10 Agosto 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Ago, 2026

Vannacci, la politica da spiaggia: castelli di sabbia scambiati per fortezze

Vannacci durante la presentazione dei gadget di Futuro Nazionale

Dal «valore spirituale» della paletta alla pistola ad acqua per difendere ciò che è «nostro»: il kit di Vannacci come simbolo di una politica che sostituisce la realtà con identità, nostalgia e gadget


La politica della nuova destra italiana riesce a spiegarsi e a schernirsi da sola, senza bisogno dell’opposizione, dei giornalisti, degli intellettuali, degli avversari e nemmeno, ormai, della satira. Roberto Vannacci, arrivato pedalando al mercato di Lido di Camaiore, ha presentato il suo nuovo arsenale ideologico: paletta, secchiello, carte da gioco e pistola ad acqua. Non è una battuta. È politica. O almeno così ci viene detto.

Bisogna riconoscere a Vannacci una qualità rara: riesce a rendere superfluo il caricaturista. Se un comico avesse immaginato un generale che arriva in bicicletta per spiegare che la sovranità nazionale si difende con una pistola ad acqua, sarebbe stato accusato di esagerare. La realtà, invece, gli ha dato ragione.

La dottrina della secchiellata preventiva

Il punto interessante è che il generale non presenta il kit come una trovata pubblicitaria, come il gadget balneare di un movimento politico che cerca visibilità sotto il sole di agosto. No. C’è, ci informa, un «valore spirituale». La paletta serve a costruire le nostre case, le nostre aziende, le nostre imprese. Il secchiello, evidentemente, è il nuovo Piano nazionale di ripresa e resilienza. La pistola ad acqua serve invece a difenderle. Siamo dunque alla dottrina militare della secchiellata preventiva.

Si potrebbe sorridere, e infatti viene spontaneo. Ma sarebbe un sorriso incompleto, perché dietro questa piccola scenografia balneare c’è qualcosa di più serio: la progressiva trasformazione della politica in merchandising dell’identità. Non bisogna più spiegare come funzionano le cose: bisogna rappresentare ciò che siamo. Non bisogna risolvere un problema: bisogna mettere sul mercato delle opinioni stupide il gadget che dimostra di essere dalla parte giusta. Non bisogna costruire una società: basta evocare il castello di sabbia che costruivamo da bambini e dichiararlo metafora della civiltà nazionale.

Quando la realtà diventa un gadget

È una politica che ha abolito la realtà per sostituirla con gli oggetti che la evocano. La casa non è più una questione di salari, affitti, urbanistica, credito, lavoro e servizi: è il secchiello. L’impresa non è più produttività, innovazione, fiscalità, formazione: è la paletta. La sicurezza non è più intelligence, diplomazia, alleanze, esercito, prevenzione: è la pistola ad acqua. Manca soltanto il rastrello per governare la politica economica e il materassino gonfiabile per la politica estera.

Naturalmente Vannacci precisa che siamo per la pace, per la diplomazia, per le relazioni internazionali, ma siamo pronti a difendere «il nostro esistere». È il classico momento nel quale la retorica marziale si accorge di avere in mano un giocattolo e cerca disperatamente di conferirgli una qualche gittata. La pistola ad acqua diventa così una metafora della deterrenza: non spariamo, spruzziamo. È la versione balneare dell’equilibrio del terrore. Washington trema, Mosca osserva, Bruxelles prende appunti.

La nostalgia come programma politico

Ma il vero capolavoro è il ritorno all’infanzia. Perché questa destra sembra avere un rapporto singolare con il tempo: pretende di governare il futuro guardando continuamente indietro. Il passato viene ripulito, lucidato, imbalsamato e poi restituito al pubblico sotto forma di ricordo d’infanzia. Noi eravamo bambini, giocavamo sulla spiaggia, costruivamo castelli. Dunque eravamo migliori. Dunque dobbiamo tornare lì.

È una forma di nostalgia che ha qualcosa di disperato. Perché il passato reale è complicato, contraddittorio, pieno di povertà, conflitti, ingiustizie, errori e sconfitte. Il passato della destra identitaria, invece, è sempre un’estate con l’ombrellone: sabbia, famiglia, tradizione, bambini, patria. Una cartolina che ha eliminato perfino le zanzare.

E Vannacci ne è un interprete particolarmente efficace proprio perché sembra non accorgersi della propria comicità. Il suo personaggio funziona grazie a una solennità che applicata a oggetti e situazioni ridicole produce automaticamente una specie di teatro dell’assurdo. È il generale che spiega la geopolitica attraverso il giocattolo da spiaggia. È il tribuno della nazione che ha trovato nel secchiello la forma elementare della sovranità.

Il merchandising dell’identità

In questo senso il kit è perfetto. Non è un incidente comunicativo: è una dichiarazione di poetica. La politica vannacciana sembra infatti aver compreso che, nell’epoca della comunicazione permanente, la cosa più facile da vendere non è una politica ma un’immagine di sé. E quale immagine è più semplice di quella dell’uomo che difende ciò che è «nostro»? Nostro contro loro. Dentro contro fuori. Noi contro gli altri.

La complessità è faticosa, mentre il confine è semplice. La competenza annoia, mentre l’identità si mette in tasca. E così la destra diventa una specie di villaggio turistico della nostalgia nazionale, dove ogni cosa ha il suo gadget: la patria il tricolore, la tradizione il presepe, la sicurezza la pistola ad acqua, la famiglia il portachiavi, il generale la bicicletta.

Il mondo in confezione

Si potrebbe persino suggerire un’estensione commerciale del progetto. Per Natale, un kit per la difesa della civiltà occidentale con soldatini di plastica e un piccolo muro componibile. Per Pasqua, l’uovo sovranista. Per l’estate prossima, una confezione famiglia con paletta, secchiello, salvagente e frontiera gonfiabile.

Sarebbe almeno un modo onesto di dichiarare ciò che la politica sta diventando: non più una promessa sul mondo, ma una confezione del mondo.

E forse, alla fine, bisognerebbe ringraziare Vannacci. Perché nel suo piccolo kit c’è una verità che il personaggio probabilmente non intendeva confessare. La sua idea di politica è esattamente quella: fare castelli di sabbia e poi convincersi che siano fortezze.

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