Nel giorno in cui l’America ricorda le vittime degli attentati, il presidente sceglie ancora il Pentagono invece di Ground Zero e usa la commemorazione per parlare del presente. A Dallas, intanto, chiede agli elettori di votare alle midterm come se il suo nome fosse sulla scheda
C’è un’America che alza il volume e un’America che, per un giorno, sceglie il silenzio. A Dallas Donald Trump ha appena chiuso la prima convention repubblicana di midterm della storia trasformandola in una prova di fedeltà.
A New York, al Pentagono, a Shanksville, venticinque anni dopo l’11 settembre, lo stesso Paese pronuncia invece i nomi dei morti. Due immagini lontanissime, eppure unite da una domanda: quanto può ancora il passato pesare sul futuro di una democrazia?
A Dallas Trump non era sulla scheda. Ha fatto di tutto perché gli elettori lo dimenticassero. Ha chiesto di votare a novembre come se fosse lui il candidato, di immaginare il suo nome sulla scheda.
È la sua scommessa per il 3 novembre: trasformare le elezioni di metà mandato in un referendum personale, mobilitare la base e impedire che il voto diventi un giudizio sulle difficoltà della sua presidenza. Il messaggio è semplice e potente: se il partito perde il Congresso, perde Trump. Se lo conserva, continua la sua «Golden Age».
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In mezzo c’è anche la promessa di un dividendo da 5.000 dollari per gli adulti americani, nel caso i repubblicani mantengano il controllo di Camera e Senato. Una promessa politicamente esplosiva, mentre inflazione, prezzi dell’energia e guerra con l’Iran continuano a pesare sull’umore degli elettori.
Le midterm come referendum su Trump
Ma proprio qui comincia la contraddizione. Trump è insieme la forza e il rischio del Partito repubblicano. La sua capacità di portare alle urne gli elettori più fedeli resta difficile da sostituire. Ma non tutti i repubblicani sono convinti che il suo nome sia altrettanto utile per conquistare gli indipendenti nei collegi e negli Stati più contesi.
Reuters ha raccolto a Dallas una fotografia significativa: tra quindici esponenti del partito ascoltati dall’agenzia, dieci considerano Trump il miglior motore elettorale; cinque temono invece che la sua polarizzazione e il suo consenso debole tra gli indipendenti possano costare seggi.
Intanto la macchina elettorale si mette in moto: gruppi legati a Trump ed Elon Musk hanno iniziato a riversare decine di milioni di dollari nelle gare più combattute del Paese.
Non è un dettaglio. Alcuni dei candidati più esposti hanno scelto di non essere a Dallas. La leadership repubblicana nega che quelle assenze rappresentino una presa di distanza dal presidente, ma la politica, prima ancora delle dichiarazioni ufficiali, vive anche di segnali. E il segnale è che una parte del partito sa di avere bisogno di Trump e, nello stesso tempo, teme di averne troppo bisogno.
Vance e il 2028
Poi c’è il dopo. JD Vance è stato il volto più evidente di una successione ancora senza investitura. A Dallas è stato accolto anche con cori che guardavano già al 2028, ma il vicepresidente ha tenuto il freno: prima novembre, poi tutto il resto. Trump non ha indicato un erede, ma Vance è ormai dentro la discussione sul futuro del partito.
È la politica americana che corre in avanti mentre il calendario, oggi, impone di fermarsi.
L’America pronuncia i nomi dei morti
Venticinque anni dopo l’11 settembre, alle 8,46, l’America ha nuovamente abbassato la voce. A Ground Zero i nomi delle vittime sono stati letti uno dopo l’altro. A Shanksville sono state ricordate le quaranta persone del volo 93. Al Pentagono Donald Trump ha partecipato alla cerimonia per le 184 vittime dell’attacco, mentre una grande bandiera americana veniva dispiegata sull’edificio. È la seconda volta consecutiva che Trump sceglie il Pentagono per la commemorazione.
Nel suo intervento, durato circa venti minuti, Trump ha trasformato anche la memoria in una dichiarazione sul presente: l’11 settembre, ha detto, ha mostrato “il potere ancora più grande dello spirito americano di resistere, prevalere e vincere”. E ha aggiunto che oggi gli Stati Uniti sono “più forti che mai”.
A New York, accanto a JD Vance, c’erano gli ex presidenti Bill Clinton, George W. Bush, Barack Obama e Joe Biden. Trump, invece, a Ground Zero non c’era: ha scelto di partecipare alla commemorazione al Pentagono, come già l’anno precedente. Una fotografia istituzionale che attraversa quattro presidenze e racconta, per contrasto, un’America capace almeno per un giorno di mettere da parte le appartenenze.
Una memoria che continua ad allargarsi
I nomi letti oggi non sono soltanto memoria. Sono la misura concreta di ciò che accadde. Quasi tremila vite spezzate, vigili del fuoco, poliziotti, soccorritori, passeggeri, lavoratori. E anche una generazione cresciuta dopo quel giorno, ragazzi che quei nonni o quegli zii li conoscono soltanto attraverso fotografie e racconti familiari.
Per la prima volta, nelle cerimonie, un momento di silenzio è stato dedicato anche a chi è morto negli anni successivi per le malattie provocate dalle conseguenze degli attentati. È il modo in cui la memoria cambia con il tempo: non diminuisce, si allarga. E il bilancio dei soccorritori continua a crescere: oltre 600 vigili del fuoco di New York sono morti negli anni successivi per malattie correlate agli attentati.
A Milano, intanto, settanta vigili del fuoco hanno scelto di ricordare i 343 colleghi americani morti quel giorno con la fatica del corpo. Hanno scalato la Torre Galfa indossando circa venti chili di equipaggiamento, percorrendo per quattro volte i trentatré piani dell’edificio. Con loro anche sette vigili del fuoco statunitensi della base di Aviano. Una commemorazione senza retorica: salire per ricordare chi non è tornato.
Tra il voto e la memoria
L’11 settembre ha cambiato l’America molto oltre quel mattino. Ha prodotto guerre, nuove strategie di sicurezza, intelligence, controlli, restrizioni e una lunga discussione sul confine tra libertà e sicurezza. Ha modificato il rapporto degli Stati Uniti con il mondo e, insieme, il modo in cui il mondo guarda agli Stati Uniti.
Oggi quel passato incontra un Paese profondamente diverso. Più polarizzato, più impaziente, più diviso sul proprio futuro. Un Paese nel quale la politica è diventata spettacolo permanente e nel quale anche una convention elettorale può trasformarsi in un referendum su un solo uomo.
È qui che le due immagini di questa giornata si incontrano. A Dallas Trump chiede agli americani di votare come se lui fosse sulla scheda. A Ground Zero, al Pentagono e a Shanksville l’America pronuncia invece i nomi di chi dalla storia è uscito per sempre. Tra il voto e la memoria passa tutta la distanza, e forse tutta la sfida, dell’America del 2027.































