Nato con Socrate, il pensiero critico è indispensabile per valutare le situazioni e prendere le decisioni migliori. E, soprattutto, per liberarsi dalla tirannia del potere, ma anche della burocrazia, della tecnocrazia, del consumismo e della cultura della prestazione
Sempre più spesso, nel linguaggio comune all’interno di dibattiti televisivi o proclami da parte di conduttori e leader politici, si usa fare riferimento al pensiero critico. Ma cos’è esattamente, e perché pare essere così tornato in auge recentemente? Il pensiero critico è una capacità fondamentale per analizzare, valutare e riflettere in modo chiaro, logico e obiettivo su ciò che sentiamo, leggiamo, osserviamo o crediamo. Non si tratta semplicemente di essere “critici” nel senso negativo del termine (come lamentarsi o trovare difetti), ma di pensare in modo consapevole e rigoroso per prendere decisioni migliori e formare giudizi fondati.
Valutare la qualità delle informazioni
Il pensiero critico inizia con la capacità di comprendere a fondo un’informazione, un argomento o un problema. Questo significa identificare il messaggio principale, riconoscere premesse, conclusioni, assunti per riuscire a distinguere tra fatti, opinioni, interpretazioni. Ciò significa, per esempio, che alla notizia “Il 70% delle persone preferisce il caffè al tè”, ci chiediamo chi ha fatto il sondaggio? Quante persone sono state intervistate e si tratta di un campione rappresentativo? Un pensatore critico valuta la qualità delle informazioni: questo è particolarmente importante nell’era dell’informazione, dove circolano notizie false, pregiudizi cognitivi e disinformazione.
Essere disposti a cambiare idea
Ciascuno di noi ha pregiudizi (bias cognitivi) che influenzano il modo in cui vediamo il mondo. Il pensiero critico implica l’esserne consapevoli – come accade per esempio nel bias di conferma, che ci porta a cercare informazioni che confermano ciò che già crediamo – e riuscire a separare emozioni e ragionamento logico quando necessario. Una strada necessaria per costruire argomenti validi e riconoscere quelli fallaci, possibile solo con apertura mentale e pensiero riflessivo. Il pensiero critico richiede umiltà intellettuale. Bisogna cioè essere disposti a cambiare idea di fronte a nuove evidenze, considerare punti di vista alternativi e porsi domande difficili. Lo scopo ultimo è quello di prendere decisioni migliori, per mezzo di una modalità di pensiero che serve a definire bene un problema, esplorare diverse soluzioni, prevedere conseguenze e scegliere l’opzione più ragionevole.
L’importanza di un approccio critico
Perché è importante? Intanto per essere cittadini informati e responsabili, ma al di là di questo per non farsi manipolare da pubblicità, politici o fake news, per risolvere problemi, innovare, collaborare nell’ambito lavorativo, e in fin dei conti anche, per quanto riguarda l’apprendimento, per studiare in modo autonomo e profondo.
Socrate e Aristotele
Non esiste un unico padre del pensiero critico nel senso stretto di chi ha coniato il termine moderno, ma la radice del concetto affonda profondamente nella filosofia antica, e una figura spicca su tutte: Socrate, spesso considerato il fondatore del pensiero critico perché ha introdotto un metodo di indagine basato sul dubbio, sul dialogo e sulla domanda incessante. Dopo Socrate, altri pensatori hanno sviluppato e formalizzato il pensiero critico, a partire da Aristotele che con la logica formale ha creato strumenti per analizzare la validità degli argomenti, fornendo una struttura al ragionamento e rendendolo più rigoroso.
Galilei e Kant
Galileo Galilei e la rivoluzione scientifica hanno applicato il pensiero critico all’osservazione della natura, mettendo in dubbio le autorità e basando le conclusioni sull’evidenza empirica e sull’esperimento. Infine, Kant che ha promosso l’uso autonomo della ragione incitando le persone a pensare con la propria testa, senza affidarsi passivamente a tradizioni o autorità.
Adorno e la scuola di Francoforte
Il termine “critical thinking” (pensiero critico) si è diffuso soprattutto nel XX secolo, per merito anche di numerosi sociologi che ne hanno approfondito significati e necessità, analizzandolo non come un’abilità individuale, ma come un fenomeno sociale, legato al potere, all’ideologia, all’educazione e alla democrazia. Fra i più importanti certamente Theodor Adorno, rappresentante della Scuola di Francoforte, che ha studiato come la cultura di massa e l’industria culturale disinnescano il pensiero critico, plasmando individui passivi, conformisti, inclini all’autorità. Adorno ha mostrato che chi cresce in ambienti rigidi, gerarchici, moralistici tende a rifiutare il dubbio e a idealizzare il leader forte. Nella sua analisi, il pensiero critico è una resistenza etica alla manipolazione culturale.
Il pensiero di Habermas
Altra voce importante della Scuola di Francoforte quella di Jurgen Habermas, che ha sviluppato la razionalità comunicativa: il pensiero critico non è solo individuale, ma nasce dal dialogo razionale tra persone libere ed eguali. Habermas ha inoltre distinto tra sapere tecnico (come fare) e sapere emancipatorio (capire perché siamo dominati, e come liberarcene). Il pensiero critico, nella sua interpretazione, è la capacità di riconoscere quando un discorso nasconde potere, ideologia, manipolazione.
Bordieu
Altri contributi importanti quelli di Bourdieu, che mostra come il sistema educativo non insegni il pensiero critico, ma selezioni e riproduca le élite, e di Foucault, spesso considerato filosofo, ma con un approccio profondamente sociologico, convinto del fatto che il pensiero critico consiste nell’indagare da dove vengono le nostre idee, chi le ha costruite, a chi servono, considerato che le verità non sono neutre, ma sono prodotte da istituzioni (scuola, medicina, carcere, psichiatria).
