Quattro secoli dell’Indice, istituito nel 1559 da papa Paolo IV, viene abolito nel 1966 da Paolo VI, in linea con i nuovi principi del Concilio Vaticano II
«Che nessuno osi ancora scrivere, pubblicare, stampare o far stampare, vendere, comprare, dare in prestito, in dono o con qualsiasi altro pretesto, ricevere, tenere con sé, conservare o far conservare qualsiasi dei libri scritti e elencati in questo Indice del Sant’Uffizio». Pena: la scomunica.
Questa storia inizia così. È lunga poco più di quattrocento anni.
Tanti ne sono serviti per chiudere le pagine dell’Index librorum prohibitorum (L’Indice dei libri proibiti).
Nato dall’incontro tra una premessa teologica, l’intento di arginare la diffusione delle idee della Riforma protestante e contenere gli effetti a lunga gittata della rivoluzione tipografica. La Chiesa cattolica che si concepiva come custode e interprete del depositum fidei (deposito della fede), riteneva necessario difendere i fedeli da scritti capaci di compromettere fede, morale e salvezza.
Con l’arrivo della stampa a caratteri mobili introdotta dal tedesco Gutenberg tra il 1450 e il 1455 e il diffondersi della Riforma luterana quello che era considerato «errore» (deviazioni dottrinali, eresie, sbagli e ambiguità) divenne riproducibile su larga scala. Così la condanna occasionale di singole opere si trasformò in una disciplina sistematica.
Istituito nel 1559 da papa Paolo IV, l’Indice viene abrogato nel 1966 da Paolo VI.

In linea con i principi del Concilio Vaticano II che promuovevano una Chiesa non più riconoscibile come una fortezza chiusa in se stessa.
La fine dell’Indice dopo quattro secoli
Il 14 giugno di quell’anno la Congregazione per la Dottrina della Fede, dopo aver interpellato papa Montini, dichiarò che l’Indice, pur rimanendo moralmente impegnativo, non aveva più forza di legge ecclesiastica né comportava le annesse censure canoniche. Il successivo decreto del 15 novembre 1966, approvato dal pontefice, dichiarò non più in vigore il canone 1399 (che elencava i libri proibiti ipso iure contrari alla fede o alla morale) e il 2318 (che stabiliva le pene e le sanzioni per i trasgressori) del Codice di diritto canonico del 1917, sancendo così la fine della validità ecclesiastica ufficiale dell’Indice dei libri proibiti.
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Restava, però, un impegno morale a evitare opere dannose e il compito di custodire la fede. Mutava il metodo ma si manteneva il richiamo alla responsabilità dei fedeli e al magistero dei vescovi.
L’abolizione dell’Indice non soppresse ogni forma di vigilanza ecclesiastica sui libri. Basti pensare che il Codice del 1983 conserva il diritto e il dovere di esaminare gli scritti riguardanti la fede e la morale richiedendo ancora l’approvazione per determinate categorie di pubblicazioni: libri sacri, testi liturgici e manuali di catechismo.
La data rossa del 1966 segna una svolta col venire meno del catalogo universale dei libri proibiti e il relativo sistema di pene previste. Da quello spartiacque sono trascorsi solo sessant’anni. Un passato prossimo che oggi appare remoto e che andando indietro ci riporta al primo Indice del 1559 voluto da Paolo IV Carafa.
Il primo Indice e la caccia ai libri
Aggiornato e modificato più volte nel corso dei secoli – una ventina in totale – quel primo e famigerato catalogo conosciuto come Indice Paolino imponeva una censura rigidissima e vietava non solo i testi protestanti. Promulgato con decreto affisso a Roma il 30 dicembre 1558 e diffuso all’inizio dell’anno seguente, conteneva circa mille divieti, spalmati in tre gruppi secondo una struttura rimasta quasi immutata sino al Settecento.
La tripartizione del Cathalogus librorum Haereticorum proibiva le opere di autori non cattolici di cui vietava tutte le opere (circa 600 nomi e testi non solo teologici ma anche scientifici e letterari); libri vari (126 titoli di 117 autori); opere anonime (332). A questi, furono aggiunte due liste: una con 45 edizioni proibite della Bibbia tra versioni in volgare (non in latino) e traduzioni varie; l’altra con i nomi di 61 tipografi in prevalenza tedeschi e svizzeri dei quali erano messe all’indice tutte le opere.
La caccia ai testi ritenuti pericolosi da censurare e inserire nell’Index entra nel vivo.

La lettura o anche il semplice possesso di questi libri consentiva alla Chiesa Cattolica di condannare una persona per eresia. E per gli eretici nei secoli bui dell’Inquisizione a seconda dei casi era prevista non solo la scomunica ma pene terribili: dalla tortura durante i processi per strappare la confessione alla confisca dei beni presi dallo Stato e dalla Chiesa che lasciava in povertà anche la famiglia del condannato, dal carcere all’obbligo di portare segni di infamia sui vestiti fino al rogo.
Occorre, però, distinguere la condanna teologica di una dottrina, il divieto canonico di leggere o divulgare uno scritto e la sua distruzione materiale spesso disposta o eseguita dall’autorità civile, in un mondo nel quale religione e ordine politico erano intrecciati.
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L’expurgatio e le patenti di lettura
L’ancora di salvezza seppure parziale per alcune opere arriva con l’istituzione dell’expurgatio. Valeva ad esempio per i libri di autori cattolici tradotti o curati da eretici che potevano essere rimessi in circolazione a condizione di essere ripuliti dalle parti ritenute pericolose o immorali.
Preceduto da provvedimenti pontifici e da indici locali, il primo Index venne poi moderato da Pio IV con l’Indice tridentino del 1564. La Congregazione dell’Indice, avviata da Pio V nel 1571 e formalizzata da Gregorio XIII nel 1573, aggiornò l’elenco. Fu poi soppressa nel 1917 trasferendo le competenze al Sant’Uffizio.
In foto Maniera di Iacopino del Conte, Ritratto di papa Paolo IV Carafa

