18 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Apr, 2026

Trump attacca l’Italia: crisi o svolta nei rapporti con gli Stati Uniti?

Trump torna ad attaccare Roma e la Nato, mettendo in crisi il rapporto tra l’Italia e gli Stati Uniti. Tra rischi e opportunità, l’Europa resta sullo sfondo.


L’Italia non è stata qui per noi quando ne avevamo bisogno, noi non ci saremo quando l’Italia ne avrà bisogno. Questo il messaggio – bruto e testuale – con cui il presidente americano Donald Trump nella notte di ieri ha preso nuovamente di mira il Belpaese. Citando il caso delle limitazioni imposte agli aerei americani nella base siciliana di Sigonella e ventilando possibili ripercussioni contro Roma.

Per sbrogliare questa matassa ne parliamo oggi con il Generale Leonardo Tricarico, presidente della Fondazione Icsa e già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica Militare, e con l’Ambasciatore Ettore Francesco Sequi, già Segretario Generale della Farnesina e presidente di Sorgenia.

Per il Generale Tricarico la parole di Trump devono sempre essere filtrate dal personaggio: «Dobbiamo abituarci a giudicare quello che Trump fa e non quello che Trump dice. Il caso di Sigonella delle ultime settimane è stata una puntura di spillo di cui allora il presidente americano nemmeno si accorse e rimane una puntura di spillo. Se oggi è diventato qualcosa di più è soltanto perché si inserisce su questa irritazione di Trump verso l’Italia». Insomma, nulla di più facile che il volubile tycoon finisca per scordarsi le sue passate intemperanze.

Il rischio di una posizione precaria

Eppure, secondo Sequi, la mossa del presidente americano rischia di porre l’Italia in una situazione precaria. Per comprenderla è bene però visualizzare alcune premesse fondamentali della nostra politica, quali? «Che in Italia non c’è mai molto spazio per la politica estera – spiega il diplomatico – casomai per la politica interna camuffata da politica estera. Poi che ogni governo che si è succeduto ha avuto come due punti di riferimento, nell’ottica della propria legittimità interna. Il presidente degli Stati Uniti, inteso come rapporto personale prima ancora che con il governo americano, e il Papa».

«È chiaro che quanto il rapporto tra queste due entità va bene, il problema non si pone. Ma quando si verifica una frattura, il problema per il governo italiano è catastrofico e impone inevitabilmente una scelta dolorosa. Terzo e ultimo punto: l’Italia ha sempre utilizzato gli Stati Uniti per accedere a una serie di format ristretti da cui sarebbe stata altrimenti esclusa, soprattutto perché il nostro obiettivo è sempre stare per starci invece che apportare contenuti di carattere progettuale».

E cosa cambia adesso? «Cambia innanzitutto che il “Ponte Trump” si è dimostrato troppo lungo da attraversare. Voglio dire che il costo politico dovuto al potenziale isolamento e dunque all’emergere di una vulnerabilità interna, diventa troppo elevato. Trump diventa progressivamente una liability più che una risorsa. E senza dubbio in tal senso la guerra con l’Iran è stata un punto di rottura, perché evidentemente l’Italia non vuole essere trascinata in guerra».

Il ruolo del Vaticano come via d’uscita

«Da questo punto di vista l’attacco di Trump a Papa Leone rappresenta per il governo italiano una via d’uscita perfetta, perché offre l’opportunità di riposizionarsi con una solida copertura morale agli occhi della propria popolazione». Il dubbio che attanaglia adesso gli osservatori politici su entrambe le sponde dell’Atlantico è se questo rapporto adesso sia recuperabile.

«Il rapporto probabilmente è recuperabile sulla base della comune convenienza – rassicura Sequi – In America è presente una forte componente italo-americana e siamo in un anno elettorale piuttosto difficile per il presidente in carica. E anche da parte nostra c’è interesse a riallacciare i contatti perché gli americani restano evidentemente un alleato di riferimento».

Ma se così non fosse, quali sarebbero gli elementi su cui potrebbe abbattersi la sua scure? «Quello che viene in mente immediatamente è l’Articolo 5 del Trattato del Nord Atlantico – interviene Tricarico. Cioè, in sostanza, che se l’Italia o un altro Paese dovesse essere attacco la solidarietà di Trump non sarebbe più garantita, il che sarebbe fonte di gravi inconvenienti».

Un rischio per tutta l’alleanza

Perché colpendo le garanzie derivanti dai trattati per punire l’Italia, Washington non ferirebbe solo la Penisola ma anche gli altri Paesi che da quelle garanzie dipendono? «Certo, il punto è proprio che siamo tutti sulla stessa barca e bisogna che noi su questa barca rinserriamo un po’ le fila. Bisogna rendersi conto che in prospettiva il disimpegno degli Stati Uniti è certo, chiunque ne sia alla guida».

Dunque Trump può essere irruento, ma incarna una tendenza che non si invertirà con la sua uscita di scena. L’Europa, spiega Tricarico, farebbe bene ad attrezzarsi: «Dev’essere uno stimolo ulteriore a mettere in piedi qualcosa di nostro, una cosa che – mi rendo conto – viene ripetuta in maniera ormai stucchevole da chiunque e che però tarda ancora a prendere corpo, ad avere una sua concretezza e operatività nel futuro».

Proprio ieri la premier Giorgia Meloni è volata a Parigi per coordinarsi coi leader europei sulla crisi di Hormuz, potrebbe essere un punto di partenza? «Se oggi i quattro leader si fossero riuniti a Parigi non per lo stretto di Hormuz ma per impiantare veramente una bandierina di partenza della Difesa europea, senza dubbio saremmo tutti più tranquilli e anche più proattivi. Ma non è così».

