Dopo quella della giustizia si arena anche la riforma della sanità: la maggioranza paga divisioni interne e calcoli elettorali
Salta la riforma. Salta quella dei medici di famiglia e, con essa, riaffiora l’impressione che stia saltando un po’ tutto. Non soltanto un provvedimento, non soltanto una trattativa andata male.
Salta l’idea stessa che questa maggioranza sia ancora in grado di affrontare i nodi strutturali del Paese. L’apoplessia della coalizione di governo non è un’immagine giornalistica. È una diagnosi politica. Le funzioni vitali dell’esecutivo rallentano, le decisioni si bloccano, le riforme entrano in coma farmacologico. Il paziente è cosciente, parla, comunica, rivendica persino la propria longevità. Ma è intubato, paralizzato.
La riforma della sanità
Messa così potrebbe sembrare la cartella clinica di un reparto ospedaliero. E invece il paradosso è che proprio sulla sanità si è consumato l’ennesimo fallimento. La riforma della medicina generale rappresentava il test più importante per verificare la reale capacità del governo Meloni di sfidare corporazioni, interessi consolidati e rendite di posizione. Non una riforma qualsiasi. Affrontava uno dei principali punti deboli del Servizio sanitario nazionale: la medicina territoriale. Da anni operatori, amministratori regionali, tecnici e istituzioni ripetono la stessa cosa. Il modello attuale rappresenta uno dei principali ostacoli al pieno funzionamento delle Case della Comunità previste dal Pnrr. L’Italia continua a essere un’anomalia nel panorama europeo. I medici di base e i pediatri di libera scelta restano convenzionati e non organicamente inseriti nel SSN. Una particolarità che nel tempo è diventata rigidità. Eppure il governo non è riuscito a portare a casa neppure questa riforma.
Il caso è ancora più clamoroso perché il provvedimento portava la firma – per decreto – del ministro della Salute Orazio Schillaci. Non ci aveva messo soltanto la faccia. Aveva investito il proprio capitale politico. E si è ritrovato a combattere una battaglia da solo. Prima sono arrivati i malumori di Forza Italia. Poi è andata in scena una delle rappresentazioni più surreali della legislatura. A contestare la linea del ministro è stato addirittura il sottosegretario Marcello Gemmato, esponente di FdI. Il vice che si trasforma in opposizione interna.
La vittoria dei veti
Hanno vinto i veti, le resistenze corporative, gli interessi organizzati. I medici non vogliono il lavoro dipendente. Non vogliono l’obbligo di presenza nelle Case della Comunità. Non vogliono consorziarsi secondo gli schemi immaginati dalla riforma. Posizioni legittime. Ma il dato politico resta: il governo ha perso. Una sconfitta simbolica enorme perché arriva dopo 15 anni di tentativi falliti. Le Case della Comunità non sono un’invenzione di oggi. Il primo a immaginarle fu Renato Balduzzi nel governo Monti. Oggi quelle strutture rischiano di trasformarsi in scatole vuote. E qui emerge un elemento ancora più preoccupante. La sensazione che le valutazioni elettorali stiano ormai prevalendo sulle scelte di governo. I medici di famiglia rappresentano una categoria influente, radicata nei territori, capace di orientare consenso. Toccarne status e organizzazione significa aprire un conflitto. E il governo – semplicemente – non ha la forza di sostenerlo.
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Prendiamo la giustizia. La riforma Nordio doveva inaugurare una nuova stagione garantista. Doveva ridisegnare i rapporti tra magistratura e politica. Correggere gli squilibri del sistema. Oggi il bilancio appare molto più modesto. L’ultimo episodio riguarda il Gip collegiale. La norma prevedeva che le richieste di custodia cautelare non fossero più decise da un solo giudice ma da un collegio di tre magistrati. Una delle misure bandiera della riforma. Doveva entrare in vigore ad agosto. È stata rinviata a febbraio 2027. Il ministro Carlo Nordio ha parlato di problemi di digitalizzazione. Ma la sostanza politica è un’altra: una riforma annunciata come decisiva si arena nel momento dell’attuazione. E non è l’unico capitolo rimasto sospeso.
I cantieri arenati
Che fine ha fatto l’inappellabilità delle sentenze di assoluzione da parte del pm? Che fine ha fatto il dibattito sulla prescrizione? E la responsabilità civile dei magistrati tanto cara a Forza Italia? Temi evocati, rilanciati, promessi. Poi congelati. La maggioranza si divide persino sulle risorse che l’Europa potrebbe rendere disponibili grazie alla nuova flessibilità energetica. Parliamo dei 14 miliardi destinati alla transizione, alle reti, all’elettrificazione e alle energie rinnovabili. Eppure anche qui emergono tensioni e differenze di visione dentro la stessa Lega, mentre Matteo Salvini appare già proiettato sulle prossime campagne elettorali.
Il risultato è una coalizione sempre più impegnata nella gestione degli equilibri interni e sempre meno sui risultati. L’esecutivo rivendica il record di durata. E ha ragione. La stabilità è un valore. Ma senza decisioni rischia di trasformarsi in immobilismo. Una lunga legislatura può essere una risorsa straordinaria oppure una lunga attesa. Primo flop sulle liste d’attesa. Secondo flop sulla medicina generale. Terzo flop sulle Case della Comunità. Sullo sfondo una giustizia che procede a rinvii e una PA che aspetta ancora la rivoluzione annunciata.
L’ultima sfida
Resta appunto l’ultimo banco di prova. La riforma della Pubblica amministrazione firmata da Paolo Zangrillo. Dovrebbe introdurre il merito, rompere gli automatismi burocratici, rendere finalmente credibili le valutazioni dei dirigenti e delle carriere. In un sistema nel quale quasi tutti risultano eccellenti e nessuno paga mai per inefficienze o ritardi. Una grande riforma. Ma se anche questo cantiere dovesse arenarsi, diventerebbe difficile sostenere che la legislatura abbia prodotto qualcosa di realmente trasformativo.
Naturalmente il tempo non è ancora scaduto. Le urne sono ancora lontane. Giorgia Meloni conserva consenso, centralità politica. Nessuno può escludere un colpo di reni. Ma le sabbie mobili elettorali hanno una caratteristica: non inghiottono all’improvviso. Lo fanno lentamente. Un passo dopo l’altro. Una riforma rinviata. Una mediazione al ribasso. Un veto accettato. Un conflitto evitato. Finché è troppo tardi e si sprofonda.
