Saper scegliere strumenti e contesti
Quello che comunque va sottolineato con forza è che il pensiero critico non ha bisogno della scienza per essere rigoroso. Può attingere a una ricca tradizione umanistica, filosofica e sociale che fornisce strumenti altrettanto potenti — e spesso più adatti — per affrontare questioni complesse che riguardano valori, significati, identità, giustizia e senso. La vera forza del pensiero critico sta nel sapere scegliere lo strumento giusto per il contesto giusto, e nel mantenere un atteggiamento di apertura, umiltà e curiosità.
Boaventura de Sousa Santos
E proprio in questa direzione va il contributo di Boaventura de Sousa Santos, sociologo portoghese che critica il pensiero critico occidentale ed elitario, che esclude altre forme di sapere (indigene, popolari, orali), parlando di “economia epistemica del capitalismo” a proposito del fatto che solo certi saperi contano, gli altri sono ignorati. Il vero pensiero critico, per lui, è decoloniale: in sintesi, mette in crisi l’egemonia del sapere scientifico occidentale.
Il pericolo dello scientismo
In realtà, si tratta di una critica fondata: c’è un rischio di scientismo, difatti, quando si identifica il pensiero critico solo con il metodo scientifico o con la scienza. Con scientismo si intende l’idea che solo la scienza possa produrre conoscenza vera, e che tutti i problemi umani — inclusi quelli morali, esistenziali, estetici — possano essere risolti con metodi scientifici. È vero che il metodo scientifico è uno degli esempi più raffinati di pensiero critico applicato: osservazione, formulazione di ipotesi, verifica, falsificabilità, revisione in base alle evidenze.
Oltre la scienza
Ma il pensiero critico va oltre la scienza, perché riguarda qualsiasi forma di ragionamento umano — etico, politico, artistico, filosofico, quotidiano. Per esempio, la scienza può dirci come funziona il cervello, ma non può dirci se è giusto manipolare l’identità di una persona con la tecnologia. Analogamente, può misurare l’efficacia di un farmaco, ma non può decidere chi deve riceverlo per primo in caso di scarsità: quella è una decisione etica.
Un pensiero multidimensionale
Il pensiero critico, quindi, usa la scienza come strumento, ma non la erige a unico arbitro della verità. In questa prospettiva, piuttosto che essere scientista, il pensiero critico autentico è di fatto multidimensionale. È pluralista, perché accoglie diversi tipi di ragionamento (scientifico, etico, narrativo, estetico); è metacognitivo, perché sa riconoscere i limiti dei propri strumenti, è contestualizzato perché capisce che il modo di pensare varia a seconda del campo (per intenderci, la medicina non si giudica come la poesia). Infine, è aperto al dialogo, dato che non pretende di avere risposte definitive, ma cerca di migliorare la comprensione. Il pensiero critico non è insomma proprietà esclusiva della scienza. È un’abilità trasversale che appartiene a tutti i campi del sapere e della vita umana e la sua forza sta proprio nel sapere quando usare quale strumento, e nel riconoscere i limiti di ciascuno.
Il primo nemico: il potere autoritario
Naturalmente, come tutte le cose, anche il pensiero critico ha dei nemici. Non esiste un’unica forza oscura che lo combatte, quanto piuttosto ci sono diverse figure, istituzioni, dinamiche sociali che, in modi diversi, lo ostacolano, a volte consapevolmente, a volte in modo strutturale. In prima battuta c’è il potere autoritario, politico, religioso o militare che sia, che lo avversa perché il pensiero critico minaccia l’obbedienza. Come lo ostacola? Con la censura, il controllo dell’educazione, la diffusione di disinformazione, la criminalizzazione del dubbio.
Burocrazia, tecnocrazia e consumismo
Seguono a ruota la burocrazia e la tecnocrazia, che avversano il pensiero critico perché preferiscono procedure, protocolli, efficienza alla riflessione, mentre invece lo stesso invita al rallentamento e alla necessità di riflessione, cose scomode per chi deve mantenere il sistema in funzione. Terza forza che lo ostacola il consumismo e la società dello spettacolo, che necessitano di adesione immediata, non di analisi. Il pensiero critico rompe l’incantesimo: smaschera manipolazioni, costruzioni narrative, bisogni artificiali. Il consumatore critico compra meno, crede meno, obbedisce meno. Come si cerca di ostacolarlo? Con una informazione frammentata, emotiva, virale, con una overdose di contenuti che impedisce la riflessione.
La società della prestazione
Ma altri nemici sono la società della prestazione, perché il pensiero critico è lento, incerto, talvolta fallimentare nonché l’innata paura dell’incertezza che alberga in ciascuno di noi, perché il pensiero critico non dà certezze. Spesso moltiplica i dubbi, mentre molte persone cercano sicurezza, identità, appartenenza e non complessità. Ammettere di non sapere è faticoso, emotivamente costoso. E allora via con fughe verso ideologie semplici, leader carismatici, narrazioni chiare. Tutte cose che hanno preferenza per la conferma, non per la verifica.
Un pensiero non buono per definizione
Infine, bisogna stare attenti anche ad altro, perché il pensiero critico non è buono per definizione. Il perché sta in un semplice ragionamento: può essere anche (male) utilizzato in ottica di cinismo per smontare tutto senza costruire nulla, così come per giustificare l’inerzia – non c’è una risposta certa quindi non facciamo niente – o anche in un’ottica di elitarismo intellettuale che tende ad escludere chi non ragiona come noi. Insomma, anche il pensiero critico ha bisogno di essere pensato criticamente.






























