L’economista Veronica de Romanis, docente di Politica economica europea alla Luiss, commenta la linea del governo di fronte alla crisi in Medio Oriente. Dal rinnovo del taglio delle accise alla richiesta di sospendere il Patto di Stabilità
Nel bel mezzo di quello che la Banca mondiale definisce il più grande shock dell’offerta petrolifera mai registrato «l’Italia si ritrova con una crescita praticamente ferma. Risultato di anni di immobilismo. Non è solo il risultato della mancata azione di questo governo. Quel debito che nel 2026 rispetto al Pil è il più elevato della zona euro, più alto di quello della Grecia, che nel prossimo anno continuerà a salire, per poi iniziare una discesa molto lenta. L’Italia si ritrova con pochi spazi di manovra e la necessità assoluta di puntare su una maggiore crescita».
Professoressa De Romanis, in queste condizioni – ampiamente declinate dai numeri nelle audizioni, dell’Istat, di Bankitalia, dell’Ufficio parlamentare di Bilancio sul Documento di finanza pubblica (Dfp), con quali mezzi e misure il governo può affrontare le emergenze ealla crisi in Medio Oriente?
«L’errore è stato proprio quello di pensare di affrontare le emergenze in maniera emergenziale. Le emergenze ci sono sempre, ahimè. Però proprio perché facciamo interventi emergenziali, quando arriva una nuova crisi ci facciamo trovare con la barca un po’ rattoppata senza aver sistemato i fondamentali. Dovremmo prendere esempio da Paesi come la Grecia, la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo, economie più piccole della nostra. Nel 2010-2011 erano sull’orlo del fallimento. Sono entrati in un programma di aggiustamento, hanno cambiato il sistema economico, il mercato del lavoro, il sistema della pubblica amministrazione. La Spagna anche il sistema dell’istruzione. E oggi sono economie con una crescita 3-4 volte superiore alla nostra e un debito che è sceso in maniera molto significativa. Nel caso del Portogallo in soli cinque anni la riduzione è stata di quasi 32 punti percentuali, questo dimostra che il debito può essere ridotto, ma certo non si può fare se non c’è la crescita».
La presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha stimato per la Ue perdite per circa 500 milioni al giorno. Subiremo le conseguenze della crisi in Medio Oriente per anni, ha detto. Tra vincoli di bilancio e risorse scarse come farà il governo a garantire sostegno alle imprese e alle famiglie, strette tra caro energia e inflazione di nuovo in corsa?
«Parlerei di cosa non deve fare, ovvero quello che ha fatto finora, l’intervento sulle accise: Meloni lo ha già messo in campo due volte e ha detto che lo farà ancora, stavolta in maniera meno duratura e forse meno estesa. Ma è un errore fare questo tipo di interventi generalizzati, per due motivi: in primo luogo perché sono regressivi, cioè vanno ad avvantaggiare maggiormente chi non ne ha bisogno. Inoltre sono distorsivi, incoraggiano il consumo di energia quando invece in questa fase bisognerebbe proprio cominciare ad avere un approccio strutturale diverso. Le misure di sostegno devono essere mirate, temporanee, selezionate, devono cioè sostenere i redditi di chi ha davvero bisogno, non il consumo di energia. E nel contempo bisogna trovare il modo per rafforzare il sistema economico».
Da dove si comincia?
«Io vedo due priorità, la prima è la revisione della spesa perché insieme alle vecchie sfide, come quella che ci pone la demografia, dovremmo affrontare le nuove che sono la difesa, la transizione verde e la transizione tecnologica. Sarà necessario spendere di più e non possiamo pensare di farlo aumentando il debito. Dobbiamo farlo mettendole le mani nel bilancio dello Stato, un intervento che non abbiamo visto fare a nessuno dei governi degli ultimi anni. Abbiamo 1.150 miliardi di spesa pubblica ma siamo fermi, quindi i margini d’intervento ci sarebbero».
Il governo ha chiesto ripetutamente all’Europa la sospensione del Patto di Stabilità. Di fronte al muro eretto da Bruxelles ora si valuta l’attivazione della deroga nazionale chiedendo di estenderla oltre che alle spese per la difesa a quelle per l’energia. Che ne pensa?
