24 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Apr, 2026

La destra europea stretta nella morsa di Trump e Putin

Trump e Putin

La rottura tra la premier Meloni e Trump costringe le destre europee a una scelta di campo: se stare con l’Europa e con chi, come Trump e Putin, teme l’autonomia europea


Se l’antitrumpismo della sinistra è scontato, verrebbe da dire perfino obbligato, non lo è altrettanto quello della destra europea che da Trump ha tratto energia, linguaggio e legittimazione. Per molto tempo, infatti, il tycoon americano ha funzionato come uno sdoganatore, non solo del nazionalismo più spinto, della guerra culturale contro il progressismo, dell’ostilità verso l’immigrazione, ma soprattutto dell’idea che l’insubordinazione ai codici liberali e alle mediazioni istituzionali del garantismo occidentale potesse finalmente convivere con il governo e perfino rafforzarlo. Trump ha dato, cioè, a molte destre del continente la sensazione di non essere più una periferia polemica della democrazia liberale, bensì il suo futuro possibile.

Il ruolo di Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, in questo quadro, sembrava la figura più adatta a tradurre quel paradigma in una versione europea di potere. Abbastanza radicale da parlare alla sua base, abbastanza disciplinata da rassicurare Bruxelles, abbastanza atlantica da restare seduta al tavolo degli alleati. Non a caso è stata l’unica leader europea presente all’insediamento di Trump nel 2025, e fino a poche settimane fa Washington la considerava un’interlocutrice privilegiata: il punto di raccordo tra l’America trumpiana e una destra continentale che aspirava a diventare establishment.

Poi, però, la realtà ha presentato il conto, ricordando che i nazionalismi possono assomigliarsi nel lessico, ma divergono quasi sempre negli interessi. Trump, infatti, non è più l’idolo rude ma popolare dell’antiwoke, del nazionalismo urlato o della frontiera elevata a religione politica. Sta diventando, agli occhi di molti europei, il simbolo di una potenza che destabilizza tutto ciò che in Europa resta ancora prezioso, come il diritto internazionale, l’equilibrio tra alleati, la distinzione tra forza e capriccio, perfino il rispetto per le autorità spirituali quando esse si permettono di dire una parola di pace.

Gli umori dei sovranisti europei

Già a inizio anno, di fronte alla crisi della Groenlandia e alle minacce tariffarie americane, molti partiti populisti e di estrema destra europei avevano cominciato a raffreddare il proprio entusiasmo. L’AfD criticava l’ingerenza americana, Bardella invocava una risposta europea, perfino il mondo di Farage, che del trumpismo britannico era stato per anni una succursale quasi naturale, alzava qualche cautela. Erano i primi segnali di una presa di coscienza più ampia da parte del sovranismo europeo, che ha scoperto di avere importato non tanto un alleato quanto un principio di subordinazione.
Il caso Meloni rende questa contraddizione quasi didascalica. Trump l’ha prima esaltata e poi umiliata pubblicamente, dicendosi «scioccato» da lei, accusandola di scarsa lealtà e di non avere sostenuto abbastanza gli Stati Uniti nella crisi con l’Iran.

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Meloni, dal canto suo, ha preso le distanze dalla guerra, ha definito «inaccettabili» gli attacchi di Trump a Papa Leone XIV, ha negato agli Stati Uniti l’uso della base di Sigonella per operazioni militari dirette in Medio Oriente. Qui il dato interessante non è la rottura personale fra due leader, e nemmeno la convenienza elettorale del momento – i sondaggi indicano che circa i due terzi degli italiani hanno un’opinione negativa di Trump e che il legame con la Casa Bianca è uno dei fattori che possono aver pesato sulla sconfitta del referendum sulla riforma della giustizia nel marzo scorso -, ma piuttosto un cambio di percezione che si è diffuso a destra: ovvero che la prossimità a Trump può costare più di quanto renda, dal momento che il problema è diventato ormai culturale, quasi antropologico.

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Il fastidio per l’autonomia europea

È in questo contesto che l’insulto di Vladimir Solovyev appare significativo. Il conduttore filocremlino ha attaccato Meloni con la consueta violenza volgare della propaganda russa, e tuttavia il punto più interessante, al di là del bieco sessismo dell’invettiva, è l’accusa politica: aver tradito Trump. Questa formula, se non prova automaticamente un asse organico Trump-Putin – sarebbe una semplificazione ideologica, e dunque un errore -, illumina però una convergenza di riflessi, una solidarietà istintiva tra poteri diversi che condividono lo stesso fastidio verso l’autonomia europea e i vincoli democratici, verso l’idea che un alleato possa rispondere a un interesse proprio invece che a una fedeltà personale. Agli occhi della propaganda russa, prendere le distanze da Trump significa uscire da un campo. E questo, da solo, basta a dire quanto il trumpismo sia diventato, in questi anni, il centro simbolico di una costellazione politica più ampia del semplice perimetro americano.

Le destre europee al bivio

Per questo il caso Meloni non riguarda soltanto Meloni. Riguarda la destra europea nel momento in cui si accorge che la scorciatoia trumpiana si è stretta. Per anni quella destra ha creduto di poter importare dal trumpismo la spregiudicatezza comunicativa e la carica antisistema, lasciando sullo sfondo la logica di dipendenza che lo accompagnava. Ha immaginato di poter invocare il primato della nazione continuando a cercare all’esterno la propria investitura. Ora questa finzione diventa più difficile da sostenere. Anche la sconfitta di Orbán pesa, in un simile scenario, più di quanto sembri. Il modello Orbán era stato il laboratorio più ambizioso della destra illiberale continentale: un modello di potere capace di occupare lo Stato, riscrivere gli equilibri istituzionali, sfidare Bruxelles e dialogare insieme con la galassia MAGA.

La sua caduta, adesso, ha riaperto il confronto sui legami tra destra europea, trumpismo e mondo putiniano. Si tratta di capire, allora, se questa presa di distanza resterà un aggiustamento tattico imposto dai sondaggi, dai dazi, dagli incidenti diplomatici, dalla cattiva reputazione internazionale di un alleato sempre più ingombrante. Oppure se da questa frattura possa nascere qualcosa di più serio: una destra finalmente costretta a decidere se intenda diventare davvero conservatrice, e dunque custode non soltanto di cornici storiche e nazionali, ma anche delle istituzioni liberali, dell’europeismo, del diritto internazionale, del principio che la forza di uno Stato si misura soprattutto nella sua capacità di riconoscere limiti e regole condivise, correggendo così i propri eccessi populisti; o continuare a essere una filiale emotiva del cesarismo americano, di quel trumpismo che ha smesso di essere un’onda e somiglia sempre più a una marea nera che sporca tutto ciò che tocca.

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