23 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

23 Apr, 2026

Enzo Tortora, la sua lezione di democrazia ai Toni Negri e agli intellettuali da salotto

Enzo Tortora e Toni Negri

Enzo Tortora e Toni Negri, entrambi candidati dal Partito Radicale, vissero in modi opposti e inconciliabili la battaglia di Pannella. E si confrontarono in tv…


Mettete un presentatore. Mettete una trasmissione di successo i cui ospiti sono personaggi improbabili, compresi appassionati collezionisti di cimeli del Ventennio. Prendete poi un intellettuale che si erge a custode dell’etica pubblica e, in suo nome, condanna senza appello tanto il presentatore quanto la trasmissione.

Sembra di parlare della Zanzara, del rozzo e inelegante Cruciani e – nel ruolo di difensore dei sacri valori democratici e costituzionali – di un Montanari qualunque. Invece parliamo di Portobello, del colto e raffinato Enzo Tortora e dell’intoccabile Umberto Eco, ribattezzato da Tortora «l’infaticabile Spinoza del pop-corn».

Ha origini lontane, nei suoi esordi giornalistici e televisivi, l’estraneità di Tortora a un certo mondo della cultura, ed è merito di Vittorio Pezzuto averla indicata come una delle cifre caratteristiche della sua “prima vita” in Applausi e sputi, libro da poco ripubblicato e che offre la base storica e documentale alla fortunata miniserie di Marco Bellocchio.

Il confronto con Negri

Il caso Tortora non è solo una pagina, tra le più vergognose e giustamente note, della storia giudiziaria di questo paese. È anche un caso politico e culturale. E pochi episodi sono in grado di restituire l’eccezionalità di Tortora quanto il suo faccia a faccia con Toni Negri, di mestiere professore, comunista per convinzione, rivoluzionario per diletto.

La vicenda del loro confronto televisivo (si può vedere sul sito di Radio Radicale e sul canale YouTube di Guido Vitiello) è descritta diffusamente da Pezzuto, fin dall’arrivo a Parigi della delegazione dei radicali di cui faceva parte, oltre a Tortora, il giovane segretario Giovanni Negri.

Tortora e (Toni) Negri incarnavano due paradigmi opposti, due modi inconciliabili di vivere la battaglia radicale. Negri – candidato dai radicali perché fosse giudicato sulla base dei reati effettivamente commessi e non dell’assurdo teorema del giudice Calogero e del “processo 7 aprile” – sfruttò l’immunità garantitagli da Pannella per scappare in Francia, il giorno prima che il Parlamento votasse l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti, e accusò poi i radicali di tradimento per essersi astenuti.

Tortora, al contrario, dopo essere stato eletto al Parlamento europeo chiese esplicitamente agli eurodeputati di votare a favore dell’autorizzazione a procedere. Fu anche così che ottenne il credito e l’ammirazione dei colleghi di Strasburgo e fu così che, dal suo seggio centrale accanto a Pannella, poté portare all’attenzione europea i problemi che stavano a cuore ai radicali: l’abuso della carcerazione preventiva, la fiducia cieca nella parola dei pentiti, le condizioni delle carceri italiane.

Due paradigmi opposti

A colpire è la postura dei due durante il confronto: concitata, accalorata ai limiti della nevrosi quella di Negri. Pacata, elegante fino al manierismo quella di Tortora. E sì che quello che se la passava peggio, che aveva più motivi di recriminazione nei confronti del mondo politico era senz’altro Tortora. Alla notizia del suo arresto, ad esempio, un alto dirigente comunista aveva esclamato testuale: «finalmente ce lo siamo tolto dai coglioni».

LEGGI Della Valle: «Tortora fu vittima di pm e giudici: la riforma è un’occasione»

Perché le colpe di Tortora, prima di quelle penali immaginate dalla magistratura napoletana e sconfessate troppo tardi da un giudice a Berlino, erano politiche: criticava i sessantottini che occupavano le aule («questi giovanotti ormai convinti di essere i padroni dell’università»), difendeva il commissario Calabresi quando il meglio dell’intellettualità e del giornalismo italiani aveva già pronunciato la sentenza di condanna (firmarono la celebre lettera all’Espresso anche Eco, Negri e…Bellocchio), rivendicava un certo conservatorismo liberale, faceva orgoglioso sfoggio della sua cultura borghese.

La causa radicale

Un passaggio del confronto con Negri è particolarmente indicativo. Negri giustifica la sua fuga sparando a zero su un sistema malato di cui la magistratura era il braccio armato, evocando l’impossibilità di correggere tali storture restando all’interno dei confini costituzionali: «per me è un dovere ribellarmi alle leggi ingiuste. Credevo che i radicali fossero una forza laica…». Tortora ribatte: «No. Lei credeva che i radicali si mettessero a disposizione di una persona e non di un principio».

Che interessasse il principio e non la persona i radicali lo avevano dimostrato proprio facendo eleggere Negri alle elezioni politiche dell’83. La candidatura di un personaggio così controverso aveva fatto perdere al partito non pochi voti dell’elettorato liberale, laddove, come ricorda Gianfranco Spadaccia nel suo libro sulla storia del Partito Radicale, Democrazia Proletaria, ai cui ideali politici Negri era senza dubbio più vicino e che alle stesse elezioni ottenne mezzo milione di voti, si guardò bene dal candidarlo.

I modi opposti in cui Negri e Tortora interpretano lo spirito radicale – Negri sfruttandolo e, da ultimo, tradendo i principi che lo animavano e che, in fondo, lui non aveva mai pensato di abbracciare; Tortora immergendovisi fino al punto di diventarne il volto – sono l’esito di due posture intellettuali, di due culture politiche. Quella tartufesca di Negri, divorato dalla rivoluzione di cui si sentiva padre e figlio insieme, e quella riformista di Tortora. Ognuno è libero di scegliere da che parte stare.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA