26 Luglio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Lug, 2026

Pinocchio mente male, noi invece abbiamo imparato a mentire bene

Le avventure di Pinocchio visto da Enrico Mazzanti, Firenze, 1883

Noi e Collodi: che cosa diventa una società quando la bugia non fa più crescere il naso a nessuno?


«Le bugie, ragazzo mio, si riconoscono subito… vi sono le bugie che hanno le gambe corte, e le bugie che hanno il naso lungo». Carlo Collodi, Le avventure di Pinocchio, cap. XVII

Una sera della nostra infanzia, un pezzo di legno cominciò a parlare. Aveva la voce dei nostri capricci, la fame dei nostri desideri e un naso che cresceva ogni volta che la paura si travestiva da bugia. Lo chiamavano Pinocchio. Non sapevamo ancora che quel burattino eravamo noi. E non sapevamo che ogni menzogna modifica il volto di chi la pronuncia: prima ancora di ingannare l’altro, la bugia deforma chi la dice.

Duecento anni dopo la nascita di Carlo Lorenzini, torniamo a quel burattino.

È un libro – l’ha notato Claudio Magris – scritto per i grandi facendo finta che sia per i piccoli. Celebrarlo non è collocarlo sopra un piedistallo: è consentirgli di interrogarci. E Collodi, sotto l’abito leggero della fiaba, continua a rivolgerci una domanda imbarazzante: che cosa diventa una società quando la bugia non fa più crescere il naso a nessuno?

Quando il 7 luglio 1881 apparve sul «Giornale per i bambini» la prima puntata della Storia di un burattino, l’Italia unita aveva appena vent’anni e bisognava ancora, come si diceva, fare gli italiani. Collodi rovescia fin dall’incipit la convenzione fiabesca: «C’era una volta… – Un re!… No, ragazzi, avete sbagliato. C’era una volta un pezzo di legno».

La storia comincia dal basso, dalla materia povera, come ogni autentica storia di salvezza. Eppure Pinocchio non è il diligente scolaro di un catechismo civile. È povero, affamato, impulsivo; promette e dimentica, ama Geppetto e lo fa soffrire, riconosce il bene e corre dietro al primo imbonitore. Non è un modello collocato davanti al bambino: è il bambino, e forse l’uomo, colto nel tumulto della libertà.

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Perché Pinocchio mente

Per questo la sua bugia non è mai un semplice errore di dizionario morale.

Pinocchio mente perché ha paura, perché desidera sottrarsi alle conseguenze, perché vorrebbe essere simultaneamente innocente e irresponsabile. Dice il falso, ma soprattutto racconta a sé stesso una versione dei fatti nella quale non deve cambiare. È questa la menzogna più profonda: non l’alterazione di un particolare, bensì l’invenzione di un io senza colpa, senza limite e senza debito verso gli altri.

Non a caso mente proprio alla Fata, che già conosce la verità: la bugia non nasce per ingannare chi sa, ma per non doversi convertire davanti a chi sa.

Il naso che cresce è allora una misericordia prima che una punizione. Rende visibile ciò che l’anima vorrebbe nascondere. Impedisce alla falsità di diventare dimora. La Fata non umilia Pinocchio: lo pone davanti alla forma assunta dalle sue parole. E quando chiama i picchi perché gli accorcino il naso, non cancella la responsabilità; gli restituisce un volto dal quale ricominciare.

La verità di Collodi non schiaccia: corregge, quella verità che «non spezza la canna incrinata e non spegne il lucignolo fumigante» (Is 42,3).

Non coincide con la pubblica gogna, ma con la possibilità di tornare umani.

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Le bugie senza naso del nostro tempo

Noi, invece, viviamo nel tempo delle bugie senza naso. La tecnica fabbrica volti che nessuno ha mai avuto e voci che nessuno ha mai pronunciato: un uomo può oggi vedersi attribuire, in video, parole che non ha mai pronunciato. La menzogna contemporanea conta sulla stanchezza di chi dovrebbe verificare.

E tuttavia sarebbe troppo facile sentirci giudici di Pinocchio. Il burattino mente male; noi abbiamo imparato a mentire bene. Lui arrossisce, si contraddice, viene tradito dal legno. Noi disponiamo di uffici stampa, algoritmi, formule prudenti, mezze verità pronunciate con volto impassibile. Lui conserva almeno il disagio del falso; noi rischiamo di perdere perfino quello. Il suo naso è grottesco, ma la nostra indeformabilità può essere tragica.

È qui che la favola si fa parabola del nostro diventare.

