Dopo il meeting con Hamas in Egitto Kushner tenta di convincere anche Israele a fare passi avanti sul piano di pace a Gaza, ma la posizione di Netanyahu resta ancorata a questioni di politica interna in vista delle elezioni
I combattenti di Hamas «stanno rinunciando alle loro armi», motivo per cui Israele dovrebbe fermare i suoi attacchi e permettere la pace. Come successo spesso, anche ieri la lettura fatta dal presidente americano Donald Trump degli eventi in Medio Oriente è forse fin troppo ottimistica.
Dopo l’incontro di domenica tra l’inviato americano Jared Kushner e gli esponenti di Hamas in Egitto per salvare l’accordo di pace voluto dal tycoon la situazione resta infatti molto incerta.
Al tavolo, del resto, bisogna portare anche i reticenti israeliani e il Primo ministro Benjamin Netanyahu, il quale in piena campagna elettorale non sembra avere nessuna intenzione di fare concessioni al movimento palestinese.
Nel weekend il genero di Trump ha avuto modo di limare gli spigoli con il capo politico di Hamas, Khalil al-Hayya, alla presenza dei “soliti” mediatori turchi, egiziani e qatarioti. Dal lato di Hamas, almeno stando a quanto fatto trapelare alla stampa, non ci sarebbero particolari intoppi al processo di pace.
Il ritiro dalla Striscia
Per i palestinesi, infatti, il principale muro da superare resta la volontà israeliana di acconsentire ai propri obblighi negoziali, primo fra tutti il ritiro dalla Striscia di Gaza. Ieri, proprio per far pressione su questo aspetto, Kushner è andato ad incontrare in Israele il premier Netanyahu in quello che sembra un tentativo disperato dopo il rifiuto del piano americano in 15 punti arrivato dal Primo ministro la settimana scorsa.
Un tentativo però forzato dal fatto che a Gaza, volente o nolente, l’amministrazione Trump si è spesa in prima persona per ottenere un accordo duraturo e stabile la cui mancata attuazione non fa che mettere in imbarazzo la Casa Bianca. Il nodo focale dello stallo negoziale, comunque, è più politico che strategico. Al di là delle legittime preoccupazioni degli apparati israeliani riguardo la buona fede e l’effettiva praticabilità di un disarmo efficace di Hamas, Netanyahu è infatti paralizzato su questo punto per questioni eminentemente elettorali.
Netanyahu e il voto
Con le elezioni alle porte, il Primo ministro deve tenere salda la sua coalizione di governo se vuole sperare di rimanere al potere dopo ottobre. E una parte fondamentale di quella coalizione è composta da persone del calibro dei ministri Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, decisamente ostili a qualsiasi apertura nei confronti dei palestinesi di Gaza. A complicare ulteriormente la situazione, poi, lo stesso partito del premier sta progressivamente virando su posizioni più vicine all’estrema destra – contro i desiderata di Netanyahu che vuole invece corteggiare centristi e moderati per vincere – chiudendo di fatto il Primo ministro in una morsa.
Limitandone tanto la capacità di azione quanto le possibili contromosse interne. In questo scenario, al di là dei tentativi di Washington, le speranze che a Tel Aviv cambino idea sui prossimi passi del piano di pace sono scarse. La frattura emersa con tanto vigore nelle settimane scorse tra i due storici alleati è pesante da digerire, sia a livello d’immagine che politicamente, ma l’opzione di fare concessioni di qualsiasi tipo ad Hamas sarebbe de facto un suicidio elettorale per Netanyahu e i suoi.
I sondaggi contro Netanyahu
Visti i sondaggi, che secondo Haaretz danno il blocco di Netanyahu otto seggi dietro quello formato dalle opposizioni di Gadi Eisenkot, Naftali Bennett e Yair Lapid, il Primo ministro deve dunque rimanere fermo sulla linea oltranzista dei suoi alleati, magari tentando di stemperare alcuni degli attributi più scomodi dei suoi ministri più rumorosi. Il tentativo di riguadagnare il voto del centro sembra infatti destinato, almeno stando ai sondaggi, a fallire.
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Il paradosso, dunque, è che mentre Trump intravede a Gaza i primi segnali di una pace possibile, il vero ostacolo all’accordo sembra ormai trovarsi altrove: nella politica israeliana. E finché Netanyahu resterà vincolato alla propria maggioranza e ai suoi bisogni elettorali, ogni apertura diplomatica rischia di fermarsi proprio davanti alla porta del governo.






























