L’Europa accelera sul nuovo sistema comune Ue per i rimpatri: hub esterni, accordi con Paesi terzi, compreso l’Afghanistan, e stretta sugli espulsi
Martedì scorso una delegazione talebana ha messo piede per la prima volta a Bruxelles, nel cuore del potere dell’Unione europea. Gli emissari da Kabul sono cinque, sul menu una riunione tecnica con orario e luogo segreti per discutere dei rimpatri dei migranti in Afghanistan. È solo la punta di un iceberg che ha ribaltato il dossier immigrazione nel Vecchio Continente. Il 10 febbraio di quest’anno infatti viene stilata al Parlamento Ue la lista dei Paesi d’origine sicuri in cui rimpatriare (o remigrare, come direbbe qualcuno) gli stranieri espulsi o respinti sul suolo europeo. Un elenco comune che va dal Bangladesh alla Colombia, Egitto, India, Kosovo, Marocco, Tunisia.
La stretta europea sui rimpatri e il nuovo sistema comune
Cornice che si tinge di quadro il 17 giugno con la votazione sul “Sistema comune europeo per i rimpatri” a sostituzione della normativa del 2008. Introduce gli hub, l’Ordine di rimpatrio europeo, perquisizioni domiciliari paragonate dagli addetti ai lavori ai raid dell’Ice americana, detenzione fino a 24 mesi, divieti d’ingresso fino a 10 anni (20 nei casi gravi, illimitati per le “minacce alla sicurezza”). Il voto è passato con 418 favorevoli a 218 contrari, tra i cori esultanti “rimandateli a casa” dei deputati della destra e le urla “vergogna” da parte della sinistra.
Il tasso di rimpatrio Ue nel 2025 ha raggiunto il 29%, il più alto in dieci anni, ma solo un quinto delle decisioni viene eseguito. Ora che le linee del campo sono state tracciate, i governi corrono sulle fasce. In prima fila la Danimarca guidata da Mette Frederiksen, a ruota seguono Austria, Grecia, Germania, Paesi Bassi; 19-20 dei 27 hanno firmato lettere a favore (sul carro anche Italia, Belgio, Polonia, Svezia).
Return hubs e accordi fuori dai confini europei
Ora si lavora già per confermare le nuove destinazioni dei rimpatri forzosi. Ruanda e Uzbekistan per esempio, più Uganda, ma da negoziare bilateralmente. Egitto e Libia per ora esclusi per il rischio di traffico di uomini (alias che gli espulsi un giorno tornino in Europa portati dagli scafisti). L’Ue ad oggi ha già versato 900 milioni al Ruanda secondo Global Gateway, 2023 e 119 milioni all’Uzbekistan. Soddisfatto è il premier danese Mette Frederiksen.
«Sarà un hub fuori dall’Europa, ma a condizioni europee. Nessuno è riuscito a convincermi che avere return hub fuori dall’Europa non sia un’idea socialdemocratica». Il punto forse lo centra con disarmante franchezza il ministro delle Migrazioni cipriota Nicholas Ioannides: l’idea è metterli «magari in Africa o in Asia», ma «non vicino ai confini europei». Tradotto. Più lontani possibile.
Il modello Italia-Albania e la geografia politica dei rimpatri
L’Italia, come più spesso di quello che ci raccontiamo accade, si trova a fare da capofila a livello europeo. Il protocollo Italia-Albania, siglato il 6 novembre 2023 tra Meloni ed Edi Rama sui centri di Shengjin e Gjader, ha inizialmente subito la bocciatura della Corte comunitaria, ma di fatto ha ispirato il modello attuale (Più brutale del nostro, beninteso: basti notare che, per controllare le condizioni dei migranti, l’Albania, con tutte le sue criticità, resta sotto la giurisdizione italiana e a un’ora di volo. Ruanda e Uzbekistan no).
Ancora più lontana è Kabul, ma sulla carta pare che ora sia molto vicina a Bruxelles, politicamente parlando: la Commissione ha chiamato questo incontro storico un “engagement operativo”. I numeri spiegano la fretta: dei 14.270 afghani con ordine di lasciare l’Ue nei primi nove mesi dell’anno scorso, ne sono stati rimpatriati 340 — il 2%, contro una media Ue del 29%. E l’Afghanistan vive in questo momento una catastrofe innanzitutto alimentare: oltre 17 milioni di persone a rischio di non mangiare (un terzo della popolazione, dati Wfp) e una recente legge che autorizza la confisca dei beni degli oppositori.
Kabul, ritorni forzati e scontro politico in Europa
I Talebani, in cambio dei rimpatri europei (che si sommano a quelli forzosi operati dall’Iran recentemente), chiedono la riapertura dei servizi consolari in Europa: accesso ai dati dei dissidenti. «È un obbligo internazionale per i Talebani dell’Afghanistan riprendersi i propri cittadini» — tuona Magnus Brunner, commissario Ue agli Affari interni. Non tutti, tuttavia, ci stanno.
Francia e Spagna frenano.«Non ho mai visto un centro di rimpatrio in un Paese terzo che funzioni davvero. Non sono sicuro che sia questo il senso della nostra Europa». Così Emmanuel Macron. Sulla stessa linea del presidente francese Fereshta Abbasi, ricercatrice di Human Rights Watch: «I Paesi dell’Ue minano la propria credibilità: da un lato condannano gli abusi dei Talebani, dall’altro collaborano con loro per rimpatriare con la forza gli afghani.»
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L’Europa dunque, nonostante il suo apparente ripudio delle politiche Maga e trumpiane, sembra allinearsi almeno giuridicamente alle stesse. Messaggio chiaro: rimpatri forzati con in prima linea la civilissima Danimarca (in cima a tutte le classifiche per qualità della vita). Avvitamento a destra di un’Europa che per non crollare ricerca se stessa non più nella protezione dei confini, ma nella scelta di chi può sostare.































