L’attacco alle Torri Gemelle unì un Occidente che si scoprì vulnerabile ma legato da un destino comune. Venticinque anni dopo, tra trumpismo, guerra in Ucraina, nuove autocrazie e antioccidentalismo, quella coesione è fragile
Venticinque anni dopo, abbiamo ancora quelle immagini negli occhi: l’aereo che fende il grattacielo come un coltello nel burro, il fumo, il crollo, i corpi che precipitano nel vuoto, il panico diffuso.
L’11 settembre 2001 è inciso nel nostro immaginario collettivo come l’inizio di una fine. Il mondo occidentale scoprì la portata globale del terrorismo jihadista, che, insieme alle Torri Gemelle, sbriciolò anche l’illusione dell’invulnerabilità americana.
L’Occidente intero si sentì unito da un destino comune e dalla convinzione che la sicurezza e la libertà di ciascun Paese dipendessero da quelle degli altri, nella lotta contro un nemico riconoscibile nel suo odioso progetto totalitario, teso a imporre una visione politica incompatibile con i principi delle democrazie liberali.
Che cosa resta di quel “noi” che l’11 settembre sembrò rendere improvvisamente visibile? È questo che dovremmo chiederci oggi.
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Che cosa resta di quel “noi”
Oggi che l’America guarda all’Europa con crescente insofferenza e l’Europa dubita della continuità della protezione americana senza essere ancora pronta a sostituirla con una propria capacità politica e militare. Oggi che si è rafforzato anche un antioccidentalismo interno, espressione di una cultura politica sempre pronta a interpretare qualsiasi violenza contro l’Occidente come una conseguenza delle sue colpe.
Non che manchino le colpe, naturalmente, ma riconoscerle e criticarle non può equivalere a negare la responsabilità di chi sceglie la violenza, come se questa fosse una nemesi storica.
Una delle conseguenze di una tale, aberrante alterazione del giudizio morale l’abbiamo vista nelle recenti, grottesche immagini davanti a Montecitorio, durante la manifestazione indetta contro il ddl sull’antisemitismo, dove un gruppo di “pasionarie” inneggiava a Hamas e a Hezbollah con compiaciuto orgoglio, sventolando in nome di presunti diritti violati le bandiere di gruppi che negano libertà fondamentali. Ma tutto è possibile, a quanto pare, per chi ha scelto l’avversione per l’Occidente come criterio sufficiente a conferire una patente di emancipazione anche a forze autoritarie e fondamentaliste.
L’odio per l’Occidente
Questa contraddizione l’hanno ben spiegata, del resto, Ian Buruma e Avishai Margalit, che nel loro saggio “Occidentalismo. L’Occidente agli occhi dei suoi nemici”, mostrano come molti motivi dell’odio contemporaneo per un Occidente caricaturale, rappresentato come materialista e senz’anima, nascano in realtà all’interno della stessa cultura occidentale, a partire dalla reazione romantica e antiliberale all’illuminismo, alla società borghese e alla modernizzazione capitalistica, per essere poi ripresi e adattati da correnti come lo slavofilismo russo, il nazionalismo giapponese e l’islamismo radicale. L’odio per l’Occidente appare così come una lingua politica capace di collegare soggetti diversi.
Gli errori dopo l’11 settembre
E tuttavia la progressiva perdita di credibilità del nostro modello democratico non può essere attribuita soltanto alla propaganda avversaria. Proprio la risposta all’attentato dell’11 settembre fu compromessa soprattutto dalla successiva guerra in Iraq, presentata come un capitolo della guerra al terrorismo e fondata su valutazioni rivelatesi infondate (le famose armi di distruzione di massa mai trovate). Anche Guantánamo e il ricorso a strumenti di sorveglianza difficilmente conciliabili con le libertà proclamate hanno incrinato la credibilità della risposta occidentale al terrorismo.
Innegabile è stata pure la responsabilità dell’Europa, che ha considerato la sicurezza come una condizione acquisita, garantita dagli Stati Uniti, e ha potuto proclamare una politica fondata sui diritti anche perché qualcun altro sosteneva gran parte del costo della sua protezione. Riconoscere questi errori non significa alimentare il virus dell’antioccidentalismo. Al contrario, dimostra che le democrazie possiedono i criteri attraverso i quali giudicare e correggere sé stesse.
Le nuove minacce e un Occidente diviso
Questo è tanto più importante perché dopo venticinque anni non solo la minaccia jihadista non è scomparsa, ma si sono riaffermate autocrazie aggressive, che possiedono eserciti, risorse economiche e capacità tecnologiche di destabilizzazione. Con l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia di Putin è tornata in Europa la pretesa di una potenza di stabilire con la forza i confini e l’orientamento politico di un altro Paese. Ma se queste minacce sono diventate più articolate è perché l’Occidente ha perduto una parte della propria coesione.
Come ritrovarla, dunque, di fronte alle nuove sfide che si presentano? La risposta può partire dalla distinzione fra nazionalismo e patriottismo proposta da George Orwell nei suoi “Appunti sul nazionalismo”. Laddove il nazionalismo – termine che Orwell usa in un’accezione allargata – sempre ossessionato dal potere, identifica sé stesso con una causa che colloca al di sopra di ogni giudizio, il patriottismo è l’attaccamento a un luogo e a un modello di società che si considera degno di essere difeso, senza volerlo imporre agli altri.
Il patriottismo di cui l’Occidente ha bisogno
L’Occidente oggi ha bisogno più che mai di questo patriottismo democratico e difensivo. Non necessita di proclamarsi innocente o moralmente superiore per difendere le proprie istituzioni. Ma una comunità che considera degne di essere preservate le proprie istituzioni basate su conquiste storiche e fondate su principi di validità universale, deve saper costruire gli strumenti necessari a proteggerle.
Per l’Europa questo significa rafforzare la propria capacità di difesa, ridurre le dipendenze strategiche e assumere una responsabilità maggiore nel sostegno all’Ucraina. Un’Europa più autonoma può rendere anche il rapporto con Washington, incrinato dal trumpismo, più equilibrato e quindi più resistente alle oscillazioni delle amministrazioni americane.
Prima che una nuova catastrofe ce lo imponga
Nel settembre 2001 l’Occidente tutto si riconobbe unito perché era stato colpito. Venticinque anni dopo deve capire se possiede ancora una ragione comune per restare insieme, prima che una nuova catastrofe glielo imponga.






























