Via libera alla clausola europea: fino allo 0,6% del Pil per la sicurezza energetica e allo 0,9% per la difesa. La Lega fa modificare la risoluzione per prendere le distanze dal Safe, ma il Parlamento apre nei fatti anche al fondo europeo per le armi
Il governo porta a casa fra i 30 e i 36 miliardi che sono, al di là di tutte le chiacchiere, la possibile salvezza dell’ultima legge di bilancio del governo Meloni. Manovra 2026-2027 che altrimenti non avrebbe avuto il becco di un quattrino.
Ecco perché ieri è stata una giornata importante per il governo e per il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti.
È stata un’operazione abile – vedremo poi quanto corretta – che il Pd ha smascherato. «Ministro Giorgetti, questa è una legge di bilancio sotto falso nome», ha tuonato il senatore Manca.
Perché quei trenta miliardi, pari a circa l’1,5% del Pil, che il governo prenderà a deficit, facendo debito, dovranno essere destinati a spese legate al comparto energetico delle rinnovabili (quindi né bollette né accise) e della sicurezza-difesa. Un vincolo che però potrà essere a sua volta “flessibile” con partite di giro tra le varie voci di bilancio.
Il Giorgetti day è il primo step del lungo percorso che porterà alla presentazione della legge di bilancio 2026-2027. E se a sinistra spacca il Pd e consegna, per 48 ore, il campo largo ai desiderata dei 5 Stelle («non un euro per le armi», si legge nella risoluzione per la prima volta unitaria fra Pd, Avs e M5S, che però non è stata votata e neppure condivisa dalla parte più progressista dei dem), a destra divide come sempre la maggioranza con la Lega che costringe a riscrivere la risoluzione tenendo alla larga il fondo europeo per la difesa (Safe, nulla a che vedere con la flessibilità Nec).
Maquillage lessicali a cui abbiamo assistito tante volte. E ieri ancora più necessari in funzione anti-Vannacci, con Futuro Nazionale contrario al supporto a Kiev e all’uso del deficit per le armi. Mentre Camera e Senato votavano le comunicazioni del ministro, l’ex generale Vannacci ha pensato bene di tenere la sua prima conferenza stampa alla Camera dei deputati e un suo “ardito”, il deputato Ziello, agitava un cappio in Aula (il Safe). Meno male che fra tre giorni qui vanno tutti in vacanza: ogni giorno si supera la misura.
Via libera alla clausola di salvaguardia
Giorgetti dunque ha ottenuto il via libera del Parlamento all’avvio della procedura per l’attivazione della clausola di salvaguardia, la flessibilità concessa da Bruxelles (Nec). Il Mef chiederà «il massimo per l’energia», ovvero lo 0,6% del Pil e lo 0,9% per le spese per la Difesa. La somma delle due voci produce l’1,5% del Pil, fra i 30 e i 36 miliardi.
Avvertenza prima di andare avanti: stiamo parlando della flessibilità e non del fondo europeo Safe, che vincola la spesa a progetti di sistema d’arma europei.
Giorgetti ha voluto sottolineare che non era obbligato a chiedere questo voto, «ma l’ho fatto per trasparenza».
Peccato però che, al di là dei numeri, il ministro non abbia spiegato nulla su come saranno impiegate queste risorse. Il senatore Manca (Pd) ha accusato Giorgetti di «pretendere una delega in bianco. Una delega che noi non possiamo dare a un governo sovranista che non crede nella risposta europea a questa crisi ormai lunga quattro anni».
La clausola originaria, ha spiegato il ministro, «era quella sulla difesa ed era pari all’1,5% del Pil all’anno. Noi abbiamo chiesto e ottenuto che di questo 1,5%, lo 0,3% all’anno per un massimo di 0,6% in due anni, può essere dedicato alla sicurezza energetica». Per la parte di difesa invece «prenderemo quello che resta, ovvero lo 0,9%».
Lo scostamento sarà proposto al Parlamento tra settembre e ottobre, poco prima della presentazione a Bruxelles della manovra, e «sarà definito in termini puntuali», cioè solo allora sapremo a cosa saranno destinati quei soldi.
Il richiamo al dovere della Difesa
Nella replica alla Camera, Giorgetti ha confidato che «è una scelta difficile venire a chiedere lo scostamento per la Difesa. Credo che in passato, se avessimo assunto scelte difficili e impopolari anche in materia di energia, non saremmo in condizioni di dipendenza. La politica impone però l’assunzione di responsabilità. Io ho giurato sulla Costituzione della Repubblica e all’articolo 52 c’è scritto che è sacro dovere del cittadino sostenere la Difesa e devo dire che per cultura sono molto sensibile alla cultura del dovere e davanti al dovere non si scappa, non si scantona, non si diserta ed è per questo che sono qui oggi».
La risoluzione di maggioranza, che poi ha fatto decadere tutte le altre, impegna il governo ad avviare la procedura per la richiesta della clausola nazionale di salvaguardia per le spese «volte a rafforzare la resilienza del sistema energetico e la sicurezza del relativo approvvigionamento, nei limiti complessivi dello 0,6% del Pil» e «in materia di difesa, anche relative agli investimenti, nei limiti dello 0,9% del Pil».
Il braccio di ferro sul Safe
La furbizia di Giorgetti è consistita nel fatto che ieri, nei fatti, ha ottenuto anche il via libera al Safe, il fondo europeo per la difesa di cui Salvini non vuol sentire parlare.
Quando ha sentito la parola Safe, Borghi al Senato e Bagnai alla Camera hanno detto «ora basta». Hanno così chiesto e ottenuto una modifica alla risoluzione, già piuttosto “annacquata”. Il ritocco è arrivato dopo un confronto di una ventina di minuti.
La prima versione della maggioranza impegnava il governo «a valutare il Safe per il finanziamento delle misure relative alla difesa»; nella versione modificata, per volere della Lega, il governo si impegna a valutare «anche diverse condizioni di finanziamento se più vantaggiose rispetto al Safe».
Borghi al Senato ha rivendicato la modifica:
«Non conviene indebitarsi col Safe perché i tassi possono andare al 12 e al 15 e il debito pubblico italiano va in sofferenza. La Germania infatti non partecipa e non capisco perché non possiamo fare la stessa cosa…».
Insomma, no al Safe, così come la Lega ha sempre detto no al Mes. Ma la verità è che ieri il Parlamento ha nei fatti dato il via libera al Safe, per un massimo di 14 miliardi. «Schermaglie dimostrative», commentava un esponente del centrodestra, ma non leghista.
La partita si sposta alla manovra
La partita vera si giocherà tutta sulla manovra, da settembre in poi, con la speranza, per il governo, di poter uscire dalla procedura di infrazione grazie alla revisione dei dati Eurostat prevista a settembre.






























