Quasi otto elettori su dieci non sono andati a votare alle suppletive di Reggio Calabria. Il problema non è soltanto l’astensionismo: è una democrazia che fatica a mobilitare. Rabbia, rancore e demagogia sì
È chiaro anche ai tifosi più accesi quale sia la notizia delle suppletive di Reggio Calabria. Non che abbia vinto il centrodestra, e neppure che l’orco Vannacci si sia fermato all’11 per cento.
Il dato è che quasi 8 elettori su dieci non sono andati a votare. La democrazia spalanca le sue porte e quattro italiani su cinque le guardano e passano oltre.
Non si tratta della solita retorica sul senso civico e la partecipazione, ma di porsi una domanda centrale: come abbiamo fatto, mentre ovunque imperversano dittature e autocrazia, a rendere impopolare il nostro sistema, cui pure anelano milioni di persone in tutto il mondo?
Il nodo è forse nella parola. E se l’astensionismo non fosse disinteresse, ma solo energia politica non rappresentata? In questo caso, resterà «fredda» solo finché qualcuno non la trasformerà in rabbia. Il rischio, allora, non è che votino in pochi, ma che la democrazia ordinaria non mobiliti più mentre la demagogia riesce ancora a farlo.
La sensazione è di vivere nell’era della democrazia intermittente, che si accende solo quando il voto diventa un plebiscito emotivo – contro qualcuno, contro qualcosa, contro il sistema – e per il resto rimane sbiadita e in stand-by. In sintesi: vado alle urne solo se ho qualcuno da punire o da odiare.
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La rabbia funziona subito
In questo scenario, ogni forma di realismo e di pragmatismo perde spessore e precipita nella classifica delle priorità. Che te ne fai di una riforma sanitaria ben costruita, di un progetto sulla scuola, di una nuova politica industriale? Che peso hanno produttività, debito, energia e pubblica amministrazione?
Tutto ciò appartiene alla zona grigia in cui bisogna studiare, scegliere, accettare compromessi e aspettare risultati. Un campo di erba secca da far fiorire con la pazienza e la visione del futuro.
La rabbia, invece, funziona subito. Quindi l’agenda si rimodella da sola. Sicurezza intesa come decreti che inaspriscono le pene. Integrazione come percentuale di bambini stranieri nella scuola, o come divieto di burqa senza sapere chi e dove lo impone. Industria diventa sinonimo di decreti di spesa a vuoto per far galleggiare ancora l’ex Ilva.
Energia coincide con la riduzione temporanea delle accise. In questo quadro, l’intesa con le compagnie petrolifere per un tetto di 30 giorni al prezzo del carburante è il colpo da maestro di chi ha imparato la lezione.
Il terreno di conquista del populismo
Per paradosso, l’unico campo in cui la demagogia attecchisce poco è proprio quello in cui se ne fa di più. In politica estera, gli avversari del governo sono sia interni sia esterni. E gli uni e gli altri proclamano come obiettivo l’impossibile: essere con l’Europa ma contro la sua unità e la sua difesa, con la Nato ma contro la sua forza militare, con l’Ucraina ma per lasciarla al suo destino, per la libertà e i diritti ma silenti contro i regimi islamici.
Su questi temi, Giorgia Meloni è perlomeno riuscita a rendere l’Italia un Paese stabile nelle alleanze e nelle conseguenti scelte.
Sul resto, sia il campo largo della sinistra sia quello stretto della destra sono in realtà due campi aperti, terreni di conquista del populismo. Funziona l’immigrato che ti minaccia o ti porta via qualcosa, Bruxelles che ti comanda, i banchieri, i fascisti, i comunisti, la Nato, la casta, i gay, i vaccini. Le forze estreme cambiano bersaglio, ma conoscono perfettamente il meccanismo: al cittadino basta offrire un colpevole.
Le fanfare del rancore
Chi pensa che gli elettori calabresi resteranno a casa per sempre si sbaglia. Si risveglieranno appena suoneranno le fanfare del rancore. Toccherebbe ai partiti di governo, a destra e a sinistra, farli tornare alle urne per qualcosa di diverso da un nemico. Chi vuole soltanto vincere può continuare a eccitare le curve.
Chi vuole governare deve tornare a costruire consenso, interessi comuni, perfino un’idea di società. Attese ed emozioni, non soltanto paure e mance sull’onda dell’ultimo sondaggio.































