Vladimir Putin o Xi Jinping fossero dei Gianni Infantino qualunque.

Dopo il rapimendo di Nicolas Maduro, il massacro dei leader iraniani, Guida Suprema Alì Khamenei in testa, doveva servire anche a questo: ricordare a costoro cosa succede a chi non vuole stare nel posto scelto per lui del tycoon. Il fallimento della grande spallata persiana, con la reazione militare dei Pasdaran che si stringe attorno a Hormuz come una trappola per orsi contro la zampa del malcapitato e imprudente invasore, ha messo a nudo tutti i limiti della scommessa trumpiana.

Trump ignorato da Putin e Zelensky

Così oggi Trump può minacciare, proclamare, persino implorare una tregua energetica che lo aiuti a scavalcare con meno difficoltà le elezioni di midterm senza l’alleato Zelensky – che avrebbe tutto da perdere da una fine degli aiuti americani – o l’avversario Putin – che avrebbe tutto da perdere da un ulteriore irrigidimento della politica americana nei suoi confronti – sembrino badarvi. Mai nella storia un presidente americano era stato trattato con tanta sufficienza, quasi che tutti sapessero che il tycoon sia ormai incastrato in un pasticcio di retorica e ostacoli strutturali dal quale non è da attendersi alcuna svolta di rilievo.

Un tempo Theodore Roosevelt disse famosamente: «Parla a voce bassa ma porta con te un grosso bastone, tutti ti ascolteranno». Donald Trump non ha mai preteso di modulare il proprio tono vocale per essere più rispettoso, anzi ne ha abusato spesso per vantarsi della grandezza del suo bastone (o del suo bottone rosso, come fece durante un celebre scambio con il dittatore nordcoreano Kim Jong Un). Chissà che un giorno, parafrasando Roosevelt, non si dica che il motto di Trump fosse: urla più che puoi e agita un fuscello, nessuno ti rispetterà.

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