21 Aprile 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Apr, 2026

La guerra degli Stati Uniti che vince la Cina

I presidenti di Stati Uniti e Cina, Donald Trump e Xi Jinping

Le mosse militari volute da Trump ridisegnano gli equilibri globali, ma mentre gli Stati Uniti combattono è solo la Cina che vince


L’America combatte, la Cina vince. È il risultato paradossale della strategia di Donald Trump. Il presidente americano ha avviato iniziative contro Venezuela, Iran e Cuba per frenare il successo globale della Cina e riaffermare la supremazia dell’America. Ma la sua azione potrebbe offrire significativi vantaggi strategici a Pechino.

Sul piano militare, la war of choice di Trump contro l’Iran è avvenuta a scapito dell’ombrello di sicurezza degli Usa nell’Indo-Pacifico. Washington ha trasferito materiale bellico dall’Asia orientale al Medio Oriente senza però mostrare la capacità di prevalere contro attori asimmetrici che utilizzano droni e tattiche di disturbo.

Inoltre, come spiegano Andrew P. Miller e Michael Clark del Center for American Progress, «la guerra in Iran ha offerto alla Cina una dimostrazione concreta delle capacità militari degli Stati Uniti, che Pechino può ora utilizzare per affinare e adattare le proprie tattiche. L’esercito cinese ha acquisito una grande quantità di informazioni sugli armamenti statunitensi, sui cicli decisionali e sull’uso dell’intelligenza artificiale, che potrebbe impiegare in futuri conflitti a Taiwan o altrove».

Pechino come potenza diplomatica alternativa

Sul piano diplomatico, il caos generato dall’intervento americano permette alla Cina di proporsi come partner più stabile e responsabile nel Medio Oriente. Rafforzando dunque la propria influenza. Esortando pure la Cina a inviare navi da guerra per mantenere lo stretto di Hormuz aperto e sicuro, Trump ha invitato di fatto Xi Jinping a svolgere il ruolo – al quale ambisce da tempo – di garante responsabile della stabilità globale.

Washington appare incapace di gestire le conseguenze della propria decisione unilaterale di attaccare l’Iran. Pechino si atteggia così a mediatore. Ruolo che ha già ricoperto in passato durante le dispute tra Iran e Arabia Saudita e tra Cambogia e Thailandia. Sul piano geoeconomico, la Cina sfrutterà il caos trumpiano per raggiungere i propri obiettivi. Ridurre la dipendenza dal resto del mondo per il proprio fabbisogno energetico e tecnologico, aumentare la dipendenza di altri paesi dalle sue forniture, accrescere il proprio potere contrattuale globale a scapito degli Stati Uniti.

Nonostante la dipendenza dalle importazioni di energia che transitano dallo Stretto di Hormuz, la Cina è riuscita a proteggersi dall’interruzione delle forniture. Nel frattempo la spesa europea per le importazioni di combustibili fossili è aumentata di oltre 22 miliardi di euro. La soluzione a lungo termine per l’Ue sarebbe accelerare l’eliminazione dei combustibili fossili, ma il passaggio alle energie rinnovabili rischia di aumentare la dipendenza proprio dalla Cina, il principale fornitore di tecnologie pulite e dei minerali necessari per realizzarle.

Il dominio cinese nelle tecnologie energetiche

Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, Pechino produce quasi l’80% dei pannelli solari mondiali e una quota ancora maggiore dei loro componenti elettronici principali. Le esportazioni di veicoli elettrici e ibridi dalla Cina hanno raggiunto la cifra record di 349 mila unità a marzo, più del doppio rispetto al 2025.

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La Cina detiene inoltre una posizione dominante sul mercato dei minerali critici, raffinando circa il 90% delle terre rare utilizzate nella produzione di turbine eoliche e veicoli elettrici, nonché la maggior parte del litio, del cobalto e di altri metalli impiegati nelle batterie. Questo predominio aggressivo spaventa – e divide – i paesi europei. Così, con un Donald Trump sempre più debole, cresce la forza contrattuale di Xi Jinping in vista del vertice Usa-Cina di metà maggio.

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