Delle 383 raccomandazioni dell’ex presidente Bce solo il 15,7% risulta finora implementato secondo lo European Innovation Policy Council. Qualcosa si muove su competitività, difesa e tecnologia, ma alla vigilia delle elezioni del 2027 il vento anti-europeista può cambiare ancora direzione
Dieci politiche settoriali e cinque priorità trasversali, distribuite su 328 pagine per un totale di 383 raccomandazioni. Il Rapporto Draghi – la “Bibbia di Bruxelles”, secondo taluni insiders – compie due anni in questi giorni. Dopo la vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt (per nulla sorprendente, ma comunque scioccante a giudicare dalla reazione di Merz), e alla vigilia delle importanti tornate elettorali nazionali del 2027 (si vota in otto Paesi tra cui Francia, Spagna, Polonia e Italia), il vento anti-europeista che spira dall’estrema destra potrebbe non giocare a favore delle indicazioni dell’ex presidente BCE. Cosa si è fatto sinora?
Solo il 15,7% delle raccomandazioni è stato attuato
I numeri non sono esattamente confortanti. Solo il 15,7% delle raccomandazioni di Draghi sono state ad oggi implementate, secondo un’analisi dello European Innovation Policy Council. Altre stime sono più ottimiste (l’Institut Montaigne di Parigi arriva al 30%), ma la sostanza non cambia: la Commissione Europea fa quel che può, ovvero quanto gli Stati Membri le consentono. E quanto fatto sinora non è moltissimo, ma nemmeno irrilevante.
La madre di tutte le battaglie
Partiamo dalla madre di tutte le battaglie: il Quadro Finanziario Pluriennale (QFP). Per il bilancio settennale UE, Draghi – sulla scia dell’esperienza NextGen EU – raccomandava investimenti comuni extra per 800 miliardi di euro annui, ergo 5.600 miliardi in sette anni. La proposta della Commissione per il settennato 2028-34 sfiora invece i 2.000 miliardi complessivi ed è ora oggetto di negoziato in Consiglio. Ha però fatto proprie alcune indicazioni del rapporto. Nel metodo, un bilancio UE più flessibile e attento alle necessità locali – nel merito, uno shift di priorità dalla politica agricola (sinora circa un quarto delle risorse totali) e dai fondi strutturali (non facili da spendere – citofonare Mezzogiorno) verso competitività e innovazione. La bozza di QFP contiene inoltre una proposta di Fondo Europeo per la Competitività con allocazione di oltre 400 miliardi, che coprirebbero però anche il programma di ricerca Horizon. Staremo a vedere.
Sempre a tema competitività (vero leitmotiv del rapporto), Draghi proponeva un allentamento delle regole su fusioni e concentrazioni per favorire campioni industriali europei. La bozza di nuove linee guida presentata dalla commissaria spagnola Ribera lo scorso aprile va nettamente in quella direzione – ma come si dice, il diavolo è nei dettagli.
I miliardi fermi e quelli che emigrano
Sul fronte dell’Unione dei Risparmi e degli Investimenti, la frammentazione del mercato UE di capitali tiene oggi bloccati circa 250 miliardi di liquidità europea (più altri 300 miliardi di risparmi che “migrano” ogni anno verso mercati esteri, USA in primis). Non promette benissimo in tal senso l’iniziativa della Commissione sui fondi pensione, di cui gli Stati Membri sono tradizionalmente gelosi. Da monitorare invece il piano UE sulla competitività bancaria presentato a luglio, che punta a facilitare i movimenti di capitale all’interno del blocco, alleggerendo al contempo le regole per le banche più piccole.
Energia, il Green Deal cambia strada
Lato energia, Draghi suggeriva di accelerare sulle rinnovabili (anche con smart grids, su cui l’Unione ha presentato un pacchetto a fine 2025), promuovere approvvigionamenti comuni (non pervenuti) e snellire i requisiti del Green Deal europeo. Su quest’ultimo si è andati un po’ oltre, tra revisione del bando dei motori termici entro il 2035, riforma degli ETS e allentamento della normativa anti-deforestazione.
Difesa e tecnologia, il bicchiere mezzo pieno
Sulla difesa, il fondo SAFE da 150 miliardi per approvvigionamenti comuni parrebbe un buon inizio. In realtà una difesa comune europea, fortemente sostenuta dal rapporto, è altra cosa – e secondo taluni SAFE rischia di aumentare la concorrenza tra industrie nazionali. Deludente anche la performance sul fronte telecomunicazioni, dove Draghi proponeva, tra le altre cose, una riforma del Digital Networks Act. Benino la sovranità tecnologica, su cui la Commissione ha presentato lo scorso giugno un pacchetto con focus su manifattura UE di semiconduttori, autonomia sui cloud e cybersicurezza. Bene infine il commercio internazionale, dossier più facile dacché la Commissione ne ha competenza esclusiva: negli ultimi due anni l’UE ha siglato accordi di libero scambio con Mercosur, India, Indonesia, Australia e Messico.
L’agenda Draghi alla prova delle urne
In sintesi: l’agenda Draghi per ora resiste, in attesa delle prossime tornate elettorali. Risuonano intanto caustiche le parole di Mario Monti, autore nel 2010 di analogo documento rimasto poi lettera morta: l’unico nuovo rapporto che ci serve è quello sul perché i precedenti siano rimasti al palo. E se il senatore a vita pare rinvigorito dal confronto a Cernobbio con Vannacci, Futuro Nazionale continua a crescere nei sondaggi.






























