Si è spento all’età di 90 anni Vincenzo Vitiello, filosofo napoletano tra i più importanti e originali in Italia e nel mondo
Un anziano professore, ingobbito dall’età, con una marcatissima cadenza napoletana. Era più o meno questo quello che si ritrovavano davanti gli studenti che, incuriositi da quel poco che ne avevano letto o sentito dire tra i corridoi dell’università, andavano a sentirne le lezioni negli ultimi anni. Iniziava a parlare, ed era come se il tempo si sospendesse. Non solo il tempo del discorso di Vitiello, quello in cui prendeva forma la sua lezione, ma il tempo dell’oggetto del suo discorso. Il tempo intrinseco del concetto, scriveva, è diverso e irriducibile a quello estrinseco della cronologia.
Ecco perché non è affatto assurdo pensare a Sant’Agostino che dialoga con Hegel o a Plotino che si confronta con Gentile. Vitiello sapeva davvero far sentire la filosofia come cosa viva. Uno dei suoi ultimi testi, intitolato Europa, si occupava di Aristotele e Derrida, di Benjamin e Schmitt, di Gentile e di Musil. Perché, come per Biagio de Giovanni, che di Vitiello fu amico e interlocutore, prima di essere un’espressione politica o geografica l’Europa è la storia del suo pensiero, le categorie e le forme su cui si reggono istituzioni e pratiche di vita.
Un pensatore fuori dagli schemi
Non era ascrivibile, se non con molti caveat, a scuole o correnti filosofiche. A un convegno su Croce accusò don Benedetto di aver tradotto Hegel senza averlo letto. In una sua memorabile lezione sulla dialettica servo-signore della Fenomenologia dello spirito, lo sentii smontare pezzo per pezzo l’interpretazione marxista che tanto aveva entusiasmato la sua generazione e quelle successive. Altro che liberazione attraverso il lavoro, qui Hegel sta parlando di come nasce la vita umana, diceva. E di Croce, a cui non perdonava di avergli trasferito un Hegel che non era il vero Hegel, rivalutava proprio il testo su Marx, che tanto discredito aveva tra studiosi e accademici.
Possibilità e necessità
Vincenzo Vitiello è morto nella tarda serata di mercoledì. Avrebbe compiuto 91 anni il 26 settembre. Era nato lo stesso giorno di Heidegger, il filosofo che metteva la possibilità più in alto della realtà. Quante volte abbiamo sentito Vitiello ripetere quella frase di Essere e tempo. Heidegger l’ha scritta in tedesco ma l’ha pensata in greco, diceva. La dynamis, la potenza, è qualcosa di più e di non riducibile all’energheia, all’atto.
Che ironia, e che bellezza per noi studenti, che Vitiello insegnasse a poche aule di distanza da Emanuele Severino, l’algido filosofo bresciano della necessità assoluta, del primato della logica sull’etica. Cresciuto a gentilianesimo e neotomismo, Severino finì scomunicato. Vitiello, tirato su a crocianesimo liberale, è morto cristiano, di un cristianesimo filosofico, con una fede problematica (non ha voluto cerimonie funebri religiose), che non è presupposto ma è risultato di un percorso di pensiero. Un itinerario che, negli ultimi anni, lo aveva fatto tornare a Kant dopo una lunghissima peregrinazione hegeliana. Severino e Vitiello, necessità contro possibilità. Già da ingenue matricole di filosofia, tanto bastava per dividerci in fazioni filosofiche: severiniani e vitielliani. Gli studenti della generazione prima di noi ci raccontavano di una misteriosa videocassetta, un VHS, in cui si conservava il video di un loro storico confronto.
Vitiello è stato amato da chiunque si occupi o si sia occupato di filosofia per la sua capacità di parlare a tutti e a tutti insegnare qualcosa. Al teologo una inedita lettura di San Paolo e del cristianesimo, allo storico della filosofia un nuovo modo di guardare a come i concetti mutano nel tempo.
La divulgazione
Un altro aspetto del Vitiello-pensatore merita di essere menzionato. Vitiello non era un divulgatore nel senso oggi attribuito al termine. Rari i suoi interventi sui quotidiani, pressoché inesistenti sue interviste su temi di stretta attualità. Non era snobismo né, tanto meno, “accademismo”. Era il metodo di Vitiello: andare sempre alla radice dei problemi, di ogni fenomeno contemporaneo rendere ragione (il logon didonai di Platone che gli era tanto caro). Una straordinaria opera di divulgazione filosofica l’ha fatta alla direzione della rivista “Il Pensiero”, fondata dal milanese Giovanni Emanuele Bariè, consegnata a Vitiello dal suo maestro Leo Lugarini e da Vitiello stesso agli allievi Massimo Adinolfi ed Enrica Lisciani-Petrini.
Quella della filosofia era l’unica lingua che parlava. Una lingua di cui, soprattutto negli ultimi anni, aveva finito per riconoscere l’impotenza, l’inevitabile risolversi nel silenzio. «Qui la dimostrazione che la Verità, l’essere della Verità, non soltanto la sua dicibilità, non ha bisogno d’altro che di se stessa. Unico testimone della Verità è la Verità stessa». Nel silenzio che Vitiello lascerà di qui in avanti non meno che nel modo in cui continuerà a parlarci risiede, forse, la sua più straordinaria testimonianza della Verità.






























