La Procura di Torino chiede la massima pena per Curcio e Moretti e 21 anni per Azzolini. Il processo sulla sparatoria del 1975 riapre una delle ferite più oscure degli anni di piombo
Cinquantuno anni dopo i fatti, il pm Emilio Gatti per la Procura di Torino ha chiesto l’ergastolo per Renato Curcio e Mario Moretti, ventuno anni per Lauro Azzolini.
Davanti alla Corte d’assise di Alessandria arriva alla fase finale il processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta di Arzello, dove un blitz dei carabinieri per liberare l’industriale Vittorio Vallarino Gancia, sequestrato dalle Br, finì nel sangue. Nello scontro a fuoco morì l’appuntato Giovanni D’Alfonso e, successivamente, anche Margherita “Mara” Cagol, fondatrice delle Brigate rosse e moglie di Curcio.
Le circostanze della sua morte – ferita e poi uccisa in un frangente che nessuna indagine ha mai chiarito, tanto che da decenni si discute se sia stata finita con un colpo di grazia – restano uno dei buchi neri di quegli anni.
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Il concorso morale
Dei tre imputati, uno solo era sul posto. Azzolini, oggi libero, ha ammesso la propria presenza durante il conflitto a fuoco, e per lui la Procura ha chiesto le attenuanti generiche. Curcio e Moretti alla Spiotta non c’erano, ma rispondono di concorso morale. Sia per l’ideazione del sequestro Gancia che per un documento interno delle Br che istruiva i militanti a sparare per rompere l’accerchiamento. È su questo nesso, tracciato a distanza di mezzo secolo, che poggia la richiesta della massima pena.
Gli imputati oggi
Conviene ricordare chi sono, oggi, gli imputati. Curcio, 85 anni, ha scontato circa venticinque anni di carcere, dodici in massima sicurezza, ed è libero da tempo. Moretti, 80 anni, sei ergastoli per la stagione che culminò nel sequestro Moro, è in semilibertà dal 1997: ogni sera, finito il lavoro, rientra in cella. Nessuno dei due si è mai dissociato né pentito; entrambi hanno scelto il silenzio in aula.
L’inchiesta riaperta
L’inchiesta è stata riaperta a fine 2021, con gli strumenti del presente applicati al passato: trojan, mesi di intercettazioni, impronte confrontate con reperti di mezzo secolo prima. Per prescrizione sono caduti i tentati omicidi del tenente Rocca — un braccio e un occhio perduti — e del maresciallo Cattafi. Resta l’omicidio che, contestato con le aggravanti del terrorismo, è punito dalla legge con l’ergastolo, e per questo non si prescrive. Senza quelle aggravanti il reato si sarebbe estinto da decenni — l’intero processo, mezzo secolo dopo, sta in piedi su di esse.
La sproporzione del processo
Un dettaglio dice molto. Lo stesso pm, pur chiedendo il massimo, ha precisato ai giudici che “la pena si può adattare alla persona”, indicando strumenti come la continuazione che però “non posso essere io a chiedere”. Un’accusa che suggerisce alla difesa come attenuare ciò che essa stessa propone è un’accusa che avverte la sproporzione del proprio gesto. E in aula difesa e parti civili si fronteggiano a colpi di consulenti: da un lato lo storico Marco Clementi, dall’altro l’ex magistrato dell’antiterrorismo Armando Spataro. Segno che qui non si discute solo di un omicidio, ma di un pezzo tragico di storia italiana.
La lunga notte della Repubblica
Resta una sproporzione che il diritto non misura. Un figlio che da cinquant’anni chiede il nome di chi uccise suo padre, e ha diritto di saperlo. Due uomini di ottant’anni consumati dal carcere, giudicati non per ciò che fecero alla Spiotta, dove non erano presenti, ma per ciò che furono. E un dubbio irrisolto dallo Stato di diritto su come è morta Mara Cagol. Nodi irrisolti della lunga notte della Repubblica, che un tribunale non può sciogliere.






























