26 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

26 Apr, 2026

Nelle piazze del 25 Aprile il paradosso di un antifascismo cieco

Il 25 Aprile non è diventato divisivo soltanto se sei fascista, ma anche se sei ebreo, ucraino, liberale, riformista, o semplicemente non allineato


Forse, dopo gli eventi che hanno macchiato la Festa della Liberazione, è arrivato il momento di trovare l’onestà intellettuale per dire con chiarezza che cosa è diventato il 25 aprile. In questo senso la Brigata ebraica ha avuto, ancora una volta, il merito doloroso di rendere visibile ciò che molti preferiscono non vedere. Lo fa da anni, portando dentro il 25 aprile una contraddizione che disturba le liturgie facili. Ci ricorda che gli ebrei non appartengono soltanto alla memoria della persecuzione, bensì anche, a pieno titolo, alla storia della Liberazione, poiché combatterono contro il nazifascismo come volontari della Palestina mandataria, inquadrati nell’esercito britannico, e contribuirono alla liberazione dell’Italia, portando dentro la guerra europea il segno vivente di un popolo perseguitato, espulso, deportato, sterminato. Ecco perché la stella di Davide non può diventare un corpo estraneo proprio nella festa che celebra la sconfitta di chi voleva cancellarla dalla terra.

Contro la Brigata Ebraica l’ignoranza travestita da militanza

E invece è accaduto proprio questo: una parte della piazza, a Milano, ha voluto cacciare una minoranza. L’ha fatto con insulti scioccanti, con la pressione collettiva, l’intimidazione, il disprezzo travestito da coscienza politica. L’ha fatto con ignoranza travestita da militanza. Con l’incapacità, ormai sempre più diffusa, di distinguere tra ebrei, israeliani, governo israeliano, sionismo, guerra a Gaza, memoria della Shoah, Resistenza, 25 aprile, gettando tutto nello stesso calderone ideologico. Si è cancellato così un pezzo di storia antifascista affermando implicitamente che, in fondo, la memoria degli ebrei è ammessa solo quando resta muta, vittimaria, innocua, priva di bandiere, priva di identità e di voce.

Abbiamo assistito, cioè, a una forma di analfabetismo storico aggressivo, convinto perfino della propria superiorità morale. E attorno, come sempre, il coro degli indifferenti, di quelli che non aggrediscono direttamente e però lasciano fare, osservano, minimizzano, poi contestualizzano e spiegano. La verità, però, è che sabato, a Milano e nel clima avvelenato di altre piazze italiane, bastava essere riconoscibili come ebrei per diventare un bersaglio. Bastava una stella di Davide, un segno, una presenza non abbastanza mimetizzata. Potevi essere favorevole a Netanyahu o detestarlo, difendere Israele o criticarne il governo, cantare Bella ciao, richiamarti alla Resistenza, dichiararti democratico, progressista, antifascista. Non importava. La colpa veniva prima delle opinioni. La colpa era essere riconoscibile.

Ma quando un ebreo può stare tranquillo in una piazza solo se non appare come ebreo, è evidente che il problema ha già superato il perimetro della polemica su Israele, Gaza, il sionismo, il governo israeliano, la guerra, ed è entrato in una zona più antica e più buia. La zona in cui l’identità dell’altro viene tollerata soltanto se rinuncia a un frammento essenziale di sé per essere ammessa nello spazio comune. Certo, quello che è accaduto sabato non nasce sabato. È il frutto maturo di anni di polarizzazioni tossiche, di linguaggi irresponsabili, di fanatismi accarezzati perché comodi, perché utili e spendibili nella grande recita dell’indignazione permanente.

