Raid americani, rappresaglie iraniane e rotte energetiche sotto pressione: lo Stretto di Hormuz diventa il centro dello scontro tra Washington e Teheran. E una guerra regionale rischia di trasformarsi in una crisi economica e strategica globale
Gli Stati Uniti hanno lanciato una nuova e intensa ondata di attacchi contro obiettivi iraniani nella zona dello Stretto di Hormuz. CENTCOM ha confermato che le forze americane hanno colpito siti militari, sistemi di difesa aerea e radar, infrastrutture marittime, capacità per la posa di mine e centri di comunicazione, spiegando che l’operazione è una risposta ai recenti attacchi dei Pasdaran contro navi commerciali e militari statunitensi dispiegati nella regione.
Secondo funzionari statunitensi citati da Axios, nell’ultima offensiva sarebbero stati colpiti circa cento obiettivi. Per la prima volta gli Stati Uniti avrebbero preso di mira anche due petroliere del governo iraniano, nell’ambito della nuova strategia «petroliera per petroliera» decisa da Donald Trump in risposta agli attacchi contro la navigazione nello Stretto di Hormuz.
Il bilancio iraniano di 11 morti
Il bilancio fornito dalle autorità iraniane è salito ad almeno 11 morti. Sette persone sarebbero state uccise in tre località della provincia sudoccidentale del Khuzestan, mentre altre quattro, tra cui un bambino, erano morte nell’attacco che ha colpito un’abitazione durante una festa di nozze a Kuhestak, nella provincia di Hormozgan. Oltre cinquanta i feriti.
Teheran ha risposto. Le Guardie rivoluzionarie hanno annunciato un attacco coordinato con missili e droni contro basi statunitensi a Erbil, nel Kurdistan iracheno, sostenendo di aver distrutto un centro di manutenzione, magazzini e il sistema di guida di un aerostato di sorveglianza americano. Le forze iraniane hanno inoltre dichiarato di aver preso di mira installazioni radar nella base aerea statunitense di Sheikh Isa, in Bahrein, dove erano risuonate le sirene antiaeree.
La rappresaglia si è estesa anche al Kuwait. Teheran ha lanciato missili e droni contro obiettivi americani nel Paese, mentre le autorità kuwaitiane hanno attivato le difese aeree. Un drone iraniano ha inoltre colpito un complesso residenziale a Kuwait City, provocando un incendio ma, secondo le autorità, nessuna vittima.
La crisi entra così in una fase nuova: il confronto non è più soltanto una minaccia di escalation. La dimensione militare è tornata direttamente sul terreno e il punto più sensibile è diventato proprio quello che tiene in equilibrio una parte dell’economia mondiale.
Hormuz, il barometro della crisi
Hormuz è il vero barometro della crisi. Due petroliere, la saudita Sidr e la liberiana Senegal Prosperity, sono state colpite da proiettili di origine non identificata mentre lasciavano lo Stretto, a pochi minuti l’una dall’altra. Nessuna vittima, ma un significato strategico enorme.
Hormuz è uno dei principali chokepoint energetici del pianeta e il suo funzionamento condiziona direttamente la sicurezza degli approvvigionamenti globali. La navigazione commerciale è già precipitata a livelli eccezionalmente bassi. I dati di tracciamento indicano appena cinque transiti nello Stretto nella giornata di lunedì e nessuna petroliera tra le navi rilevate.
Ora gli attacchi statunitensi aggiungono un elemento ancora più grave: una delle principali arterie energetiche del mondo è diventata teatro diretto dello scontro militare.
La guerra tra Stati Uniti e Iran non riguarda quindi più soltanto Washington e Teheran. Coinvolge l’economia mondiale, le catene energetiche e la sicurezza della navigazione internazionale.
Trump: «Se reagisce, l’Iran verrà annientato»
La Casa Bianca mantiene una postura fortemente assertiva. Donald Trump ha definito i nuovi raid «massicci e potenti», sostenendo che siano stati decisi in risposta al tentativo iraniano di piazzare mine navali nello Stretto e agli attacchi contro le forze americane nella regione.
