23 Set, 2026

Mentre si parla di gonne, Vannacci arruola. Alta tensione nella Lega

Senatrici in minigonna a palazzo Madama per protesta

Dalla polemica sulla frase «Una donna la preferisco sempre senza gonna» ai nuovi arrivi in Futuro Nazionale. Vannacci sottrae uomini al centrodestra mentre nella Lega si apre la partita del congresso


C’è qualcosa che non torna nel rapporto fra il centrodestra e le donne. E non è soltanto una questione di gonne, anche se proprio dalle gonne conviene cominciare. Prima Antonio Tajani, ministro degli Esteri e vicepremier, si lascia andare a una battuta sulla lunghezza delle gonne e sulla serietà delle donne. Poi Roberto Vannacci, generale ed eurodeputato, alla domanda su quale preferisca, tra una gonna lunga e una corta, risponde:

«Una donna la preferisco sempre senza gonna».

Tra una caduta di stile e una caduta nel linguaggio da caserma il passo è breve. E il centrodestra, per non farsi mancare nulla, riesce a percorrerlo in ordine sparso. Le donne, evidentemente, restano un territorio minato. Tajani può sempre rivendicare la leggerezza della battuta, Vannacci può rifugiarsi nella formula della domanda «leggera» alla quale avrebbe risposto in maniera altrettanto leggera.

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Ma quando il linguaggio politico trasforma le donne in una questione di gonne e di preferenze sartoriali, la leggerezza diventa un alibi piuttosto pesante. Immancabili le reazioni alle parole di Vannacci: il Pd parla di «affermazioni ignobili», Avs di «regressione di Vannacci allo stato animale», Calenda definisce il generale «un troglodita», alcune senatrici si mostrano in minigonna per protesta.

Mentre si discute di gonne, Vannacci arruola

Per capire ciò che sta accadendo nel centrodestra basta guardare il Parlamento. Perché mentre si discute di gonne, Vannacci continua ad arruolare. L’ultimo commilitone è Tommaso Calderone, deputato siciliano di Forza Italia e vicepresidente della Commissione Giustizia.

Non un peones qualsiasi: un avvocato penalista messinese, con un passato nel Msi poi transitato nell’Alleanza nazionale della svolta di Fiuggi e, dopo una parentesi con La Destra di Francesco Storace, approdato nel partito di Silvio Berlusconi nel 2014.

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Nel 2017, alle regionali siciliane, aveva raccolto oltre 13mila preferenze tra Messina e provincia; nel 2019 era diventato capogruppo di Forza Italia all’Ars, quindi nel 2022 era arrivato alla Camera. È la fotografia di un movimento che non ha bisogno di conquistare il centrodestra dall’esterno perché sta cominciando a prenderne pezzi dall’interno.

Calderone non è il primo. Da Forza Italia erano già arrivati Attilio Pierro e Davide Bergamini; dalla Lega sono approdati, tra gli altri, Ziello, Laura Ravetto, Rossano Sasso, Domenico Furgiuele e Gianangelo Bof; da Fratelli d’Italia è arrivato Emanuele Pozzolo.

Forza Italia, peraltro, non nasconde la preoccupazione. Marco Falcone, eurodeputato azzurro, dice di rispettare le ragioni di Calderone ma ammette il timore che il partito possa perdere progressivamente «aderenza con la gente comune». E chiede a Roma una riflessione.

Anche il generale comincia a perdere uomini

Anche il generale ha cominciato a perdere però i suoi uomini. A Sassari il comitato 643, il più grande della Sardegna, ha annunciato l’uscita di 500 iscritti. Il referente Marcello Orrù ha comunicato alla direzione di Futuro Nazionale la restituzione delle tessere e il passaggio al progetto Italia Domani di Marco Rizzo, che si prepara al congresso fondativo del 3 ottobre. Il grande arcipelago della destra radicale comincia così a frammentarsi in tante piccole isole.

Il vero malato resta la Lega

Ma il vero malato del centrodestra resta la Lega. Qui il retroscena è più delicato. Matteo Salvini ha annunciato il congresso elettivo entro ottobre. Ufficialmente è il congresso che dovrebbe rinnovare la guida del partito. Nei corridoi del Carroccio, però, qualcuno lo legge anche come una mossa per impedire che la discussione sulla leadership sfugga di mano. Salvini deve difendersi da un lungo elenco di errori che gli vengono attribuiti e soprattutto dalla sensazione che il partito abbia smarrito parte della sua identità.

Claudio Borghi ha detto di aspettarsi altri candidati oltre a Salvini, citando Lorenzo Fontana e Massimiliano Romeo, pur dichiarando di ritenere che alla fine Salvini possa prevalere. Romeo, secondo quanto raccontano alcuni partecipanti, avrebbe lasciato l’ultima riunione del Federale sbattendo la porta e battendo i pugni sul tavolo. Se c’è qualcuno che sembra avere davvero voglia di misurarsi con il segretario, è lui.

Zaia guarda al centro

Eppure basterebbe che Luca Zaia muovesse un dito per cambiare gli equilibri. Ma il governatore veneto, almeno per ora, sembra avere altro per la testa. Più che scalzare Salvini, sarebbe interessato a raccogliere i cocci dell’area moderata e a costruire uno spazio al centro, anche in rapporto con Marina Berlusconi e con quel che resta dell’eredità politica del Cavaliere. Non è casuale, in questa chiave, la sua attenzione ai temi dei diritti civili e la partecipazione alla mobilitazione sul fine vita. Un’altra idea di destra.

Più liberale, più attenta alle libertà individuali, meno disponibile a inseguire Vannacci sul terreno della sicurezza e dell’immigrazione. Anche dentro la Lega affiorano segnali di questa diversità: a Torino il capogruppo regionale Fabrizio Ricca ha sostenuto la proposta di legge sul fine vita promossa dall’Associazione Coscioni.

Il paradosso è che mentre Zaia guarda al centro, Salvini deve guardarsi alle spalle e Vannacci gli sfila gli uomini davanti. Simona Loizzo ha contestato apertamente la scelta di tornare alla denominazione Lega Nord, sostenendo che potrebbe ghettizzare il partito in due o tre regioni del Nord dopo anni trascorsi a costruire una dimensione nazionale. Un ridimensionamento geografico prima ancora che politico.

Reggio Calabria, il test di Vannacci

Poi c’è Reggio Calabria. Questo fine settimana si vota per le suppletive e Vannacci tornerà in piazza Duomo per chiudere la campagna di Domenico Giannetta, candidato di Futuro Nazionale. La competizione è piccola, ma il generale ha bisogno di trasformarla in qualcosa di grande. Ha evocato la Sassonia e l’AfD: vuole che Reggio diventi il laboratorio di un effetto politico nazionale. Peccato che dall’altra parte il centrodestra arrivi diviso, con Forza Italia schierata su un altro candidato.

È qui che si misura davvero l’effetto Vannacci. Non nel numero assoluto dei voti di una suppletiva, che per definizione non può essere proiettato sull’intero Paese, ma nella capacità di un partito ancora piccolo di costringere una coalizione di governo a seguirlo. Sta riuscendo nell’impresa più sottile: far cambiare passo agli altri.

Tajani parla di gonne, Vannacci risponde senza gonne, Salvini convoca il congresso, Romeo bussa al tavolo, Zaia guarda al centro, Forza Italia perde parlamentari. Che centrodestra sarà quando tutti avranno finito di rincorrerlo?

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