Diventare uomini

Benedetto Croce lo disse una volta per tutte: «Il legno in cui è intagliato Pinocchio è l’umanità». Pinocchio non nasce bambino: deve diventarlo. Il legno di cui è fatto non è materia morta, perché ride e piange già prima di avere un volto; ma non è ancora carne capace di responsabilità.

La trasformazione finale non premia l’obbedienza passiva. Arriva quando egli lavora, si prende cura di Geppetto, lega la propria felicità alla vita di un altro. Diventare uomo significa smettere di chiedere alla realtà di servire i nostri capricci e cominciare a rispondere di qualcuno.

Non a caso il Paese dei balocchi è il luogo più seducente e più terribile. Non vi sono maestri, orari, libri, fatica; ogni desiderio promette soddisfazione immediata. Sembra la liberazione e produce l’asservimento. I ragazzi che non vogliono crescere diventano ciuchi, cioè forza da sfruttare.

Al Campo dei miracoli la stessa menzogna prende forma economica: la promessa di raccogliere senza aver seminato. Collodi anticipa una legge che il mercato dell’attenzione conosce bene: chi viene persuaso a non governare i propri desideri finisce governato dai desideri che altri gli hanno insegnato. La libertà senza verità non resta libera a lungo.

Il ritorno a Geppetto

Ma Pinocchio sopravvive a tutti i suoi errori perché non coincide mai definitivamente con essi. Collodi lo lascia cadere, bruciare i piedi, essere impiccato, naufragare; e tuttavia gli conserva un varco.

Nel ventre del Pesce-cane, come Giona nel ventre del grande pesce, il burattino ritrova il padre nel luogo stesso dell’inghiottimento: l’abisso si fa grembo.

Perfino il finale che l’autore aveva immaginato, con il burattino appeso alla Quercia grande, venne riaperto: i piccoli lettori non accettarono quella morte, il direttore Ferdinando Martini ne raccolse la protesta e la storia riprese fino al capitolo della metamorfosi. È come se i bambini avessero ricordato allo scrittore che una vera educazione non può concludersi con una condanna.

Qui sta forse la ragione dell’immortalità di Pinocchio. È correggibile. Non per nulla il cardinale Giacomo Biffi — convinto che il sorriso non attenui la verità, ma la renda abitabile — gli dedicò un commento teologico, Contro Maestro Ciliegia (1977): quella di Pinocchio, diceva, è la sintesi dell’avventura umana, che «comincia con un artigiano che costruisce un burattino di legno chiamandolo subito, sorprendentemente, figlio. E finisce con il burattino che figlio lo diventa per davvero».

Ci somiglia perché porta dentro di sé la nostalgia di una forma più vera, anche quando corre nella direzione opposta. È un classico perché in ogni tempo trova uomini ancora incompiuti.

La verità come responsabilità

Che cosa ci chiede oggi? Forse di restituire conseguenze visibili alle parole. Non nasi che crescano, né tribunali sommari. Ci chiede istituzioni che rendano conto, giornali che verifichino, scuole che educhino al dubbio senza convertire il dubbio in cinismo, e a ciascuno quella disciplina interiore senza la quale nessuna regola basta: riconoscere la bugia che ci conviene credere.

La domanda decisiva non è se Pinocchio dica bugie. Le dice, come noi. È se possa ancora provare vergogna senza essere distrutto dalla vergogna; se esista qualcuno disposto a correggerlo senza abbandonarlo; se la verità possa tornare a essere non l’arma dei puri, ma la casa degli imperfetti. Geppetto, la Fata, il Grillo, perfino i lettori rispondono di sì.

Duecento anni dopo, quel sì riguarda anche noi. Il falso può ingannare gli altri, ma lascia sempre una traccia in chi lo abita; e la verità non consiste nell’essere nati già buoni, bensì nel diventare, attraverso cadute e ritorni, capaci di rispondere del bene.

Alla fine Pinocchio guarda il burattino che era: «Com’ero buffo, quand’ero un burattino!». Eppure quel legno non va rinnegato. È la materia della sua storia, l’infanzia attraversata, la fragilità redenta. Nessuno diventa vero cancellando ciò che è stato. Si diventa veri quando la propria storia, bugie comprese, non è più un alibi ma una responsabilità.

Collodi non ci ha consegnato un bambino perfetto, ma una creatura possibile. Pinocchio siamo noi finché mentiamo. Ma siamo noi anche quando smettiamo di fuggire e torniamo verso Geppetto. La verità comincia sempre come un ritorno.

Arcivescovo emerito
di Catanzaro-Squillace

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