Da faro d’Europa la Germania diventa oggi il perno di una crisi profonda che è un sintomo della salute politica nel Vecchio Continente
Da più di 150 anni, esattamente da quando Benjamin Disraeli definì nel suo discorso del 9 febbraio del 1871 la riunificazione della Germania realizzata dal Cancelliere Bismarck «un evento politico più grande della Rivoluzione francese», la “questione tedesca” è stata l’ombra della storia europea. Ma oggi, a differenza dal passato, il problema non è più costituito dalla potenziale asimmetria di potenza tra la Germania e gli altri paesi europei ma, all’opposto, dalla sua debolezza politica e dalle sue insicurezze spirituali. Il paese demograficamente ed economicamente più forte del Vecchio Continente è come preda di una catalessi programmatica, paralizzato dinnanzi alla radicalità dei mutamenti provocati dalla fine della “fine della storia”.
Nella odierna costellazione del mondo del ‘post-Occidente’ la Germania fa fatica a trovare un ruolo all’altezza del suo peso geopolitico. Un paese il cui sistema politico da sempre aveva avuto nella figura del cancelliere il suo centro di gravità deve, per la seconda volta consecutiva, prendere atto di non poter più contare su questa risorsa scoprendosi politicamente orfano e profondamente insicuro. Dopo il socialdemocratico Olaf Scholz anche Friedrich Merz, l’attuale Cancelliere democristiano da un anno alla guida di un governo di coalizione con la Spd, appare incapace di guidare il paese fuori dalle sue difficoltà e dalle sue paure.
Il tramonto dei grandi cancellieri
La figura dei grandi cancellieri del secondo dopoguerra, da Konrad Adenauer a Willy Brandt da Helmut Schmidt e Kohl ad Angela Merkel, sembra un ricordo lontano legato al “mondo di ieri”. La Germania in questo senso con qualche anno di ritardo conosce, come è accaduto in altri paesi europei dalla Francia all’Italia, ai Paesi Bassi e alla stessa Inghilterra, il declino della grande politica democratica e la crisi del funzionamento della forma partito che era stato, come avevano indicato Duverger e Sartori, lo strumento della rinascita economica, sociale e democratica dell’Europa del Secondo dopoguerra.
Questo spiega perché per la prima volta anche in Germania si stia profilando il rischio che un movimento di estrema destra come la Afd possa costringere le forze del centro democratico a superare il “muro politico tagliafuoco” innalzato per tenerlo lontano dal potere. Già i risultati delle elezioni che si terranno il prossimo settembre in due Laender di quella che una volta era stata la Ddr saranno dei segnali allarmanti in tale direzione.
Il confronto europeo
Anche i tedeschi, come qualcuno ha detto, potrebbero essere tentati di «fare come hanno fatto gli italiani» mandando al potere la Meloni o gli elettori francesi l’anno prossimo affidarsi all’estrema destra della Le Pen o se questa fosse dichiarata ineleggibile di Bardella. Che questa sia una minaccia reale lo confermano alcune preoccupate diagnosi: il governo Merz sarebbe secondo alcuni «una delle ultime grandi opportunità per il centro politico» o come si è espresso il leader bavarese Markus Sӧder «l’ultima cartuccia della democrazia».
Il vero problema è se il governo Merz riuscirà a rimettere in carreggiata il paese dal punto di vista economico. Ed è proprio questa la questione più difficile da risolvere. La Germania si era trasformata nella terza potenza economica mondiale nel contesto del mondo basato sul multilateralismo e sulla cooperazione internazionale che aveva guidato l’epoca della globalizzazione economica e commerciale segnando il trionfo del Modell Deutschland.
La fine di un’illusione
Tutto questo è finito e la Germania che si era illusa di ottenere per via economica i vantaggi dell’epoca della “pace perpetua” ha scoperto che si era trattato invece di una tragica illusione. Come molti anno or sono aveva sostenuto con grande lucidità Peter Glotz, un acuto intellettuale-politico della Spd cresciuta alla scuola di Willy Brandt, la Germania è un grande transatlantico che ha bisogno, a differenza di altri paesi come ad esempio l’Italia, di tempo e di spazio per cambiare rotta.
Ma ce l’avrà questo tempo? La scommessa, come ha ammesso lo stesso cancelliere Merz nella intervista che apparirà nel prossimo numero di Der Spiegel, è una vera e propria corsa contro il tempo per riuscire a dare risposte al nervosismo e al senso di insicurezza che serpeggia tra i cittadini. La Germania come del resto l’Europa aveva potuto contare dopo la fine della Seconda Guerra mondiale sul sostegno dell’egemonia benevola e la protezione militare degli Stati Uniti.
Solitudine geopolitica e futuro europeo
Oggi la sua riconversione strategico-produttiva e politico-diplomatica deve avvenire nel contesto di una vera e propria solitudine geopolitica del Vecchio continente. La Russia è diventata per la Germania (e per l’Europa) una vera e propria minaccia militare. Mentre è sempre più evidente il disegno dell’amministrazione americana che punta sull’estrema destra tedesca per indebolire non solo la democrazia in Germania e per tale via anche quello che una volta Mario Draghi definì il più «innovativo progetto geopolitico» dopo il 1945: la costruzione di un’Europa forte economicamente e autonoma strategicamente.
LEGGI Europa e Canada pensano alla terza via tra Usa e Cina
Fare dell’Europa non più solo un continente di pace ma una potenza capace di competere con le altre grandi potenze del mondo. Esiste una espressione tedesca quella di Schadenfreude, della “gioia maligna”: se qualcuno pensa di poter gioire per le attuali difficoltà della Germania commetterebbe un grave errore perché senza o contro la Germania non c’è futuro per l’Europa. Ovviamente vale anche l’opposto: tocca a quel paese ritrovare la fiducia nel proprio futuro e assumersi il compito che le compete per la sua collocazione al centro del Vecchio continente e la sua forza economica.


















