Scandali, impopolarità e leader deboli: da Sánchez a Macron, passando per Starmer e Merz, le principali leadership d’Europa attraversano una fase di profonda crisi
Il caso Sànchez, travolto dagli scandali che hanno investito prima sua moglie, poi i suoi collaboratori e infine il suo intero partito, appanna la figura di un leader europeo che finora era riuscito a rimanere padrone della propria narrativa. Eppure, il leader iberico non è il solo a doversi dolere per la propria fragilità. Avere infatti il Vecchio Continente popolato da capi di governo deboli e politicamente esauriti sembra infatti essere una cifra del nostro tempo. La crisi politica europea investe ormai tutte le principali capitali del continente, mostrando leadership logorate, maggioranze fragili e sistemi politici incapaci di offrire risposte convincenti. Dalla Germania alla Gran Bretagna, passando per la Francia, il progressivo indebolimento dei governi nazionali rischia di compromettere anche il futuro dell’Unione Europea.
Germania, il tramonto di Merz
Secondo quanto riportato infatti dalla Bild, la Cdu avrebbe avviato consultazioni informali per valutare la sostituzione del cancelliere Friedrich Merz. Troppo impopolare, troppo deludente sul piano delle riforme proposte e mai portate avanti, l’algido ex manager di Goldman Sachs che nel 2025 ha rottamato il vecchio corso merkeliano – imprimendo alla Repubblica Federale Tedesca una svolta più rigida in materia di immigrazione e Difesa – ora rischia di essere fatto accomodare in panchina. I sondaggi che vedono l’estrema destra di Alternative fur Deutschland volare verso la soglia psicologica del 30% sono la lapide sulla politica del cancelliere.
Al suo posto sarebbe in pole il governatore della Renania-Palatinato, Hendrick Wuest, ma circa le ricette per invertire la rotta la maggioranza di larghe intese Cdu-socialdemocratici resta in alto mare: l’Spd vorrebbe una svolta a sinistra attraverso una politica più espansiva per cercare di arginare la concorrenza dei Verdi e dell’agguerrita Linke teutonica, i cristiano-democratici restano invece ancorati a una visione ordo-liberista per cui la soluzione alla crisi vigente verrà dal privato la cui opera va semplicemente agevolata attraverso tagli fiscali e politiche prudenti.
Starmer e la crisi del bipartitismo inglese
Se Atene piange, Sparta di certo non ride. In Gran Bretagna il governo guidato da Keir Starmer, nonostante un mandato politico mai visto dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, ha accumulato in pochi anni una tale impopolarità da finire per traslarla anche sullo storico sistema bipartitico inglese, che infatti mostra ormai segni di aperto cedimento di fronte all’assalto dei populisti di Nigel Farage. Per il primo ministro, costretto a un brusco dietrofront a favore dell’implementazione di politiche di austerità e trascinato nel caso Epstein, è solo questione di tempo.
In attesa che il popolare sindaco di Manchester (e di facto neo-leader del Partito Laburista in pectore), Andy Burnham, ritorni in parlamento a metà giugno, il Labour spera che il passaggio di consegne estivo – che Starmer promette comunque di combattere – possa rilanciare il partito, ormai nei sondaggi scavalcato sia da Farage che dai conservatori e tallonato dai Verdi. Ma le divisioni interne restano: Downing Street ha intuito la necessità di correggere la propria politica economica per venire incontro alle crescenti preoccupazioni dei consumatori, ma proprio ieri l’ex premier Tony Blair ha condannato i suoi colleghi di partito chiedendo una svolta centrista volta a favorire il mondo imprenditoriale.
Macron, un presidente a fine corsa
Dall’altro lato della Manica, il presidente francese Emmanuel Macron sembra ormai condannato alla condizione di anatra zoppa politicamente e personalmente. Politicamente, perché le sue ambizioni riformiste sono naufragate in tre sconfitte elettorali di fila e in un rigetto trasversale che lo ha infine costretto a ritirare la sua controversa riforma delle pensioni. Personalmente, perché a meno di un anno dalle prossime elezioni Macron appare ormai un leader con una data di scadenza, oltretutto destinato a non lasciare granché dietro di sé.
L’eterogenea coalizione macroniana, infatti, non solo è impopolare ma si prepara a correre divisa alle elezioni, con gli ex premier Eduard Philippe e Gabriel Attal, il ministro della Giustizia Gerald Darmanin e forse l’eurodeputato Raphael Glucksmann a contendersene le spoglie. Lasciando però così la porta aperta a un ballottaggio tra gli estremi, tra il lepenismo della destra post-fascista e il melenchonismo della sinistra radicale, pronto a innescare un cortocircuito potenzialmente fatale per la Quinta Repubblica Francese.
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Il presidente che doveva superare Destra e Sinistra, liberalizzare l’economia d’Oltralpe e portare a compimento l’ambizione di una Francia europea integrata in un’Europa a guida francese rischia così di lasciare l’incarico con una Destra e una Sinistra più forti e più radicali che mai, un Paese fortemente indebitato e un processo d’integrazione europea ancora incastrato nelle sue sabbie mobili. La crisi politica europea, di riflesso, è un processo che inevitabilmente si ripercuote sulle ambizioni e le speranze del Vecchio Continente. Che, volente o dolente, resta composto da Stati-Nazione che costituiscono la spina dorsale e la forza dell’Europa. Il perdurare della fragilità politica interna rischia così di tagliare le gambe all’Unione Europea proprio nel momento più difficile della sua storia.






