«Le economie europee stanno affrontando questa crisi in maniera molto diversa. La questione non è la difesa o i soldi per l’Ucraina, per cui siamo tutti nella stessa situazione. Ci sono i Paesi che crescono, quelli che hanno un debito basso, quelli che non hanno una forte dipendenza dall’energia. Quindi, invocare una sospensione delle regole non ha senso, vuol dire che chi lo chiede non le ha lette. Perché le regole si sospendono quando c’è una crisi significativa e generalizzata e al momento non è in atto, e aggiungerei per fortuna».
Quali strade si possono percorrere?
«Se si vogliono sostenere le famiglie e far fronte alla crisi energetica, ci sono due vie, una è la clausola nazionale: si va a Bruxelles e si negozia. Certo bisogna avere argomenti validi, perché se si va a raccontare che si finanzia il terzo round di riduzione delle accise sarà difficile ottenerla. Oppure si emette debito e mi sembra un grandissimo errore dal momento che noi già paghiamo 87 miliardi di spesa per interessi, quindi aumentare il debito non è gratis. Oppure, come dicevo prima, si mettono le mani nel bilancio dello Stato e si trovano le risorse tra i 1.150 miliardi di spesa pubblica che, come dimostra la mancata crescita, forse non sono tutti così necessari».
La Lega continua a indicare la strada dell’uscita unilaterale dal Patto di Stabilità.
«Vuol dire che Matteo Salvini non ha letto le regole che il governo di cui è vicepremier ha concordato, negoziato e firmato nel 2024. Dietro ci può essere o una mancata trasparenza, cioè l’idea è di uscire dall’euro e quindi poi dall’Unione Europea. O non è chiaro quello che che si vuole fare. Aggiungo che Matteo Salvini era vicepremier durante il Conte I, quando fu fatto esattamente quello che propone, ovvero violare tutte le regole. Se vuole lo può fare, ma quello che successe dovrebbe sconsigliare la replica, perché lo spread arrivo a 300 punti base, la reazione dei mercati, cioè di chi compra il nostro debito, fu immediata e piuttosto violenta. E questo significa più costi per le famiglie e le imprese, ovvero mutui più cari e investimenti più onerosi, e a pagare sono principalmente le persone più indifese. Non vedo perché un vicepremier voglia scatenare un’altra tempesta finanziaria».
L’Istat è tornata a lanciare l’allarme sulle retribuzioni: tra il primo trimestre 2021 e il quarto del 2025 si sono ridotte del 7,8% in termini reali, nonostante un recupero nell’ultimo anno. Come si inverte la rotta?
«La formula è sempre la stessa: crescita e produttività. Nel Dfp c’è una tabella in cui è indicato il Pil potenziale, quello che avremmo dovuto registrare anche grazie alle risorse del Pnrr. Il governo nei prossimi anni lo stima sotto l’1%, in media allo 0,7%. Siamo sotto la media europea. Il contributo a questa crescita potenziale arriva un po’ dal lavoro, ma quella parte che si chiama produttività totale dei fattori ha un contributo negativo. La produttività totale dei fattori è l’elemento che indica quanto un sistema economico è efficiente, attrattivo, capace di far fare impresa, è cioè capace di crescere. Ecco, se lo stesso governo ci dice che questa componente toglie crescita potenziale, vuol dire che l’unica soluzione sono le riforme di cui però in questo Paese non si parla».
La Ue ha dato il via libera alla nona rata del Pnrr. Il programma è alle battute finali ma l’impatto sulla crescita è stato molto inferiore alle aspettative. Cosa non ha funzionato?
«Si sono presi troppi soldi tutti insieme, si sono finanziati progetti vecchi, quindi non sono stati utilizzati per la next generation, l’80% dei progetti aveva una dimensione molto piccola, inferiore a un miliardo. Quindi abbiamo distribuito risorse in mille piccoli piccoli progetti che non hanno avuto un impatto reale».


















