23 Set, 2026

Deficit, quel maledetto 0,1%: Giorgetti tra due fuochi, Meloni attacca l’Istat

Giorgetti e Meloni

Lo 0,1% che manca per scendere sotto la soglia europea vale circa due miliardi e mezzo e manda all’aria i piani sulla manovra. Giorgetti deve scegliere tra il rigore dei conti e le richieste degli alleati


Era lo scenario peggiore e si è verificato: l’Istat certifica che il rapporto deficit/pil resta al 3,1% e i conti pubblici italiani restano sorvegliati speciali, in “procedura d’infrazione europea” per un maledetto 0,1% che sono circa due miliardi e mezzo. Il ministro Giorgetti – per quanto imperscrutabile era però ottimista – ha evocato il più volte citato allenatore Boskov: «È rigore quando l’arbitro fischia. Se non fischia cosa volete che vi dica? Protesterò con l’arbitro ma non posso farci nulla».

E così il titolare del Mef si trova ora in un angolo con tre lati assai puntuti: lo spazio di manovra – cioè i soldi disponibili – per la legge di bilancio sono molto pochi; sarà l’ultima legge di bilancio e tutte le forze politiche di maggioranza vorrebbero che fosse finalmente, dopo anni di austerity, larga e generosa, in una parola elettorale; ma se molla la cinghia finora tenuta stretta, l’Italia non esce dalla procedura neppure il prossimo anno. E questo è un guaio per chiunque vincerà le elezioni nel 2027.

Il dilemma di Giorgetti

Parliamoci chiaro: la conferma dello sforamento del tetto del 3 per cento è una brutta notizia per tutti. Ieri alla Camera dei deputati nessuno tra le forze di opposizione ha mostrato segni di giubilo. Al netto di qualche battuta – «governo finito, vadano a casa» – uscita dalle bocche pentastellate. Di sicuro le forze di maggioranza hanno mostrato grande preoccupazione. Speravano in una cavalcata di mance e mancette. Non potrà essere così a meno di strappare con Bruxelles e con le regole del Patto di stabilità e crescita che coordina le politiche di bilancio dei 27 per garantire conti pubblici sani.

Sarà questo il dilemma di Giorgetti da qui a dicembre: sfondare i conti e accontentare gli alleati? Mantenere il rigore e spiegare, in campagna elettorale, con gli stipendi fermi, l’inflazione oltre il 3% e il quadro internazionale che è quello che è, che sarà ancora austerity?

Il primo a rispondere è Matteo Salvini: «Dico chiaramente che non sarà questo 0,1 a condizionare o a limitare la nostra voglia di investire, di innovare, di modernizzare, di mettere in sicurezza». Il sottotitolo è: caro Giancarlo, fuori i soldi per le pensioni, per la sicurezza, per le bollette, citofonare banche. Tajani non sarà d’accordo.

Giorgetti: «Non usciremo dalla procedura quest’anno»

Le parole di Giorgetti acquistano subito sfumature drammatiche: «Prendiamo atto, non senza rammarico, dei dati definitivi Istat. Purtroppo l’Italia non uscirà anticipatamente già quest’anno dalla procedura di infrazione per deficit eccessivo, come avevamo sperato ma, coerentemente con i dati già espressi nel Dfp, questo potrà accadere nel 2027».

Nei dati finali del 2025 ci sono anche luci o non solo ombre. Ma l’indebitamento netto frega, eccome se frega.

«Sono molto rammaricata – ha commentato la premier intervistata da Bruno Vespa – perché abbiamo fatto un lavoro complesso sul debito. Quando siamo entrati eravamo allo 8,1, quattro anni dopo siamo al 3,08%. Insomma, è mancato nulla per uscire dalla procedura. Non è successo e mi scoccerebbe molto se fra due anni, come spesso succede, Istat dovesse correggere e dirci che nel 2025 eravamo in realtà al 2,9 e non al 3,08… Insomma, non so se l’Istat sottostima gli italiani o il governo».

Sistemato anche l’Istat, e non è la prima volta. Per Tajani quello 0,1 in più è addirittura una «inezia rispetto ai risultati straordinari del governo».

Il calendario della manovra

Ora è tutto in mano a Giorgetti. Le date sono già scritte: entro la fine di settembre il ministro dovrà inviare a Bruxelles il Documento di finanza pubblica (Dpfp); entro la metà di ottobre è la volta della manovra che dovrà essere approvata dal commissario Dombrovskis. A quel punto sarà tutto un po’ più chiaro e la temperatura altissima. Perché è chiaro che dovrà essere chiesto un importante scostamento di bilancio.

Soldi in deficit, ancora debito, ma per fare cosa?

Il Pd parla di «danno reputazionale». «Per quattro anni – dice Cecilia Guerra che al Mef è stata sottosegretaria – il governo ci ha spiegato come il controllo dei conti fosse l’obiettivo prioritario tanto da giustificare politiche misere, incapaci di incidere su un Paese in affanno, segnato da diseguaglianze crescenti. Oggi brucia, per tutti, il fallimento ma ancora di più la bassa crescita».

La mina dei 36 miliardi

Poi, da tecnica, Guerra mette in guardia da rischi e tranelli figli della bocciatura. «Ora Giorgetti deve chiarire il prima possibile gli effetti del mancato traguardo rispetto al ricorso alle clausole di flessibilità per energia e difesa».

Guerra mette il dito sulla piaga e su quello che sarà il vero scontro in maggioranza e nella opposizione. A metà agosto infatti Giorgetti aveva chiesto l’autorizzazione al Parlamento per utilizzare la flessibilità concessa da Bruxelles per spese per la difesa e spese per l’energia, circa 36 miliardi di cui però non sappiamo ancora il dettaglio né la destinazione.

Guerra avverte che il ricorso a quel deficit è sottoposto a una regola “asimmetrica”: «Se non si è più sotto procedura d’infrazione (cioè sotto il 3%, ndr), quel prestito non conterà ai fini del deficit». Ma se, come invece è successo, si resta sotto la procedura, «il deficit creato con la flessibilità viene contato».

Quei 36 miliardi saranno dunque presi facendo debito e rinviando ancora l’uscita dalla procedura? «La flessibilità per l’energia è fondamentale – continua Guerra – per finanziare interventi strutturali che ci permettano di affrontare la crisi energetica come scritto da Schlein nella lettera a Meloni. Ma quelli per la Difesa, a chi e a cosa serviranno?».

Il “Piano B” e la fine della legislatura

Ed eccola qui la mina innescata sotto la maggioranza ma anche tra i banchi delle opposizioni.

Che farà Giorgetti? I conti non tornano più e la manovra dovrà essere scritta di nuovo. È il famoso “Piano B” a cui fa riferimento Marco Osnato, il presidente Fdi della Commissione Finanze. Rispetto al quale il Movimento 5 Stelle alza barricate insormontabili: «A Meloni, Giorgetti e Crosetto diciamo chiaro fin da ora che non ci provino neppure a procedere con scostamenti di bilancio per aumenti straordinari delle spese militari che graverebbero sul futuro del Paese e dei cittadini».

Più o meno le parole di Salvini. E il quadro è chiaro in tutta la sua complessità. La fine della legislatura sembra avvicinarsi. Il voto sulla legge elettorale, entro metà ottobre, chiarirà tempi e modi.

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