Dopo Eni e IP, anche Q8 aderisce al price cap per trenta giorni. I primi dati Mimit mostrano prezzi medi in calo, ma resta aperto il nodo degli operatori indipendenti e di chi usa il carburante per lavorare
Il price cap sui carburanti si allarga. Dopo Eni e IP, anche Q8 Italia accoglie l’invito del governo e annuncia un tetto ai prezzi di benzina e gasolio per trenta giorni, a partire dal primo ottobre. La premier Giorgia Meloni ringrazia il Kuwait e il gruppo Q8 per aver risposto all’appello dell’esecutivo. E intanto arrivano i primi numeri del Mimit: i prezzi medi sono in calo sia sulla rete ordinaria sia in autostrada.
I prezzi iniziano a scendere
Secondo l’Osservatorio sui prezzi dei carburanti, il 29 settembre la benzina self sulla rete nazionale scende in media a 2,126 euro al litro, dai 2,152 del giorno precedente, mentre il gasolio passa da 2,369 a 2,335 euro. In autostrada la benzina self scende a 2,180 euro al litro, dai 2,214 di ieri, mentre il gasolio passa da 2,420 a 2,383 euro.
Q8 precisa che il tetto sarà applicato con un «approccio modulare», tenendo conto delle diverse realtà della propria rete, e che gestori e partner saranno sostenuti per garantire la sostenibilità economica della filiera.
Lo sconto sul gasolio continuerà dal 6 ottobre
Intanto il ministro della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto annuncia che lo sconto fiscale sul gasolio, in vigore fino al 5 ottobre, proseguirà anche dal 6. Per il dopo, il governo valuterà l’utilizzo delle accise mobili e il passaggio da sconti generalizzati a misure più mirate.
L’ingresso di Q8 allarga dunque il fronte delle compagnie che hanno scelto il calmiere. Ma resta aperto il problema che già ieri emergeva con forza: che cosa accade agli operatori indipendenti e a chi del carburante ha bisogno per lavorare?
Il tetto alla pompa e il nodo della filiera
Il tetto, alla fine, è arrivato. Almeno alla pompa. Eni ha fissato il price cap a 1,99 euro al litro per la benzina e 2,19 per il diesel. E l’effetto è stato immediato: automobilisti in fila alle stazioni Enilive, quasi che qualcuno avesse annunciato i saldi sul pieno invece che sulla camicia di lino rimasta invenduta.
Anche Piazza Affari ha gradito: il titolo Eni ha guadagnato il 2,03%. Il mercato, insomma, sembra aver apprezzato il calmiere più della minacciata tassa sui sovraprofitti, operazione resa piuttosto acrobatica dalla difficoltà di stabilire con precisione quali siano, appunto, questi benedetti extraprofitti.
Il dubbio che agitava gli investitori era semplice: un prelievo straordinario sugli utili che, secondo le indiscrezioni, avrebbe potuto arrivare fino al 5%. Una cifra tutt’altro che simbolica, che per ora finisce in cantina insieme alle altre ipotesi fiscali. Se il prezzo del petrolio dovesse scendere, resterà comunque il gesto di buona volontà da mettere sul tavolo del governo per disinnescare nuovi furori tributari.
Ieri il barile è sceso sotto quota 100 euro, dopo la fiammata iniziale. Ma ormai la quotazione del petrolio sembra avere cambiato termometro: più che l’economia, misura la temperatura della geopolitica. E quella, come noto, non è esattamente famosa per la stabilità.
IP, il tetto non è ancora scattato ovunque
In scia si è mossa anche IP, con il price cap annunciato da Socar, il colosso azero che a maggio controllerà Italiana Petroli. La rete conta oltre 4.500 punti vendita, ma per ora il tetto procede a macchia di leopardo: alcune centinaia di distributori hanno già adeguato i prezzi, anche in autostrada, mentre altri continuano a esporre cifre sostanzialmente in linea con quelle dei giorni precedenti.
Il meccanismo dovrebbe partire dai punti vendita di proprietà per poi allargarsi al resto della rete. Insomma, il tetto c’è, ma non è ancora arrivato dappertutto. Diciamo che sta facendo il giro dell’Italia.
Il problema degli operatori indipendenti
E qui arriva il problema vero. Eni e IP insieme coprono circa il 40% della rete, mentre oltre il 35% è formato da operatori indipendenti. Assopetroli chiede quindi che il price cap venga esteso anche all’ingrosso. Altrimenti il rischio è piuttosto curioso: comprare il carburante a caro prezzo, essere obbligati a venderlo a prezzo calmierato e scoprire, alla fine del mese, di aver aperto un distributore per beneficenza.
«Si dia la possibilità a tutti di concorrere», chiede il segretario generale Sebastiano Gallitelli, sollecitando un tavolo con la filiera e il governo.
Qualche effetto sui prezzi si vede, ma senza aspettarsi il miracolo della moltiplicazione dei centesimi. Secondo l’Unione nazionale consumatori, il calo medio è ancora contenuto. Il Friuli Venezia Giulia registra le riduzioni maggiori, seguito da Lazio e Abruzzo, proprio le regioni dove la presenza delle stazioni Eni è più consistente.
Per il presidente Massimiliano Dona, bisognerà ora capire se la concorrenza convincerà anche gli altri operatori a mettere mano ai listini. Perché il vero banco di prova sarà questo: capire se il prezzo scende davvero oppure se, come spesso accade alla pompa, a scendere è soprattutto l’umore di chi fa il pieno.
Camionisti e tassisti alzano la voce
Ma mentre gli automobilisti cercano qualche centesimo di sollievo sul display, il mondo dei trasporti continua a fare i conti con aumenti decisamente più pesanti.
I camionisti sono pronti alla mobilitazione. Il Comitato autotrasportatori siciliani ha annunciato il blocco dei trasporti nei porti dell’isola dal 16 al 20 ottobre, denunciando l’assenza di risposte del governo sul caro carburante.
E anche i tassisti alzano la voce. ItTaxi minaccia lo sciopero e fotografa una situazione diventata difficile da sostenere: il carburante aumenta, mentre le tariffe sono stabilite dai Comuni e non possono essere ritoccate autonomamente. Il tassista, insomma, può girare il volante, ma non il tassametro.
La richiesta è di considerare il carburante utilizzato per il servizio taxi come “carburante professionale”, con una riduzione strutturale delle accise.
Anche UriTaxi considera positivo lo sconto di Eni e IP, ma lo giudica marginale rispetto a rincari che negli ultimi mesi hanno raggiunto, secondo l’associazione, anche il 40%.
Insomma, il price cap ha finalmente messo un tetto alla pompa. Ma sotto quel tetto resta una filiera intera che chiede di non essere lasciata a piedi: distributori indipendenti, autotrasportatori, tassisti.
Per l’automobilista il pieno può costare qualche centesimo meno. Per chi con quel pieno lavora, invece, la strada del sollievo è ancora tutta da percorrere.
E camionisti e tassisti, nel dubbio, stanno già studiando la soluzione più semplice: lasciare il mezzo parcheggiato. Perché quando il carburante costa più della pazienza, anche il motore rischia di preferire il silenzio.
































