24 Set, 2026

Giorgetti e il dubbio amletico: usare o no i 36 miliardi a debito della Ue?

Giancarlo Giorgetti

Il ministro economico ha fatto il punto dopo la bocciatura dell’Italia. «Stiamo valutando cosa fare». Quelle spese di Fa e Anas che hanno fatto sballare i conti


Siamo oltre il dubbio amletico. «Essere o non essere» erano quisquilie al confronto. Qui, adesso, è: usare o no la flessibilità resa disponibile da Bruxelles?

Usare i 36 miliardi (in tre anni, ’27-’29) per spese in difesa-sicurezza ed energia e aumentare, così, il rapporto deficit-pil fra il 3,5 e il 4%? Oppure rinunciare alla flessibilità e procedere con la richiesta di uno scostamento minimo (in base all’articolo 81 della Carta sul principio dell’equilibrio di bilancio) di quei 3-4 miliardi necessari per chiudere la legge di bilancio?

Il dubbio logora e stanca e ancora di più interroga: fare un’ultima manovra «elettorale» cioè larga e generosa come chiedono i tuoi alleati e più di tutti il tuo partito (la Lega)? O tenere il passo, come è stato in questi anni e fare una manovra di austerity?

Anche perché chiunque vinca nel 2027, se si prendono i miliardi della flessibilità restando sotto procedura, c’è il rischio di non uscire neppure nel 2027. E questo sarebbe un guaio per tutti.

Il dubbio amletico di Giorgetti

Con la faccia di Amleto, il ministro economico Giancarlo Giorgetti ha affrontato il question time ieri alla Camera. E il cuore di ogni risposta è stato sempre lo stesso: «L’attivazione della clausola di salvaguardia per ulteriori spese in energia e difesa sarebbe stata scontata e automatica in caso di deficit/Pil sotto il 3% e di uscita dalla procedura di infrazione Ue. Invece, alla luce dei dati finali Istat, questa decisione richiede una interpretazione su cui stiamo lavorando da tempo».

Da oltre un anno, ha spiegato il titolare di via XX Settembre, «sto lavorando ogni giorno con la Commissione europea per questa clausola che abbiamo proposto noi quando nessuno in Europa la voleva: l’Europa poi l’ha riconosciuta e da aprile stiamo valutando cosa fare qualora l’Istat avesse confermato, nella sua autonomia, la stima del deficit/Pil 2025 al 3,1%».

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Meloni attacca l’Istat, Giorgetti difende i numeri

Giorgetti entra e esce dall’aula con la stessa faccia amletica, dubbiosa, concentrata ma su altro che non è in questa aula. La differenza con Giorgia Meloni è palese, tangibile: tanto lei ha attaccato in modo velenoso l’Istituto nazionale di statistica («dopo due anni corregge sempre e non capisco se sottostima il governo o gli italiani»), quanto il ministro rispetta ruoli, distanze e numeri. Il sistema di revisione, ragiona a voce alta con l’aula, è «molto articolato» e i dati appena diffusi per il 2024 e il 2025 «sono da ritenere ancora una volta provvisori».

Dunque, in effetti sì, è possibile che tra dodici mesi scopriremo che eravamo già sotto il 3%.

Le regole però sono queste e vanno rispettate quando sono favorevoli e quando non lo sono. L’ottimismo della vigilia – con tutto quello che ne conseguiva – era più che giustificato dai conti e dalle verifiche. C’è qualcosa però che è sfuggito al Mef, che ha fatto saltare i conti e – udite udite – non è il Superbonus: si tratta di circa 800 milioni contabilizzati tra Anas e Fs.

«Voci della spesa – ha spiegato Giorgetti – che non sono nell’autonoma disponibilità e immediata conoscibilità del ministero dell’Economia e delle finanze». Insomma Giorgetti ha più volte richiesto modifiche normative per rafforzare il sistema di rilevazione attuale. Non è stato ascoltato ma ora non ha senso lamentarsi. È la solita storia dell’arbitro che fischia, qui poi non è previsto neppure il Var.

«Fallimento? E perché mai?»

Per tutto questo quando l’onorevole Maria Elena Boschi (Iv) gli chiede se sente di aver «fallito» («l’austerity non ha prodotto crescita e neppure l’uscita dalla procedura, risultato: paese fermo e povero»), Giorgetti respinge: «E perché mai? Il nostro timing prevede l’uscita dalla procedura nel 2027. Abbiamo provato a farlo prima e non ci siamo riusciti, peccato, pazienza, ma non certo fallimento».

Anche perché l’Ocse vede bene il sistema Italia. Giorgetti rivendica: «Il governo aveva prudentemente messo nelle previsioni per quest’anno lo 0,6%, oggi l’Ocse ha aggiornato le previsioni dallo 0,5% allo 0,9% e questo ci leva da essere in coda all’Europa».

Crosetto, Salvini e Schillaci presentano il conto

Mentre Giorgetti proverà a decidere il da farsi, intorno a lui si alzano voci, richieste, pretese. Guido Crosetto, il ministro della Difesa anche lui protagonista del question time, sembra non avere dubbi. «Ma certo che chiederemo la flessibilità» sussurra lasciando l’aula. «E comunque deciderà Giancarlo con cui non mi farete mai litigare…».

Anche perché senza i miliardi della flessibilità, come si mantengono le promesse alla Nato e all’Europa in tema di Difesa e sicurezza? Ci sono i fondi del Safe (da non confondere con la flessibilità) ma non basterebbero.

Si sappia però: Crosetto batterà cassa per mantenere gli impegni presi e aggiornare il sistema della Difesa nazionale alle minacce attuali. Matteo Salvini poi mette le cose in chiaro da subito:

«A me serve o lo scostamento di bilancio oppure un’abile manovra di Giorgetti perché entro il 31 dicembre il mio ministero ha bisogno di 8 miliardi per non fermare i cantieri».

Orazio Schillaci ne ha chiesti almeno cinque per garantire un Servizio sanitario nazionale funzionante. Giorgetti ha ribadito la promessa di «ridurre le tasse al ceto medio, entro i 60 mila euro di reddito» e di rendere strutturale il taglio del bollo. Salvini vuole anche le pensioni. I conti non tornano, e neppure hanno iniziato a contare.

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