Valditara parla di un sistema «solido» e di un’Italia diventata «riferimento internazionale». Ma in dieci anni i risultati sono peggiorati e il vantaggio sulla media Ocse arriva proprio mentre quella media tocca il minimo storico
Il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha commentato i dati Ocse Pisa 2025 parlando di «sistema solido» e di Italia che «supera la media Ocse in lettura, matematica e scienze», fino a definirla «un riferimento internazionale». I numeri, letti per intero, raccontano un’altra storia.
Superare una media che crolla
È vero che in scienze gli studenti italiani raggiungono 483 punti contro una media Ocse di 482, che in lettura l’Italia ottiene 474 punti contro 461 e che in matematica il dato è 468 contro 463. Ma il confronto con la media perde significato quando la media stessa crolla: l’Ocse certifica che i risultati medi dei Paesi membri in matematica e lettura sono i più bassi mai registrati nella storia di Pisa. Superare l’asticella più bassa di sempre non è una promozione: è un segnale che gli altri hanno peggiorato le rispettive performance più di noi.
Un anno di scuola in meno
Il dato che il Ministero non cita è quello di tendenza. Tra il 2015 e il 2025 il punteggio medio italiano è sceso di 22 punti in matematica e di 28 in lettura e, rispetto al 2022, non c’è alcuna variazione statisticamente significativa. Poiché l’Ocse stima in circa 20 punti l’apprendimento di un intero anno scolastico, i quindicenni di oggi sanno un anno di scuola in meno dei loro coetanei di dieci anni fa. La “tenuta” celebrata dal governo è, in termini assoluti, un declino decennale che si è semplicemente fermato di scendere.
I nodi strutturali della scuola italiana
Il documento OCSE che accompagna il rapporto è chiaro sul fatto che la proficiency da sola non basta: PISA 2025 misura curiosità, perseveranza e agency degli studenti, la sicurezza e l’equità degli ambienti di apprendimento, il supporto di famiglie e scuole. Su questi indicatori l’Italia continua a mostrare i suoi nodi strutturali: un numero ancora ridotto di studenti eccellenti, distrazioni digitali in classe e problemi di frequenza scolastica. Un sistema che produce pochi top performer e tiene a galla la media con la mediocrità diffusa non forma i cittadini e i lavoratori di cui l’economia italiana ha disperatamente bisogno.
La novità dell’intelligenza artificiale
C’è poi la novità di questa edizione: l’intelligenza artificiale. Il 47% dei quindicenni italiani usa chatbot almeno una volta a settimana per imparare, e solo il 9% dichiara di non usarli mai per compiti sottoposti a valutazione. Intanto nei Paesi dell’Ocse chi usa l’intelligenza artificiale per specifiche attività scolastiche ottiene in media circa 20 punti in meno in scienze. La risposta del Ministero a questo dato è stata, finora, il divieto dello smartphone in classe. Il rapporto invita invece a superare la contrapposizione tra uso e proibizione: il problema non è lo strumento, ma un’istruzione che non insegna a valutare criticamente le fonti, competenza che l’Ocse pone al centro del nuovo framework scientifico.
Le tre priorità per cambiare la scuola
Da questi dati emergono tre priorità che ripeto da tempo. Primo: smettere di misurare la scuola sui titoli di giornale e cominciare a misurarla sulle traiettorie di lungo periodo, con obiettivi pubblici e verificabili. Secondo: investire sulla qualità della docenza e sulla sua valutazione, perché nessun sistema ha migliorato i risultati Pisa senza selezionare, formare e retribuire meglio chi insegna. Terzo: affrontare la divaricazione tra un’Italia che tiene e una che arretra, non annunciando la fine dei divari ma finanziando il tempo pieno, gli istituti tecnici e professionali e gli asili nido dove mancano.
La scuola ha bisogno di riforme, non di comunicati
Essere sopra la media Ocse nel giorno in cui quella media tocca il minimo storico non è un traguardo. È un’occasione per dire la verità: la scuola italiana ha bisogno di riforme, non di comunicati.
economista, segretario di Ora