Dipendenza e marginalità nella Nato

Nelle parole di Tricarico emerge il nocciolo della questione: la Difesa europea. Eppure, la formulazione di una risposta del Vecchio Continente stenta a decollare. «La dipendenza è stata finora – e lo è anche adesso – di carattere manageriale, politico, direttivo», illustra il Generale. «Negli ultimi anni noi ci siamo assolutamente disinteressati dal contribuire per quanto era dovuto al funzionamento di questo organismo che è la Nato».

«Però questo lo abbiamo pagato molto caro perché sono stati gli Stati Uniti che hanno sempre deciso la linea mentre noi siamo stati non solo tenuti fuori dal circolo decisionale ma molto spesso addirittura tenuti all’oscuro delle decisioni stesse. Questo è un tipo di dipendenza molto più grave rispetto a quella esclusivamente militare».

Ecco, dunque, da dove partire: riscoprire una progettualità politico-strutturale che permetta di immaginare e poi costruire una Difesa autonoma prima che gli Stati Uniti realizzino il loro disimpegno. Ma da dove cominciare? «Si comincia dall’accantonare l’idea di partire tutti assieme. Anche se non c’è più Orban, il convitato di pietra resta il meccanismo dell’unanimità».

Superare l’unanimità europea

«Dev’essere abbandonato definitivamente, non si più partire tutti e 27 assieme. Bisogna che un gruppo di paesi guida esprima la volontà politica di edificare una struttura comune nel settore della difesa e della sicurezza. Non per sovrapporsi alla Nato, ma per integrarla». Una prospettiva che richiede una forte volontà politica condivisa.

«Una volta che avremo definito le forze a disposizione ed edificato le capacità che ci mancano, potremo anche pianificare il nostro settore militare per intervenire su ciò che manca, dagli armamenti all’intelligence fino alle reti di comunicazione satellitari. Bisognerà anche prendere delle decisioni sul nucleare». Un passaggio cruciale per costruire una deterrenza a 360°.

Insomma, per conseguire la Difesa comune serve un’unità d’intenti al momento ancora lontana. La rottura tra Meloni e Trump può essere l’occasione per ricomporla? Risponde Sequi: «Si pone un problema di riposizionamento: Meloni si avvicina all’Europa – vedasi lo stesso summit di Parigi di ieri – aderendo ai suoi format ristretti, ma non è sedotta o convertita allo spirito di questi meccanismi».

Un riallineamento non ideologico

«Siamo di fronte in sostanza a un riallineamento strategico ma non ideologico. Si ricordi che nella Strategia di sicurezza nazionale americana l’Italia – assieme all’Ungheria e alla Slovacchia – era indicata come un possibile cavallo di troia americano per scardinare l’Unione Europea dall’interno».

«Che Trump ha fatto emergere come, malgrado le nostre aspettative, gli Stati Uniti non trattano l’Italia come un partner, come invece fatto da altri presidenti. Nella sua visione essere un suo alleato significa divenire un soggetto secondario destinato ad assumersi le conseguenze delle decisioni che prende lui».

«Il tema che disturba non solo noi ma anche tutti gli altri, è che Trump immagina con noi non un rapporto paritario o comunque di partnership mutuale, bensì porta con sé un’aspettativa di disciplina che di per sé tossica nei rapporti bilaterali».

Il paradosso della Nato

«Trump si muove in un paradosso perché critica la Nato identificandola come qualcos’altro rispetto agli Stati Uniti, quando Washington resta l’azionista di riferimento dell’alleanza. È come se il signor Pirelli si lamentasse che la Pirelli produce pessime gomme», conferma Sequi.

Ma questo comportamento può incrinare in maniera irreparabile i rapporti tra Italia e Stati Uniti? Per Sequi è verosimile che la crisi verrà ricomposta, se non altro dal tempo: «Jean Monnet diceva che niente è possibile senza le persone, niente è duraturo senza le istituzioni».

«Intendo dire che ci sono delle istituzioni, come per esempio la Nato, che travalicano anche l’esistenza politica dei singoli leader. Dunque mi aspetto che strutturalmente si continui ad avere un rapporto importante con gli Stati Uniti, se non altro per motivi di coerenza strutturale».

Autonomia e interesse nazionale

Eppure, pur nella conferma di quel postulato atlantico formulato all’indomani della guerra mondiale, in passato l’Italia non ha mancato di condurre una politica estera a tratti anche più autonomista. Come dice Tricarico, ciò che va riscoperto è una progettualità a livello di pensiero strategico?

«Questo è assolutamente importantissimo – conferma Sequi – Nella Prima Repubblica noi avevamo una libertà concordata, per così dire, che era anche assolutamente funzionale agli interessi americani. E anche successivamente in certe occasioni questo sistema ha servito bene gli scopi di entrambi».

«Io andai dall’ambasciatore americano e gli dissi: guarda, io naturalmente ho molti meno problemi di te a parlare con questi due per cui ci andrò a parlare. Se poi tu vuoi, ti riferirò quello che mi diranno». Un esempio concreto di autonomia concordata utile a entrambe le parti.

La qualità del disaccordo

Anche se questo comportamento più “libero” dovesse portare con sé il rischio di qualche screzio? «Certo, la solidità del rapporto si deve basare sulla qualità del disaccordo: se il disaccordo è di una qualità pari a quella del rapporto, il disaccordo non lo pregiudica».

LEGGI Gli europei su Hormuz: «Missione sì, ma difensiva». Meloni: «Navi italiane disponibili»

Insomma, ogni buon rapporto è un lavoro di coppia e include inevitabilmente qualche tempesta, a patto che le frizioni siano elementi di valore aggiunto e in buona fede e non bisticci infantili. Forse, il presidente degli Stati Uniti farebbe bene a ricordarselo.

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