29 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

29 Apr, 2026

Europa e Canada pensano alla terza via tra Usa e Cina

Ursula von Der Leyen e Mark Carney

Dal piano “Made in Europe” all’asse con il Canada: l’Europa prova a trovare una terza via e a ridisegnare gli equilibri globali tra protezionismo, transizione verde e competizione con Cina e Usa


L’Industrial Accelerator Act (IAA), il programma dell’Unione europea che mira a rafforzare l’industria continentale e accelerare la transizione verso un’economia a basse emissioni, potrebbe diventare una leva per trasformare l’assetto delle relazioni internazionali nel decennio segnato dalla competizione tra Usa e Cina. L’orizzonte è quello disegnato nel discorso di Mark Carney al Forum di Davos nel quale il primo ministro canadese ha proposto di costruire un’alleanza di “potenze medie” per riaffermare le ragioni del diritto contro quelle della forza e attirare i paesi che si sentono minacciati da Pechino e Washington. Il ruolo guida dovrebbe essere assunto, insieme al Canada, proprio dalla Ue.

In questo quadro, la ministra canadese dell’industria, Mélanie Joly, ha annunciato in una intervista al Financial Times l’obiettivo di «allineare» le politiche industriali dell’Ue e del Canada. Ottawa mira a rientrare nel piano che la Commissione europea ha lanciato il mese scorso per proteggere settori strategici – come le tecnologie per le energie pulite e l’industria pesante – dalla concorrenza sleale di paesi terzi, in particolare la Cina, limitando l’accesso a sovvenzioni e appalti pubblici in tali settori alle imprese con sede nell’UE.

Il piano “Made in Europe”

Per esempio, nel settore automobilistico, per essere considerati “europei”, i prodotti dovranno contenere almeno il 70% di componenti prodotti nell’Ue, mentre nei settori pesanti, come alluminio e cemento, la soglia è fissata al 25%. Il piano, ribattezzato “Made in Europe”, prevede tuttavia la possibilità di includere anche i produttori provenienti da paesi con cui Bruxelles ha accordi commerciali, a condizione che alle aziende dell’UE sia offerto un accesso reciproco a sussidi e contratti pubblici in tali mercati. Tra questi c’è proprio il Canada.

Ottawa avrebbe così l’opportunità di ridurre la sua eccessiva dipendenza dagli scambi commerciali con gli Usa: il Canada intende infatti raddoppiare le sue esportazioni al di fuori degli Stati Uniti entro il 2035 e concludere nuovi accordi commerciali in Asia ed Europa per un valore di circa 300 miliardi di dollari.

Dal canto suo, l’Ue cerca di rilanciare la produzione manifatturiera interna, che è scesa dal 17,4% del prodotto interno lordo dell’UE nel 2000 al 14,3% nel 2024, proprio a vantaggio di Cina e Usa. Come spiega Joly, «abbiamo bisogno che le potenze di medio livello lavorino insieme, creando un vero e proprio blocco economico». A condizioni di parità, si intende. Il terreno a Bruxelles sembra fertile.

Accesso ai mercati e reciprocità

Fonti interne alla Commissione ammettono che, secondo il piano Made in Europe, «i partner commerciali coperti da accordi bilaterali hanno accesso ai nostri mercati degli appalti pubblici». Esclusa da questi mercati sarebbe, viceversa, la Cina.

Il ministero del commercio di Pechino accusa il progetto europeo di imporre requisiti restrittivi sugli investimenti esteri in quattro settori chiave – batterie, veicoli elettrici, fotovoltaico e materie prime critiche – e di introdurre clausole di “origine UE” negli appalti pubblici e nelle politiche di sostegno. «Una discriminazione sistemica», è la condanna senza appello. «Se l’Ue andrà avanti danneggiando gli interessi delle aziende cinesi – minaccia il ministero del commercio – la Cina non avrà altra scelta che adottare contromisure per tutelare i legittimi diritti e interessi delle sue imprese».

Ma Bruxelles assicura che il provvedimento è conforme al diritto internazionale ed è giustificato dal rifiuto di Pechino di aprire il proprio mercato alle imprese europee. «Siamo uno dei mercati più aperti al mondo e vantiamo la più ampia rete di accordi di libero scambio a livello globale. Pertanto, ci aspettiamo che questa apertura sia reciproca», dicono dalla Commissione. Inoltre, secondo i funzionari di Bruxelles, l’Iaa contribuisce a ridurre la dipendenza dai paesi terzi.

L’alleanza delle potenze medie

Secondo Guillame Duval, giornalista economico e consulente speciale dell’Istituto Jacques Delors di Parigi, l'”alleanza di potenze medie” deve avere «anche una dimensione economica per aiutare i suoi membri, sia paesi sviluppati che paesi del Sud globale».

Una tale alleanza potrebbe riunire sei paesi africani (Sudafrica, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Nigeria e Tanzania), quattro paesi americani (Argentina, Brasile, Messico e Canada), dieci paesi asiatici (Giappone, Corea del Sud, Bangladesh, India, Pakistan, Filippine, Indonesia, Singapore, Thailandia e Vietnam), paesi europei non-Ue (Norvegia, Svizzera e UK), quattro paesi mediorientali (Arabia Saudita, Egitto, Emirati arabi uniti e Turchia) e un paese del Pacifico (Australia).

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Secondo Duval, «questi paesi rappresentano il 52% della popolazione mondiale e il 46% del pil globale»: un gruppo che avrebbe un peso maggiore delle due superpotenze globali, Usa e Cina, messe insieme. Ma il cammino dell’Iaa non è ancora completato: dovrà passare infatti al vaglio del Parlamento europeo e del Consiglio dell’Ue. Tra i paesi più tiepidi c’è la Germania: Berlino teme che le restrizioni protezionistiche verso l’esterno possano diventare un freno al libero mercato.

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