La Commissione europea non arretra sulla digital tax. Nonostante le minacce di Donald Trump di imporre dazi al 100% a qualsiasi Paese europeo che introducesse o mantenesse un’imposta sui servizi digitali a carico delle aziende americane, Bruxelles ribadisce il proprio diritto sovrano a legiferare in materia fiscale sul proprio territorio.
La posta in gioco è rilevante: secondo le stime elaborate nell’ambito del nuovo Quadro Finanziario Pluriennale 2028-2034, una tassazione europea del digitale potrebbe generare fino a 43 miliardi di euro l’anno in nuove risorse proprie per l’Unione.
Il braccio di ferro si è riacceso il 26 giugno, quando Trump ha pubblicato un messaggio su Truth Social nel quale avvertiva che diversi Paesi europei sarebbero ormai prossimi all’introduzione di un’imposta sui servizi digitali. Il presidente americano ha minacciato dazi al 100% sui prodotti esportati negli Stati Uniti da tutti i Paesi che introdurranno o manterranno una digital tax nei confronti delle grandi aziende tecnologiche americane, come Google, Apple, Meta, Amazon e Microsoft.
Trump ha poi precisato che la nuova tariffa prevarrebbe su qualunque intesa commerciale stipulata con il Paese interessato, indipendentemente dal fatto che l’accordo sia già stato attuato, soltanto firmato o ancora in discussione, e che il dazio del 100% scatterebbe con effetto immediato.
La risposta di Bruxelles non si è fatta attendere. Un portavoce della Commissione ha definito ingiustificate eventuali misure unilaterali contro politiche fiscali ritenute legittime, avvertendo che, se adottate, l’Unione risponderà con rapidità e decisione per difendere i propri diritti e la propria autonomia normativa.
La posizione è netta: qualsiasi imposta è per sua natura non discriminatoria e si applica in modo uguale a tutte le grandi imprese, indipendentemente dalla loro origine geografica. L’UE ha sempre sostenuto una soluzione globale per una tassazione equa dell’economia digitale, in linea con le conclusioni dei ministri delle finanze del G7.
Un dossier decennale
Il tema non è nuovo. Nel marzo 2018 la Commissione europea aveva proposto nuove norme per garantire un’equa tassazione delle attività digitali nell’Ue, con due proposte legislative: la riforma delle norme sull’imposta sulle società in modo che gli utili fossero tassati là dove le imprese hanno una presenza digitale significativa, e un’imposta temporanea sui ricavi derivanti dai servizi digitali. Quelle proposte erano rimaste in sospeso in attesa di un accordo globale in sede OCSE, accordo che non è mai arrivato a piena attuazione.
Nel frattempo, molti Paesi si sono mossi autonomamente. Dieci Paesi — Austria, Danimarca, Francia, Ungheria, Italia, Polonia, Portogallo, Spagna, Turchia e Regno Unito — hanno già implementato una propria imposta sui servizi digitali, con aliquote che variano dall’1,5% al 7,5%.
Già nei primi mesi del secondo mandato, la Casa Bianca aveva incaricato lo U.S. Trade Representative di riaprire le indagini sulle digital tax introdotte da diversi Paesi. Quei procedimenti erano stati sospesi nel 2021 per consentire i negoziati dell’OCSE sulla riforma della tassazione delle multinazionali, ma con lo stallo del progetto Washington sembra ora intenzionata a utilizzare nuovamente la leva dei dazi come strumento di pressione.
Il caso italiano
L’Italia è tra i Paesi nel mirino. La Digital Service Tax italiana, introdotta nel 2020 con un’aliquota del 3%, ha generato nel 2024 un gettito di 455 milioni di euro, con l’85% versato da multinazionali statunitensi. Le stime più recenti parlano di oltre 637 milioni nel 2025. Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha preso le distanze da possibili cedimenti, ricordando che la web tax non è contenuta negli accordi tra Trump e Von der Leyen e che la questione non è stata definita in sede europea, poiché l’Italia ha la propria imposta mentre altri Paesi europei non ce l’hanno.
Il nodo del bilancio UE
Al di là del confronto con Washington, la digital tax è diventata centrale nel dibattito sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione per il periodo 2028-2034. Il Parlamento europeo ha ipotizzato una tassa sui grandi operatori digitali (Digital Services Levy), un prelievo sul gioco e le scommesse online e un prelievo sulle plusvalenze delle criptovalute.
Tali misure rientrano nel più ampio capitolo delle cosiddette “risorse proprie” con cui l’Unione punta a ridurre la dipendenza dai contributi nazionali degli Stati membri. Il Consiglio europeo ha invitato la presidenza irlandese, in carica dal 1° luglio, a portare avanti i lavori sullo schema di negoziato entro il Consiglio europeo di ottobre, con l’obiettivo di raggiungere un accordo entro la fine del 2026. Un’intesa entro quell’orizzonte sarebbe necessaria per garantire che i fondi raggiungano i beneficiari senza interruzioni a partire da gennaio 2028.
L’ostacolo principale rimane l’unanimità. La norma richiederebbe l’approvazione di tutti gli Stati europei, obiettivo che si prefigura come difficile da raggiungere. Paesi come Irlanda e Lussemburgo, tradizionalmente attrattivi per le grandi multinazionali grazie a regimi fiscali favorevoli, hanno storicamente frenato simili iniziative. La partita, dunque, si gioca su più tavoli contemporaneamente: quello interno all’Unione, dove occorre trovare una maggioranza qualificata o l’unanimità, e quello transatlantico, dove la minaccia dei dazi americani continua a pesare come variabile imponderabile.























