L’annuncio di Trump sul raggiungimento di un’intesa storica per il disarmo di Hamas e il futuro assetto di Gaza apre una fase di profonde divergenze con Israele
«Oggi, il Consiglio per la Pace ha raggiunto un accordo storico per il completo disarmo di Hamas e di tutti gli altri gruppi armati a Gaza. Si tratta di un passo monumentale verso una pace e una sicurezza durature». Ha voluto come sempre essere in pole position il Presidente americano Donald Trump, questa volta nell’annunciare il raggiungimento dell’accordo definitivo per il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano dalla Striscia di Gaza. Nel post pubblicato su Truth, Trump ha salutato la firma definitiva dell’accordo come «un passo fondamentale affinché Gaza sia finalmente governata da un nuovo governo palestinese che lavorerà a stretto contatto con il Board of Peace per aiutare il popolo palestinese.
Trump annuncia l’accordo sul disarmo di Hamas
Allo stesso tempo, Israele godrà della sicurezza che merita, poiché Gaza non sarà più utilizzata come base per attacchi terroristici». Eppure sono già sorte le prime importanti incongruenze, perché il tycoon ha scritto che «una volta completato il disarmo, le forze israeliane si ritireranno e la Forza Internazionale di Stabilizzazione collaborerà con una nuova forza di polizia palestinese per garantire la sicurezza di Gaza a beneficio dei suoi residenti e dei paesi vicini».
La ricostruzione del Presidente americano, su questo punto, è profondamente diversa da quanto annunciato dal movimento islamista a guida della Striscia. Nel comunicato emesso ieri da Hamas, infatti, il movimento rivendica di aver «affrontato in modo responsabile e positivo il processo negoziale e le proposte dei mediatori volte a completare l’attuazione della seconda fase dell’accordo di cessate il fuoco».
Tuttavia, «l’impegno delle forze di occupazione [Israele, ndr] a porre fine alle uccisioni e alla propria aggressione costituisce il presupposto fondamentale e il primo passo verso l’attuazione dell’accordo. Ciò include la definizione di un quadro di riferimento e di un calendario per quanto concordato». Hamas, in altre parole, ha voluto sottolineare che «l’attuazione della seconda fase dell’accordo è subordinata all’impegno delle forze di occupazione ad attuare tutte le disposizioni della prima fase».
Le operazioni israeliane restano un nodo aperto
Fin dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, infatti, le Idf hanno continuativamente, anche se sporadicamente, effettuato raid aerei su praticamente tutto il territorio della Striscia, oltre a continuare le operazioni di demolizione nella porzione di territorio (oltre il 60%) sotto occupazione.
Riguardo al disarmo sbandierato da Trump, nel suo comunicato Hamas afferma che «l’inclusione della questione delle armi pesanti nel quadro dell’accordo è legata e subordinata alla completa cessazione di ogni forma di aggressione, al ritiro dalla Striscia di Gaza, al raggiungimento della ripresa, all’ingresso del Comitato Amministrativo, al dispiegamento di forze di protezione internazionali, allo scioglimento delle bande armate e delle milizie formate dall’occupazione, alla ricostruzione, alla garanzia del diritto all’autodeterminazione, alla creazione di uno Stato palestinese indipendente e alla tutela dei diritti dei cittadini».
Secondo Hamas, dunque, il disarmo del gruppo, che riguarderebbe peraltro solamente l’armamento pesante, avverrà solamente dopo il ritiro israeliano dalla Striscia. La versione di Trump e di Hamas sono incongruenti una con l’altra, mentre il Primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non ha affatto commentato la firma dell’accordo, che, secondo quanto reso noto dal Board of Peace, stabilisce che entro 14 giorni deve essere preparata la tabella di marcia precisa per il disarmo, con le eventuali estensioni di tempo che dovranno ricevere il via libera da un apposito organismo di verifica internazionale.
Il piano per il disarmo e il ruolo della forza internazionale
La copia del documento ottenuta da al-Jazeera precisa che il processo di disarmo avrà inizio con l’ingresso a Gaza del Comitato nazionale e della Forza internazionale di stabilizzazione.
Il Comitato nazionale supervisionerà quindi il processo di “inventario e stoccaggio”, sotto l’osservazione del comitato di verifica internazionale e con la partecipazione delle fazioni palestinesi, con il processo di disarmo legato al graduale ritiro delle forze israeliane da Gaza.
L’unico commento arrivato da funzionari israeliani è stato quello del ministro per la Sicurezza nazionale Itamar Ben Gvir, secondo il quale l’accordo raggiunto «non è accettabile per Israele».
«Dopo il massacro del 7 ottobre, il sangue di ogni membro di Hamas è in gioco – ha continuato l’estremista Ben Gvir – e pertanto, l’impegno a porre fine all’eliminazione degli assassini dell’organizzazione terroristica equivale a consentire ad Hamas di riorganizzarsi in vista del prossimo massacro. Le uccisioni mirate a Gaza devono continuare, occorre incoraggiare l’emigrazione, Israele deve vincere».
La crisi con l’Iran riapre il fronte militare americano
Nel frattempo, però, gli Stati Uniti hanno una guerra con l’Iran da portare avanti. Nella giornata di ieri i Pasdaran hanno preso di mira un convoglio di petroliere che, su indicazione del Central Command americano, aveva tentato di transitare ad Hormuz usando la rotta omanita.
I Pasdaran, nel comunicato rilasciato, hanno affermato di averne colpite due, mentre altre quattro avrebbero fatto dietrofront. I video delle conseguenze dell’attacco sono stati pubblicati dai media iraniani, mentre la Persian Gulf Strait Authority (l’ente creato dall’Iran per gestire il traffico nello Stretto) ha dichiarato che «a causa della persistenza delle azioni aggressive delle forze militari degli Stati Uniti nella regione, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non è possibile».
Sempre ieri, Teheran ha inoltre nuovamente preso di mira le installazioni americane in Kuwait, come riferito dalle autorità locali, mentre da Washington il Presidente Trump ha dichiarato a Fox News che gli USA «continueranno a compiere forti attacchi contro l’Iran, alla fine, non avranno altra scelta che fare marcia indietro».
Nonostante i report di un tycoon frustrato e arrabbiato con i suoi consiglieri per l’andamento della guerra, a Fox News Trump ha dichiarato: «L’unica cosa che puoi fare è continuare a vincere, e alla fine succederà qualcosa»; non esattamente un esempio folgorante di applicazione del pensiero strategico.





























