Un giovane dirigente del PD si definisce «nipote del comunismo». A destra riemergono richiami al fascismo. La politica torna a maneggiare ideologie e simboli del Novecento tra ragazzi che quel passato non l’hanno vissuto
Che cosa cerca un giovane dirigente politico del PD quando si definisce «nipote del comunismo», trentacinque anni dopo la fine del PCI e la dissoluzione dell’Unione sovietica? Da che cosa è animato quando parla della necessità di liberarsi dal «giogo imperialista di Trump e degli Stati Uniti» e di sottrarsi all’«ossessiva retorica sionista»; quando avverte che bisogna «distruggere questo capitalismo»?
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Il video che circola in rete dalla Festa nazionale dell’Unità di Reggio Emilia è sconfortante. Possiamo dirlo? Se un 26enne consigliere comunale di quello che doveva essere il partito della sinistra riformista oggi parla come un militante extraparlamentare degli anni Settanta, rispolverando arnesi lessicali logori, che il tempo ha già consegnato agli archivi della storia, quale comune distanza dalla cultura liberaldemocratica rivela rispetto a un suo coetaneo di destra che inneggia al Duce e lancia slogan antisemiti?
La nostalgia di un passato mai vissuto
Sono due facce dello stesso problema: quello di un vuoto culturale in cui la storia viene prima depotenziata e poi trasformata in un marchio identitario, lasciando che fascismo e comunismo tornino a circolare – nel consumo postmoderno dei simboli del Novecento – senza il peso che quelle parole avevano ancora per i padri e per i nonni.
Questi giovani di cui stiamo parlando sono nati molto dopo il 1989. Non hanno conosciuto la Guerra fredda, né le lotte ideologiche del secolo scorso. La loro nostalgia è quindi paradossale, poiché è nostalgia di un passato mai vissuto, è nostalgia senza memoria.
Questi militanti di sinistra e di destra quasi imberbi in realtà del passato conoscono poco o nulla. E certamente non lo conoscono nella sua complessità. Altrimenti non potrebbero identificare il comunismo solo con i concetti di uguaglianza, di rivoluzione, di lotta contro l’imperialismo, così come non potrebbero identificare il fascismo solo con l’ordine, la patria, la comunità, tralasciando, del fascismo e dei regimi comunisti, il partito unico, la repressione, le persecuzioni, la censura, i fallimenti economici e la violenza istituzionale.
Il fascino delle «religioni della politica»
Certo, si potrebbe obiettare che i giovani da sempre subiscono la fascinazione degli estremismi. Ma perché guardare tanto indietro, idealizzando esperienze così fallimentari e disastrose? Perché, cioè, questi giovani subiscono ancora il fascino di quelle che Emilio Gentile chiama le «religioni della politica», ovvero ideologie capaci di offrire miti, riti, martiri, simboli e una promessa di rigenerazione collettiva?
Forse la responsabilità va cercata anche in un liberalismo che in Italia non è mai riuscito pienamente a sedurre, a proporsi come quella grande idea emancipatrice che dovrebbe essere.
Perché il liberalismo non seduce
La cultura liberale, infatti, che non va confusa con il “liberismo”, consiste nell’accettazione di alcuni principi fondamentali per qualsiasi società democratica. Principi come il pluralismo, o la limitazione del potere, o la prevalenza data alla persona rispetto allo Stato, al partito, alla nazione. Principi come il riconoscimento della legittimità politica dell’avversario.
Perché concetti del genere, necessari per tenere insieme libertà ed eguaglianza, non riescono ad avere forza attrattiva? Forse perché, in fondo, a queste nuove generazioni che si affacciano alla politica abbiamo trasmesso in eredità la convinzione che si possa fare a meno della formazione politica. Delle tradizioni culturali, dei corpi intermedi e delle faticose procedure della democrazia rappresentativa.
La sfida tra liberali e illiberali
Come invertire, allora, questa tendenza? La scuola, intanto, dovrebbe fare uno sforzo per dedicare maggiore spazio all’intero Novecento, senza relegarlo alle ultime settimane dell’anno scolastico. Approfondendo argomenti come Shoah, gulag, Holodomor ucraino, nascita dello Stato d’Israele, rivoluzione ungherese del 1956. Primavera di Praga e repressione del 1968, dittature sudamericane e guerre balcaniche.
Lo stesso sforzo va chiesto alle forze politiche, che devono smettere di considerare le proprie organizzazioni giovanili semplici riserve di consenso e iniziare a formare sulla Costituzione, sulla storia europea e sul diritto internazionale, educare alla distinzione tra aggressore e aggredito, pacifismo e diserzione, critica dell’Occidente e adesione alle autocrazie che lo combattono.
La politica deve insegnare che non tutte le idee sono equivalenti, ma che nessun partito democratico può attribuirsi il monopolio morale del bene. Ogni generazione deve imparare nuovamente perché il potere vada limitato, perché l’avversario debba poter parlare. E perché la sfida decisiva del futuro non si giocherà soltanto tra destra e sinistra, ma soprattutto tra liberali e illiberali.






























