11 Settembre 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Set, 2026

Quagliariello: «Bonino era studio e passione. Con lei l’Europa non sarebbe in crisi»

Emma Bonino

L’ex ministro ricorda Emma Bonino dagli anni del Partito Radicale al governo Letta: «Mi insegnò come si stava alla tavola del potere. In Consiglio dei ministri, quando apriva bocca, lasciava il segno»


Emma Bonino se n’è andata dopo oltre mezzo secolo trascorso in prima linea nella politica italiana ed europea. Gaetano Quagliariello l’ha conosciuta da giovanissimo, quando militava nel Partito Radicale, e molti anni dopo l’ha ritrovata prima in Parlamento, su fronti politici differenti, e poi al tavolo del Consiglio dei ministri nel governo Letta.

Un rapporto lungo, attraversato anche da profonde distanze culturali.

«Aveva un modo enormemente originale di interpretare la politica. E quando apriva bocca lasciava il segno».

Senatore, che cosa perde la politica italiana con la morte di Emma Bonino?

«Bonino ha avuto un modo enormemente originale di interpretare la politica perché riusciva a coniugare due aspetti molto diversi. Da una parte c’era la capacità di dare il proprio corpo alla politica, innanzitutto il suo: viverla con passione, spendersi fino in fondo. Dall’altra c’era una propensione molto forte allo studio, alla conoscenza tecnica dei dossier. Lo ha dimostrato soprattutto quando è stata commissaria europea e quando è stata ministro. Sono caratteristiche difficili da tenere insieme e che in lei convivevano. Da qui derivavano la sua originalità e, per certi versi, la sua unicità».

Bonino è stata anche una delle ultime grandi esponenti della stagione radicale. Con lei scompare un modo di intendere la politica?

«Forse è stata l’ultima grande rappresentante di una particolare lettura del Sessantotto. Semplificando, di quella stagione ci sono state una versione fortemente ideologizzata e un’altra orientata invece verso la libertà personale. Bonino ha rappresentato il Sessantotto dei diritti e quella cultura ha contaminato profondamente la politica ufficiale. C’è qualcosa di quel radicalismo che con Pannella è stato “minoranza creativa” e che con Bonino è diventato invece radicalismo di massa».

Lei ha conosciuto Bonino da militante radicale, poi siete stati ministri insieme e infine parlamentari su fronti opposti. Su cosa eravate più distanti?

«Abbiamo vissuto tre momenti. Il primo è quello dei miei anni giovanili, quando io ero un militante radicale e anche Emma era una giovane donna. Poi siamo stati ministri insieme nel governo Letta e, ancora, colleghi parlamentari appartenenti a schieramenti opposti. Con sincerità, non avevamo universi culturali molto comunicanti. Anche quando ero nel Partito Radicale ero più vicino al modo di interpretarlo di Pannella, cioè all’idea della minoranza creativa. Non ho mai apprezzato fino in fondo la trasformazione dello scandalo radicale in un elemento di radicalismo di massa».

Per quale ragione?

«Perché ritenevo che in quel passaggio il radicalismo corresse anche il rischio di trasformarsi in conformismo. È qualcosa che, a mio avviso, Pasolini aveva colto molto bene. Questa è stata certamente una delle nostre distanze».

C’è invece qualcosa che ha particolarmente apprezzato della sua esperienza politica?

«Moltissimo il modo in cui interpretò il ruolo di commissaria europea. Fu un ruolo popolare, non semplicemente tecnico. Era certamente fondato sulla conoscenza dei dossier, ma contemporaneamente si poneva il problema dell’opinione pubblica e della capacità di comunicare ciò che faceva».

Un commissario europeo che parlava agli europei più che parlare semplicemente di Europa?

«Esattamente. Un commissario che parlava alla gente, che si poneva il problema della ricezione delle proprie battaglie. Cercava di fare dell’Europa anche una cultura diffusa e non soltanto una costruzione istituzionale indispensabile. Oggi figure di questo tipo mancano completamente e credo che anche per questo l’Europa si trovi così in difficoltà».

Nel governo Letta vi ritrovaste fianco a fianco. Che ricordo ha della collega Bonino?

«Avevamo un retroterra comune e quindi parlavamo più di altri. Quello era un governo particolare, composto anche da persone che si incontravano per la prima volta, mentre noi avevamo un pregresso. Conservo il ricordo di alcune conversazioni private, di momenti conviviali e di qualche caminetto. Ricordo anche che qualche volta mi insegnò come si stava alla tavola del potere, perché fondamentalmente io non c’ero mai stato prima. Bonariamente mi riprendeva. E ricordo soprattutto la sua autorevolezza in Consiglio dei ministri: quando apriva bocca lasciava il segno».

Che cosa vorrebbe rimanesse di Emma Bonino nella politica italiana?

«Non dimenticherei innanzitutto quanto sia stato dirompente, soprattutto all’inizio, il suo modo di intervenire in politica in quanto donna. Lo fu nel modo di vestirsi, di atteggiarsi e nel protagonismo che seppe esprimere. Sotto questo aspetto Emma Bonino e Adelaide Aglietta sono state presenze che, pur su un versante diverso, potrebbero essere accostate a quella di Tina Anselmi per comprendere quanto sia cambiato il ruolo della donna nella storia repubblicana. Ma se dovessi indicare una cosa che vorrei restasse, direi la passione».

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