Nelle piazze il rigurgito del Novecento morente

Per anni una parte dei media, della politica, dello spettacolo, della cultura militante ha blandito o tollerato questi piccoli squadristi in rosso, trasformandoli in coscienza critica. Ora ne vediamo i risultati. La violenza fisica arriva sempre dopo. Prima c’è la violenza delle parole, c’è l’educazione all’odio selettivo, la lunga preparazione morale che consente a qualcuno di pensare che una stella di Davide, in un corteo del 25 aprile, sia un problema di ordine pubblico. La polarizzazione degli ultimi anni ha prodotto questo effetto devastante, che non riguarda solo l’identità ebraica, ma tutta una serie di schematismi ideologici che sono emersi nelle piazze come rigurgiti, o come l’ultimo poderoso colpo di coda di quell’animale morente che chiamiamo Novecento, e che ha smosso il fondo limaccioso dei suoi armamentari ideologici più logori.

Così nemmeno le bandiere ucraine, a Roma e a Bologna, potevano essere tollerate, perché l’Ucraina aggredita dalla Russia sarebbe “nazista” secondo una propaganda filorussa ormai assorbita da una certa memoria ideologica, che ha ancora bisogno di immaginare Mosca dalla parte dell’antifascismo storico. E così la Russia putiniana, autoritaria, imperiale, ossessionata dalla propria grandezza perduta, viene presentata come potenza accerchiata. Nelle stesse piazze, intanto, si vedevano bandiere della Palestina, di Hezbollah e dell’Iran degli ayatollah accanto alle bandiere rosse. È il paradosso perfetto di un antifascismo diventato cieco: il vessillo di un popolo europeo invaso da un’autocrazia nazionalista appare provocatorio, mentre i simboli di milizie confessionali e jihadiste e di una teocrazia che reprime donne, dissidenti e minoranze possono sfilare sotto il mantello dell’antimperialismo.

Il dialogo tra abitanti di “realtà diverse” diventa impossibile

È dunque, con ogni evidenza, una polarizzazione che non ha soltanto diviso le opinioni. Ha diviso il visibile. Di fronte allo stesso fatto, le persone sembrano ormai abitare realtà diverse: la realtà dell’aggressione e quella della reazione, del terrorismo e della resistenza, dell’imperialismo e della difesa, dell’antisemitismo e della critica politica. Il fatto scompare dietro la sua funzione identitaria. E scompare anche il dialogo possibile tra abitanti di realtà diverse. Sono alieni, e quasi sempre nemici. E dunque anche dei potenziali bersagli: la Brigata ebraica con la stella di Davide, così come i Radicali e +Europa con le bandiere dell’Ucraina, ma come anche i due coniugi con il fazzoletto partigiano al collo colpiti, sempre a Roma, da piombini sparati con una pistola ad aria compressa.

Questi eventi del 25 aprile, certo isolati ma non per questo meno gravi, meno importanti, ci dicono che per anni abbiamo lasciato crescere una cultura politica – alimentata e moltiplicata dai social – che pretende di emendare il reale, ovvero di correggerlo, di farlo coincidere con le proprie interpretazioni, fino a travisarlo, manipolarlo, perfino rimuoverlo. Il risultato è che il 25 aprile non è diventato divisivo soltanto se sei fascista, ma anche se sei ebreo, ucraino, liberale, riformista, o semplicemente non allineato. A chi appartiene la piazza, allora? A chi urla più forte? A chi decide quali memorie siano ammesse e quali debbano scomparire? A chi usa la Liberazione per praticare nuove esclusioni? Gli antichi orrori non ritornano mai identici.

Tornano come deformazioni del linguaggio, come abitudini dello sguardo, come indulgenze selettive, o nel piacere dell’espulsione. Tornano quando alcune presenze diventano intollerabili e la libertà vale soltanto per chi conferma la nostra parte. Il 25 aprile dovrebbe servire a impedirlo. Dovrebbe ricordarci che la liberazione non è soltanto un evento del passato, bensì una disciplina del presente. Perché liberarsi significa anche sottrarsi agli automatismi collettivi, alle idee ricevute e agli schemi ereditati. Significa restare fedeli ai fatti anche quando incrinano la nostra appartenenza. Se tutto questo non avviene, se la piazza vuole diventare una comunità immunitaria che si “protegge” eliminando il simbolo disturbante, che cosa resterà del 25 aprile?









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