Il generale Vincenzo Camporini commenta la Nato 3.0 che sta prendendo forma, il disimpegno americano e la possibile leadership tedesca
«Oggi nei paesi europei mancano capacità nel campo dell’intelligence e delle comunicazioni, ci sono carenze nella difesa anti-missile. Gli europei devono rendersi conto che conviene loro sviluppare queste capacità in modo da non dover dipendere dall’umore di chi siede alla Casa Bianca». Il generale Vincenzo Camporini, ex capo di stato maggiore dell’Aeronautica Militare e della difesa fa il punto sulla Nato 3.0 che, nel modo in cui si sta definendo, sembra prevedere un progressivo disimpegno americano e un maggiore peso europeo, specialmente tedesco.
Generale, non passa giorno senza che gli Usa non paventino il loro allontanamento dalla Nato. Quanto è verosimile uno scenario di questo tipo?
«Credo risponda più che altro a una reazione istintiva del presidente americano a presunte inadempienze degli altri paesi della Nato. Tanto è vero che, in virtù della simpatia per il nuovo presidente polacco, Trump aumenterà di cinquemila uomini la presenza americana in Polonia. Possiamo immaginare che sposterà lì gli uomini che toglierà dalla Germania. In ogni caso, si tratta di numeri modesti che non cambiano gli equilibri sul campo. Quello che cambia è la costante ostilità nei confronti dell’Alleanza Atlantica».
Ostilità che spunta le armi della Nato?
«Sicuramente indebolisce la validità dell’articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico, che impone ai membri dell’Alleanza di intervenire nel caso che un Paese Nato venga invaso. Questo è l’aspetto politico, ed è senz’altro più preoccupante dello spostamento di qualche migliaio di uomini».
La Germania intanto si è detta disponibile ad assumere la leadership europea della Nato. È il quarto paese al mondo per spese militari. Potrebbe sostituire gli Usa?
«Teniamo presente che gli effetti degli investimenti tedeschi sulla difesa si vedranno tra qualche anno. Senza dubbio gli europei si devono organizzare: in parte hanno cominciato a farlo con riunioni a livello sia politico che militare. Certo è che una realtà militare di paesi europei non potrà coinvolgere tutti i Ventisette, ma solo coloro che hanno la capacità e le forze per dare un contributo effettivo. Bisognerà poi coinvolgere Gran Bretagna e Norvegia, paesi che non fanno parte dell’Unione ma che hanno posizioni strategiche e capacità irrinunciabili. Riguardo al ruolo di leader della Germania ci sono poi delle difficoltà politiche».
Che tipo di difficoltà?
«Il pilastro europeo della Nato non può avere un paese egemone che giochi il ruolo giocato dagli Usa nell’Alleanza Atlantica. In Europa, il rapporto tra i paesi deve restare un rapporto tra pari grado».
E, al netto delle difficoltà politiche, dal punto di vista militare la Germania avrebbe le capacità per svolgere quel ruolo di leader?
«Dovrebbe fare uno sforzo notevole dal punto di vista tecnico per guadagnare una capacità operativa che negli ultimi decenni ha molto trascurato. C’è poi un problema di numeri: gli organici delle armate tedesche al momento non sono adeguati, tanto che si inizia riparlare di leva. Per il momento, sono stati chiamati a una visita medica obbligatoria tutti i giovani che potrebbero essere arruolati. Purtroppo in Europa abbiamo tutti smobilitato. Lo abbiamo fatto anche noi italiani».
Sulla difesa europea l’Italia continua a svolgere un ruolo ambiguo. In settimana è stata proposta e subito ritirata una mozione sul disimpegno rispetto al 5% di Pil per la difesa e restiamo fuori dal piano Purl. Nella Nato 3.0 immaginata da Rutte l’Italia è destinata alla marginalità?
«L’Italia si espone volutamente alla marginalità. La diatriba sul 5% non è altro che il segnale di una forte disparità di vedute nella maggioranza, così come ci sono vedute inconciliabili nell’ opposizione. I nostri schieramenti politici non hanno ancora compreso le dinamiche della politica internazionale dopo la guerra in Ucraina e l’arrivo di Trump. Se non vuole essere marginalizzata, l’Italia deve darsi un assetto politico coerente e non così ondivago come è attualmente».
In questi anni di guerra Kiev è diventata un punto di riferimento militare per l’Europa. Ora Merz ha proposto lo status di paese “associato” per l’Ucraina. In che modo si intrecciano adesione all’Ue e alla Nato?
«L’ingresso dell’Ucraina nella Nato non è mai stato in agenda dall’invasione della Crimea nel 2014, con buona pace delle dichiarazioni di Mosca. In nessun circolo politico atlantico si considerava questa come una prospettiva realistica. Lo scenario attuale riguarda essenzialmente una possibile futura adesione nell’Ue. Ricordiamoci che la caduta del precedente regime in Ucraina è stata dovuta al fatto che l’allora presidente rifiutò inopinatamente di firmare un accordo di associazione all’Unione europea che era già stato negoziato. Sono certo che la prospettiva dell’ingresso di Kiev in Europa debba essere perseguita e sono altrettanto certo che a Mosca verrebbe difficilmente accettata».
Rubio ha attaccato la Nato accusandola di non avere fatto nulla in Iran?
«Il trattato del Nord Atlantico è un esempio di arte diplomatica. Se Rubio lo avesse letto, non avrebbe fatto quelle dichiarazioni. Perché il Trattato afferma in maniera incontrovertibile che i paesi della Nato reagiscono alle aggressioni. Non era questo il caso, quindi le richieste americane sono prive di fondamento».





