Il presidente americano ha poi alzato ulteriormente il livello della minaccia: se Teheran reagirà agli attacchi americani, ha avvertito, l’Iran «verrà completamente annientato».
Ma Teheran ha già reagito, annunciando gli attacchi contro le installazioni americane a Erbil e in Bahrein. La dinamica di azione e rappresaglia che nelle ultime settimane sembrava essersi attenuata è quindi tornata al centro del conflitto.
La diplomazia non è ancora morta
Eppure, mentre le armi tornano a parlare, la diplomazia non è ancora morta.
Teheran ha dichiarato di essere pronta a tornare al memorandum di intesa del giugno scorso se Washington farà altrettanto. Il presidente Masoud Pezeshkian ha ribadito la disponibilità alla reciprocità e indicato nella diplomazia la via per una soluzione negoziata.
Al vertice della Shanghai Cooperation Organization a Bishkek, Pezeshkian ha incontrato Vladimir Putin e Xi Jinping. Il presidente russo ha assicurato che Mosca resta fedele ai rapporti di amicizia sanciti dal Trattato di partenariato strategico tra Russia e Iran e intende fornire a Teheran «l’aiuto necessario» in «questo periodo difficile».
È uno spazio politico fragile, ma ancora esistente: evitare che lo scontro precipiti in una guerra totale.
La pressione economica su Teheran
Sul terreno economico, intanto, la pressione su Teheran è diventata strutturale. Il blocco navale statunitense ha ridotto drasticamente le esportazioni iraniane di greggio: secondo Reuters, ad agosto sarebbero scese a circa 220-255 mila barili al giorno, contro circa 2 milioni a marzo.
Per la prima volta la pressione delle sanzioni si è accompagnata a un’azione diretta sulle principali vie di esportazione, con conseguenze sulle entrate in valuta dell’Iran.
Ma Teheran non appare economicamente collassata. Il governatore della Banca centrale iraniana ha dichiarato che il Paese dispone ancora di sufficienti riserve di valuta estera e che l’istituto è pronto a intervenire per contenere la volatilità. La pressione è enorme, ma la capacità di resistenza iraniana non può essere considerata esaurita.
Lo scenario della guerra asimmetrica
Ed è proprio qui che si apre lo scenario più inquietante: quello della guerra asimmetrica.
Mohammad Reza Naqdi, alto consigliere dei Pasdaran, avverte che il conflitto potrebbe arrivare «a Wall Street e a Manhattan», «ovunque e in qualsiasi momento». È una minaccia che porta la crisi fuori dal perimetro militare mediorientale e introduce la possibilità di una risposta distribuita, imprevedibile, capace di colpire interessi americani ben oltre la regione.
La crisi continua, inoltre, a riverberarsi sull’intero Medio Oriente, dal Libano a Gaza e alla Cisgiordania, mentre l’Europa deve conciliare il sostegno alle pressioni economiche su Teheran con l’obiettivo dichiarato di favorire la de-escalation. Una contraddizione che pesa sempre più sul ruolo strategico europeo.
La guerra è già entrata in una nuova fase
La domanda, a questo punto, non è più soltanto se Stati Uniti e Iran torneranno a colpirsi. Si stanno già colpendo.
La vera domanda è quanto a lungo possa reggere un equilibrio nel quale la diplomazia viene invocata mentre sul terreno proseguono attacchi militari, pressione economica, blocco delle rotte energetiche e minacce di un conflitto più ampio.
Teheran dice di essere pronta alla reciprocità se Washington rispetterà gli impegni. Washington ha aperto una nuova fase militare. Nel mezzo c’è Hormuz, e con esso una parte decisiva dell’economia mondiale.
La guerra non è ancora necessariamente totale. Ma oggi è più vicina.































