23 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Apr, 2026

Debito, spesa e tasse: i conti pubblici italiani non reggono

Deficit oltre il limite, debito in aumento e tasse ai massimi: i numeri della finanza pubblica raccontano un’Italia che fatica a crescere


L’ultimo triennio della finanza pubblica si sta chiudendo come la più classica delle partite di calcio giocate “all’italiana”. Il governo è sceso in campo con un’unica strategia: fare catenaccio sul deficit. L’obiettivo dichiarato era portare a casa un dignitoso zero a zero — o meglio, un 3,0, inteso come quel limite del rapporto deficit/Pil che avrebbe garantito l’uscita dalla procedura per disavanzo eccessivo.

Invece, proprio nei tempi di recupero, con il fischio di Eurostat è arrivato il “golletto di rapina” sotto forma di un colpo di coda delle statistiche Istat, dovuto con tutta probabilità alla coda velenosa del Superbonus e dei vecchi crediti edilizi, che ha bucato la strenua difesa contabile del ministro Giorgetti. Risultato? Un deficit al 3,1% che ci condanna alla permanenza in serie B europea: non usciremo dalla procedura d’infrazione, se va tutto bene, prima del 2027.

Più tasse, più spesa, meno crescita

Nonostante i proclami di prudenza, l’Italia fallisce ancora una volta la qualificazione per il “campionato europeo della solidità finanziaria”. E il paradosso è che non ci siamo riusciti pur avendo spremuto i contribuenti come mai prima d’ora. Le statistiche Eurostat sono una doccia fredda: le entrate governative sono salite al record del 48,1% del Pil (erano al 47% nel 2024) ben 1,7% più della media Ue, ma la spesa pubblica, lungi dal flettersi, è lievitata fino al 51,2%. In pratica, ogni euro di nuove tasse è stato inghiottito da una macchina statale che non sa più frenare, lasciando la crescita reale asfittica allo 0,5%.

Il peso insostenibile degli interessi sul debito

Il vero dato che dovrebbe togliere il sonno ai decisori politici, tuttavia, è quello relativo agli interessi sul debito. L’Italia nel 2025 si conferma “campione d’Europa” in una specialità di cui faremmo volentieri a meno: la spesa per interessi ha raggiunto il 3,9% del Pil, una cifra mostruosa pari a circa 87 miliardi di euro. Per rendere l’idea della magnitudo, stiamo parlando di una somma che da sola supera quasi cinque volte l’intera manovra di bilancio annuale. È un’emorragia di risorse sottratte a investimenti produttivi, istruzione e innovazione tecnologica, bruciate semplicemente per mantenere a galla l’immenso stock di debito da 3.095 miliardi, salito di ben 330 miliardi dal 2022, anno dell’insediamento dell’attuale governo, a oggi.

Il confronto con la Grecia

In questo scenario, il confronto con la Grecia non è più solo una suggestione statistica, ma un verdetto politico. Mentre Atene, dopo anni di sacrifici e riforme lacrime e sangue, ha intrapreso un percorso virtuoso di rientro dal debito (sceso al 146,1% e in rapida contrazione), l’Italia ha visto il proprio rapporto debito/Pil risalire al 137,1% nel 2025. Il “sorpasso” simbolico è ormai realtà: la Grecia oggi vanta un quadro macroeconomico prospettico migliore, attrae capitali e ha riconquistato la fiducia dei mercati con riforme sul lato dell’offerta che noi abbiamo solo timidamente accennato ma mai messo in pratica.

Un avanzo primario insufficiente

Eppure, un timido segnale di vita c’è: l’avanzo primario (ovvero il saldo tra entrate e uscite al netto degli interessi) è salito allo 0,8%, con un miglioramento dello 0,3% rispetto al 2024. Ma è un progresso omeopatico di fronte a una patologia sistemica. Non basta risparmiare sugli spiccioli se il differenziale tra il costo del debito e la crescita economica rimane sfavorevole. Per un Paese con un debito al 137%, l’avanzo primario necessario per stabilizzare il sistema dovrebbe essere ben superiore, ma per ottenerlo senza soffocare l’economia servirebbe un taglio drastico della spesa corrente, non un aumento continuo della pressione fiscale.

Un bivio per il Paese

Siamo a un bivio. Se vogliamo affrontare le sfide geopolitiche che ci attendono, a partire dalla necessità di finanziare una spesa per la difesa che – come chiede a buona ragione il ministro Crosetto – ormai deve tendere verso il 2% del Pil reale (e non solo riclassificato contabilmente), non possiamo più permetterci questa gestione da “zero a zero”. La difesa nazionale, la transizione tecnologica e il rilancio della produttività richiedono capitali che oggi lo Stato spreca in sussidi inefficienti e interessi passivi.

La necessità di cambiare strategia

Per cambiare gioco serve un cambio di mentalità e, forse, di interpreti. Non si può continuare a sperare nel moltiplicatore magico di un Pnrr che, finora, ha prodotto più burocrazia che Pil reale. La ricetta riformista è chiara: meno difesa delle rendite di posizione, meno tasse su chi produce, meno lacci e lacciuoli per le imprese che investono, più concorrenza nei servizi e una revisione della spesa che non sia una “tosatura” lineare, ma una chirurgia di precisione sugli sprechi. Se non cambieremo schema tattico, il prossimo “campionato europeo” ci vedrà ancora una volta spettatori, o peggio, fanalino di coda di un’area euro che ha smesso di aspettarci.

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