L’attacco russo alla città romena di Galati solleva di nuovo il problema della difesa europea e del ruolo della Nato. Ora va recuperato il tempo che si è perso
Nella notte tra ieri e giovedì un drone russo Geran-2, lanciato nell’ambito di un massiccio attacco su Odessa (sud dell’Ucraina, sul Mar Nero), ha violato lo spazio aereo rumeno, è stato seguito dai radar militari del Paese per diversi minuti fino a quando si è schiantato sul tetto di un condominio a Galati, ferendo due civili e provocando un incendio. Bucarest ha spiegato di aver avuto solo quattro minuti per decidere se abbatterlo, ma la sua traiettoria su una zona abitata era troppo rischioso. Per la prima volta la guerra ha prodotto vittime dirette su territorio Nato.
Il piano militare
Questo episodio va analizzato su più livelli. Il primo, strategico-militare, ci ricorda che l’Unione europea e la Nato confinano direttamente con un conflitto in corso che, per quanto distante e circoscritto, ci riguarda direttamente e indirettamente. La Romania è un nostro alleato e come ci aspetteremmo solidarietà nel caso di un attacco nei nostri confronti, è necessario mostrare la stessa solidarietà nei suoi. Il secondo livello è operativo-militare. La difesa anti-aerea europea è parziale e incompleta. Ad oggi, non potrebbe intercettare le salve di missili che cadono regolarmente sull’Ucraina, o perché alcune zone sono sguarnite o perché mancherebbero i missili intercettori. L’incidente di Galati aggiunge un problema diverso: la minaccia posta dai droni. Piccoli, lenti, e meno costosi sono difficili e anti-economici da intercettare dalla difese anti-aeree tradizionali. Sorprende che, dopo quattro anni di riarmo, i confini europei siano ancora dove erano nel 2022.
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L’industria e le spese
A livello industriale e militare, oltre a sviluppare e investire in difese anti-aeree e anti-drone sarebbe utile collaborare ulteriormente con l’Ucraina, non solo acquisendo alcuni suoi sistemi, ma cercando anche di integrare il quadro operativo. La sfida è tecnologica ma anche diplomatica.
C’è poi il piano della spesa militare. L’Europa si trova in questa situazione perché, per tre decenni, non ha investito abbastanza in difesa, contando un po’ sul sogno che l’allargamento dell’Unione avrebbe portato pace e stabilità, un po’ dando per scontato il sostegno americano e un po’ illudendosi delle buone intenzioni russe. Adesso bisogna correre ai ripari, ma non si risolvono vuoti capacitivi risultanti da tre decenni di sottoinvestimento in un paio di anni.
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C’è poi il livello più ampio, della difesa. Per chi ha delle basi di economia, la difesa è un bene pubblico: il fatto che io venga difeso da un possibile attacco non riduce la difesa di cui beneficia un altro cittadino; parallelamente, è molto difficile escludere qualcuno dal beneficio della difesa. Il problema dei beni pubblici riguarda la loro fornitura: se tutti ne beneficiano e nessuno ne può essere escluso, allora tutti hanno convenienza a non pagarne il costo. A livello nazionale, ciò si manifesta con l’evasione fiscale attiva (chi sottrae soldi all’erario) e passiva (chi spreca risorse pubbliche). A livello internazionale, il riflesso si ha nei differenziali di spesa militare tra Paesi. Le nazioni meno esposte hanno incentivo a lasciare che il costo della difesa finisca su altri. Donald Trump ha sollevato preponderantemtente il tema dalla sua elezione, ma questo tema vale tra le due sponde dell’Atlantico come dentro l’Europa dove al 5% della Polonia si contrappone l’1% di spesa dell’Irlanda.
Il vertice Nato in Turchia
Ciò ci porta al livello diplomatico. Fra poco più di un mese, ci sarà il vertice della Nato di Ankara. Se gli Europei non si presenteranno con programmi concreti, Trump chiederà il conto e sarà salato, visto che gli Stati Uniti hanno più leve per sanzionare le ambiguità europee: dal commercio internazionale alla tecnologia, dalla difesa alla finanza fino all’energia.
Infine, non bisogna dimenticarsi lo spettatore di questo spettacolo: Vladimir Putin. L’incidente di Galati può essere intenzionale o accidentale, ma la reazione europea dice molto a Mosca di come, perché e quando reagiamo. È un test di volontà e di deterrenza. Nonostante i politologi facciano complessi modelli per comprendere le scelte dei leader politici, Putin guarda e si interroga se una crisi più ampia non possa ribaltare le sorti incerte del conflitto in Ucraina. Per la sicurezza europea, è bene che la risposta sia chiara.






