Ma, in questa narrazione entrano a piedi giunti sia il controllo preventivo sulla stampa sia le «patenti di lettura». La stampa. Il divieto successivo alla pubblicazione e il controllo preventivo deciso dal concilio Lateranense V (tra il 1512 e il 1517), stabiliva che nessun libro fosse stampato senza un previo esame ecclesiastico. A Roma spettava al vicario pontificio e al maestro del Sacro Palazzo, altrove al vescovo o a un suo delegato insieme con l’inquisitore. Il Concilio di Trento, nel 1546, prescrisse per le opere riguardanti materie sacre l’indicazione dell’autore, l’esame dell’Ordinario e l’approvazione scritta. La censura era così non solo repressiva ma preventiva.
Le «patenti di lettura», invece, erano speciali licenze rilasciate dal Sant’Uffizio. Permettevano a studiosi e persone di fiducia di possedere e leggere i libri inseriti nell’Index. Una sorta di salvacondotto.
Da Galileo a D’Annunzio, i grandi nomi nell’Indice
E c’è da sgranare gli occhi a leggere i titoli dei libri finiti nelle maglie censorie. Opere di Galileo e Keplero ma anche quelle di astronomia di Cartesio e quelle filosofiche di Spinoza (e non solo).
Nell’Indice comparvero, con formule giuridiche differenti – condanna di tutte le opere, proibizione di singoli titoli oppure sospensione «finché non fosse corretto» – anche gli scritti di Lutero e Calvino, Locke, Hume, Voltaire, Rousseau, Diderot e Kant. L’elenco, tuttavia, non può essere letto come una semplice galleria di autori perseguitati. Ogni condanna ebbe motivazioni, procedure, durata ed effetti diversi, e in alcuni casi venne revocata o subordinata alla correzione di specifici passi.
Tra i primi a finire nell’elenco censorio il Talmud con i suoi commenti; la disciplina tridentina ammise poi soltanto edizioni espurgate.
Nel mirino altre opere. Di Luciano di Samosata, di Agrippa di Nettesheim, di Ortensio Lando, di Guglielmo di Ockham, Il Principe di Machiavelli, Il Novellino di Masuccio Salernitano. Il Decameron di Boccaccio e il De Monarchia di Dante. Continuando con l’Orlando Furioso di Ariosto e testi di Beccaria, Alfieri, Savonarola. Iscritti anche i libri dei Dumas (padre e figlio), Defoe, Foscolo, ma anche la Madame Bovary di Flaubert e opere di Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre. E non solo.
L’intera opera omnia di Gabriele D’Annunzio fu messa all’indice nel 1911 per ragioni di moralità e concezione della vita. E i romanzi di Alberto Moravia furono condannati dal Sant’Uffizio nel 1952 per i temi legati alla sessualità e alla morale e giudicati impuri. Altri esempi del dopoguerra includono opere come La pelle di Curzio Malaparte, finita all’Indice nel 1950.
La censura dei libri prima dell’Index
L’elenco dei libri proibiti sarebbe troppo lungo e non riguarda solo la Chiesa.
Cataloghi risalgono alla metà del XVI secolo e furono redatti dalle università della Sorbona a Parigi e di Lovanio in Belgio, per ordine di Carlo V e di Filippo II. Nel 1543 il Consiglio dei Dieci della Repubblica di Venezia affidò agli «Esecutori contro la Bestemmia» il compito di applicare un’ammenda agli editori che avessero stampato senza il permesso.
Ad andare a ritroso, la proibizione dei libri precede di secoli la nascita dell’Index. Affonda le sue radici nella lotta della Chiesa antica contro le eresie. E nella convinzione che la custodia della fede comportasse anche il dovere di impedirne la diffusione.
Gli esempi sono diversi. Il Concilio di Nicea del 325 condannò l’arianesimo, ma non fu un suo canone a decretare il rogo degli scritti di Ario. Fu Costantino, con un successivo editto, a ordinarne la distruzione, minacciando la pena capitale contro chi ne occultasse copie.
Un altro remoto antecedente è il cosiddetto Decretum Gelasianum. Testo anonimo e composito giunto alla sua forma definitiva nel VI secolo, che distingueva i libri accolti dalla Chiesa dagli scritti apocrifi o eretici «da non ricevere». Non era ancora un indice nel senso moderno, ma già esprimeva la volontà di delimitare lo spazio della lettura cristianamente legittima.
Nel 1121, a Soissons, Pietro Abelardo fu costretto a gettare nel fuoco la propria Theologia Summi Boni. Dopo il concilio di Sens, Innocenzo II ordinò che fossero bruciati i «libri degli errori» di Abelardo e di Arnaldo da Brescia. L’effettiva esecuzione di quest’ultimo ordine non è però documentata con certezza, e di Arnaldo non sono pervenute opere date come autentiche.
A vincere sono stati i libri
Storie di libri proibiti e una narrazione che si nutre di un preciso lessico. Errori da cancellare, caccia ai libri eretici o immorali, messa al bando dei loro autori, giudizi, tribunali, punizioni, abiura pubblica, opere bruciate nelle piazze o davanti alle chiese. Carcere o rogo. A vincere, però, sono stati i libri e il pensiero. Anche se è stato un peccato proibire per quattro secoli i libri considerati peccato.































