27 Maggio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Mag, 2026

«Israele fascista», l’abbaglio che divide le élite a sinistra

In Occidente si è imposta la narrazione che vede in Israele nient’altro che uno stato fascista: Erri De Luca ha proposto una contronarrazione, che però da sola non basta


Il confronto su Israele ormai corre sul ciglio del baratro. Lo psicodramma investe soprattutto aree autorevoli della sinistra. Gad Lerner, ad esempio, arriva a dare copertura intellettuale alla tesi più devastante: Israele ormai è uno stato fascista. Lerner e i tanti che lo applaudono, non tengono conto delle conseguenze di un’affermazione così perentoria.

Contro uno stato fascista è lecito qualsiasi attacco. Persino i suoi nemici storici in questa ricostruzione finiscono per essere legittimati: cosa saranno mai le feroci dittature iraniana e palestinese, cosa saranno mai i terrorismi libanese e yemenita, se combattono il neofascismo di Tel Aviv? Siete fascisti: lo stesso argomento, guarda caso, usato dal dittatore Putin per giustificare l’attacco alla democratica Ucraina.

La narrazione su Israele

La realtà è molto più banale. Un popolo sconvolto dalla più orrenda delle stragi, quella del 7 ottobre 2023, e ricattato dal rapimento degli ostaggi, ha reagito con i metodi e i principi dell’estrema destra al governo. Che, come tutte le estreme destre del mondo, pesca nella solita melma di paura e vendetta, culto della forza e disprezzo del nemico, fondamentalismo e anche suprematismo razziale e religioso. Una linea che si traduce in una reazione militare senza limiti, presentata come resistenza suprema e finale. Ai seguaci del Lerner-pensiero interessa poco che nella società israeliana vi sia dissenso e anche indignazione per gli eccessi della guerra. Che il governo potrebbe essere rovesciato a settembre.

Che esistono corti e tribunali indipendenti. Che il presidente della Repubblica israeliana ha attaccato frontalmente il ministro Ben-Gvir. Serve la narrazione forte, l’“Israele perduta” che placa gli animi per un attimo e subito dopo li mobilita verso ogni tipo di ritorsione antisemita. La alimenta. La nobilita. La porta sul terreno della lotta universale al “genocidio”, come se la violenza e la guerra fossero un’esclusiva di Israele. Come se gli iraniani o i palestinesi perseguitati dagli ayatollah o da Hamas valessero zero. E la visione di Israele perduta implica la rottura di ogni solidarietà. Le democrazie europee non devono più contare sul loro fondamentale alleato in Medio Oriente. Anzi, devono iniziare ad avversarlo in tutti i modi.

Erri De Luca controcorrente

A questo punto, si comprende bene il silenzio “democratico” sulle bandiere ebraiche bruciate, sulle persone cacciate persino il 25 aprile, sugli episodi di intolleranza e violenza verso chiunque odori di ebreo. Sono solo risposte all’Israele fascista e perduta, come democrazia, come promessa, come patria politica e morale di un popolo che ha attraversato la persecuzione più atroce della storia moderna e ora la riserva agli altri. In poche brucianti parole, si liquida come fallita una storia, la memoria della Shoah, la tradizione laburista, i kibbutz, le piazze contro Netanyahu, le famiglie degli ostaggi, i soldati che non vogliono diventare miliziani ideologici, gli israeliani che continuano a chiedere pace mentre seppelliscono i morti.

In realtà, alcune voci si alzano per contraddire un quadro così fosco e inverosimile. Erri De Luca va a Gerusalemme e si definisce sionista, rifiuta di condividere spazi con chi vuole cancellare Israele dalla carta geografica e considera inaccettabile parlare di genocidio a Gaza. Un atto generoso e coraggioso che però non basta. Perché dire che Israele è ormai fascista e perduta è uno spaventoso abbaglio. Ma rimuovere ogni interrogativo sulla condotta del governo israeliano, aggrappandosi alla parola sionismo come a un talismano, è un errore che finisce per giustificare l’abbaglio di cui sopra.

La negazione della realtà

In mezzo non c’è un comodo terzismo. C’è un dramma contemporaneo. Israele resta per l’Occidente qualcosa di irrinunciabile: una democrazia mediorientale, un riferimento strategico, un presidio storico contro l’idea che gli ebrei debbano sempre chiedere permesso per esistere. Ma proprio perché è questo, non può essere trattata come una qualsiasi potenza militare autorizzata a tutto dal proprio trauma. Le forze che combattono l’antisemitismo sono molte e anche autorevoli. Ma non riescono più ad arginare una percezione collettiva catastrofica. Nelle università, nelle piazze, nei festival culturali, Israele non è più discussa o criticata ma direttamente espulsa.

Ormai, la parola “Palestina” non esprime più l’anelito legittimo ad una terra per un popolo tormentato. Sulle bandiere sventolate in tutto il pianeta, non solo si rimuove che il primo nemico della Palestina libera è Hamas, ma si sottintende anche che questa nuova nazione vada “dal fiume al mare”. Quindi, cancelli Israele. Non il suo governo, ma la sua identità e la sua civiltà. Questa è l’emergenza, caro Lerner, questa è quella che tu chiami “negazione della realtà”.

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