29 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Mag, 2026

Legge elettorale, il ritorno possibile della Prima Repubblica

La nuova proposta di legge elettorale potrebbe favorire la nascita di un centro forte che scardini il bipolarismo, anche contro le intenzioni di chi la propone


Il punto di caduta è proporzionale: la principale novità è questa. La bozza di legge elettorale presentata dalla maggioranza introduce diverse modifiche rispetto alla versione circolata in precedenza, ma il punto sostanziale è il seguente: se non scatta il premio di maggioranza, si ripartiscono proporzionalmente i seggi. Cade l’ipotesi di ballottaggio e si torna – c’è chi scrive polemicamente – alla prima Repubblica. Come se la seconda avesse dato miglior prova di sé.

Il premio di maggioranza e il destino del bipolarismo

In realtà, è più giusto inquadrare la cosa come una presa d’atto che va bene la stabilità, va bene la governabilità, va bene tutto, ma se il Paese, dopo trent’anni e passa di cura maggioritaria, non ne vuole sapere di sposare una logica rigorosamente bipolare (non dirò nemmeno bipartitica, a cui non si è mai neanche avvicinato), non resta che prenderne atto. Per amore della realtà, prima che delle proprie convinzioni.

La maggioranza punta al premio, naturalmente, anche se, per timore di obiezioni di incostituzionalità, la soglia è stata portata dal 40 al 42 per cento. Altri interventi dipendono in effetti dalla necessità di superare il vaglio costituzionale, ma, politicamente parlando, è molto semplice: se c’è una maggioranza vera, sostanziosa, la legge interviene per dar modo, grazie al premio, di governare. Se invece non c’è, sarà la dialettica parlamentare a fare nascere un’ipotesi di governo.

Il ruolo del centro

Lasciamo dunque perdere tecnica giuridica e ingegneria costituzionale, e poniamo la domanda cruciale: il centrodestra da una parte, il campo largo dall’altra, sono abbastanza coesi, abbastanza omogenei – dal punto di vista ideologico-culturale come da quello del programma – da rimanere uniti in uno schema di coalizione che aspiri legittimamente a superare la soglia del 42%? Oppure, al contrario, le forze centriste favoriranno la disarticolazione dei due poli, se la legge dovesse offrire loro, come nel progetto in discussione, lo spazio per costruire un’area sufficientemente ampia da tenere i due poli lontani dal premio di maggioranza?

Chiamando le cose col loro nome: è possibile che, a destra, Forza Italia non si presenti in coalizione – soprattutto se vi dovesse entrare Futuro Nazionale di Roberto Vannacci – e provi invece a cercare uno spazio al centro, dialogando con Azione o con Italia Viva? A dar retta ai sondaggi, voti riformisti e moderati, a disagio con le scelte di Schlein da un lato, di Meloni (o, peggio, di Salvini) dall’altro, sarebbero sufficienti per scommettere su un esito proporzionalistico.

Non ci sono solo le palesi differenze, in tema di politica estera, dai filoputinismi presenti tanto a destra quanto a sinistra. Vi sono anche sensibilità molto diverse sui temi economici e sociali, o sulle scelte in materia di politiche migratorie. Finora la rigida logica coalizionale ha impedito la costruzione di alternative, ma se passasse la proposta di legge non sarebbe più così stringente la necessità di rimanere intruppati nelle file del melonismo da una parte, o in quelle dell’allegra brigata Schlein-Conte-Fratoianni-Bonelli.

Il simil-premierato nascosto

Naturalmente, a monte della bozza in discussione sta tutt’altra intenzione: per Giorgia Meloni, si tratta di far passare un simil-premierato, con tanto di indicazione, all’atto di presentazione delle liste, del candidato premier (uno dei punti più delicati, perché impatta sulle prerogative del Presidente della Repubblica), e così anche di mettere in difficoltà il centrosinistra, dove manca ancora una leadership riconosciuta: molti pentastellati storcerebbero infatti il naso se dovessero votare Schlein (anche se non sono sicuro che valga il contrario, che cioè siano folte le file degli elettori dem che non amano Giuseppe Conte).

Ma è come col Conclave: in una riforma elettorale si sa come si entra, non si sa come se ne esce. Calcoli e previsioni se ne possono e se ne debbono fare, ovviamente. Ma poi contano le responsabilità politiche e la capacità di assumersele. Non si può lamentare la deriva populista della politica italiana, il giustizialismo di qua e il sovranismo di là, senza poi muovere un passo, un primo passo, per favorire il cambio di scena.

L’eterogenesi dei fini politici

C’è un ordine della politica che va dai fini ai mezzi, e non dai mezzi ai fini. A volte però i mezzi si imbrogliano, le carte si mischiano, e soluzioni pensate per produrre un risultato ne danno un altro. Bisogna tuttavia che si sappia cogliere l’occasione, e anziché ripetere pigramente ricette che sono state più e più volte tentate, dar prova di coraggio e immaginazione politica. Cose che se uno non le ha non se le può dare, è vero, ma che anche ad avercele bisogna saperle mettere in gioco.

E forse un discorso analogo andrebbe fatto anche sulle preferenze. Nulla rimarrebbe uguale, infatti, se fosse l’elettore a scegliere i propri rappresentanti, anziché lasciare a disposizione delle segreterie di partito quote e listini vari. Gli effetti sarebbero diseguali nelle diverse aree del Paese, perché diseguale è la società civile che sarebbe chiamata a un nuovo impegno. Ma sarebbe anche questa una prova di responsabilità. E non c’è politica degna di questo nome se non come assunzione di responsabilità.

Chi si riconosce in un profilo schiettamente europeista, garantista e liberale, chi non deve pagare dazio alle retoriche populiste che allignano da una parte e dall’altra, ha solo da sperare che la cattività delle coalizioni posticce, elettoralistiche, stia per finire, e che può aprirsi un nuovo passaggio tra le opposte sponde politiche. Sarebbe un esito controfinalistico rispetto alle intenzioni dei proponenti, forse un miracolo. Se lo è, di sicuro dura poco. Il mare della politica potrebbe presto richiudersi un’altra volta e sommergere ogni tentativo riformista.

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